Zygmunt Bauman, Leonidas Donskis: Cecità morale

“Cecità morale” (Laterza, 2013) di Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis, più che un dialogo, appare uno scambio epistolare profondo su temi condivisi che, grazie alla forma dialogica assunta dal testo, coinvolge il lettore non solo nella lettura e “ascolto” del pensiero dei due studiosi, ma nella messa in discussione del proprio stesso pensiero. Si tratta, come si evince dal titolo, di “Cecità morale”, quella stessa cecità che ha assunto nel romanzo omonimo di Saramago, l’esemplifcazione reale e metaforica assieme del vuoto di senso entro cui sempre più spesso le società moderne smarriscono il significato del proprio essere e divenire.
Il mondo globale nel quale sembriamo “inglobati” senza possibilità di scelta e senza, soprattutto che ci sia una vera comunanza e comunione se non quella economica o la ricerca della stessa, è un mondo che ci rende prigionieri del vacuo e servi del dio denaro.
Si tratta di un mondo in cui, in realtà, le uniche cose che ci accomunano sembrano essere la ricerca di ricchezza e il senso di insicurezza; termini che si contrappongo e si oppongono lasciandoci in una profonda solitudine umana nella quale, come individui, crediamo di essere al sicuro, ma nella quale, invece, sprofondiamo nella peggiore violenza che si possa immaginare: l’odio verso l’altro che ci rende sempre più isolati e soli.
Si tratta, dunque, di un mondo che ha perso il controllo su sé stesso nonostante abbia l’ossessione del controllo su tutte le persone. Ci rifiutiamo di cercare il male dentro di noi e ci nascondiamo dietro gli stereotipi e i luoghi comuni nell’illusione di poterci proteggere o di proteggere, almeno, la nostra sicurezza emotiva. Il male, così, assume la maschera della debolezza, ma è anche al tempo stesso la nostra effettiva debolezza.
La cecità morale, infatti, è l’oblio intenzionale verso l’Altro, l’alienazione, il desiderio di comunicare con persone immaginarie dimenticando quelle reali (un esempio è l’uso eccessivo e improprio dei social). Che cosa ci resta da fare? Abbiamo una possibilità di evadere dalla prigione di questa enorme cecità morale? In effetti sì, come ci propongono gli autori, basterebbe “uscire dall’Anonimato Globale”.
La società consumistica alla quale ci siamo assuefatti, nella sua rapidità e sostituzione di un prodotto all’altro, è sempre tesa ad evitare la riflessione che deve risultare compressa rispetto al desiderio, e favorisce la giustificazione di una mancanza di giudizio morale rispetto alle proprie azioni e anche rispetto a quelle del potere che sempre più spesso si sotituisce alla politica non rispettando la verità della persona né quella della collettività.
In tale condizione, l’uomo si ritrova sempre di più non solo a contenere in sé il bene e il male, come è normale che sia, ma a esprimere la coercizione del male verso l’altro subendo il fascino della seduzione dell’illusione di potere e superiorità rispetto all’altro considerato debole.
In realtà, quello che accade davvero è che, nell’assenza di una visione morale da cui deriva la nostra cecità morale, appunto, abbiamo imparato a credere nell’esistenza di una equità e giustizia “fai da te”.
Vivimo un’epoca di mediocrità che alimenta le incertezze e il sentimento di umiliazione per l’impotenza nella capacità di essere davvero liberi di scegliere. Un’epoca di mediocrità che deriva anche dal potere che la “mediocrazia” (cioè il potere dei media) ha acquisito nelle nostre vite mediocri e facilmente plagiabili. Questo ci obbliga a vivere nell’attimo presente che ci rende indifferenti a tutto ciò che non ci riguardi direttamente portando a compinento quel processo per cui la cultura “fai da te” si trasforma nell’illusione di poter “fare di te” tutto ciò che vuoi.
Questo processo di disarmonizzazione che conduce alla cecità morale assoluta, è favorito anche dall’aver sminuito il valore degli intellettuali e della cultura avendoli resi merci, prodotti fruibili e facilmente sostituibili senza che scaturi un pensiero del pensiero e sul pensiero.
Le università e le scuole, per esempio, sono rese simili a imprese nelle quali gli studenti sono prodotti da costruire per l’uso e non per il pensiero e dove l’idea di formazione e cultura sono state prima separate e poi entrambe sminuite per cui né scienza né coscienza hanno più qualcosa da raccontare di sé.
Sebbene ci siano rischi importanti per il valore della persona umana come conseguenza di questo atteggiamento di vuoto e cecità morale, non bisogna dimenticare che “oltre il dualismo pessimismo/ottimismo, esiste una terza possibilità: la speranza”.
“Cecità morale” (Laterza, 2013) di Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis, è un libro che fa pensare intensamente, talvolta sconvolge, ma soprattutto coinvolge suggerendo a ciascun lettore di essere protagonista della sua storia e delle sue scelte.

“”Cecità morale” ” (Laterza, 2013) by Zygmunt Bauman and Leonidas Donskis, more than a dialogue, appears to be a profound exchange of letters on shared themes which, thanks to the dialogic form assumed by the text, involves the reader not only in reading and “listening” of the thought of the two scholars, but in the questioning of their own thought. It is a question, as the title suggests, of “Moral blindness”, the same blindness that it assumed in the novel of the same name by Saramago, the real and metaphorical exemplifcation together with the void of meaning within which modern societies increasingly lose the meaning of just being and becoming.
The global world in which we seem “embedded” without the possibility of choice and without, above all that there is a true community and communion other than the economic one or the search for it, is a world that makes us prisoners of the void and servants of the god of money.
It is a world in which, in reality, the only things that unite us seem to be the search for wealth and the sense of insecurity; terms that contrast and oppose leaving us in a profound human solitude in which, as individuals, we believe we are safe, but in which, instead, we sink into the worst violence imaginable: the hatred towards the other that makes us more and more isolated and alone.
It is, therefore, a world that has lost control over itself despite having an obsession with control over all people. We refuse to seek the evil within us and hide behind stereotypes and clichés in the illusion that we can protect ourselves or at least protect our emotional security. Thus, evil takes on the mask of weakness, but it is also at the same time our actual weakness.
Moral blindness, in fact, is intentional oblivion towards the Other, alienation, the desire to communicate with imaginary people while forgetting the real ones (an example is the excessive and improper use of social media). What are we left to do? Do we have a chance to break out of the prison of this enormous moral blindness? Indeed, yes, as the authors suggest, it would be enough to “get out of Global Anonymity”.
The consumer society to which we have become accustomed, in its speed and substitution of one product for another, is always aimed at avoiding the reflection that must be compressed with respect to desire, and favors the justification of a lack of moral judgment with respect to one’s actions. and also with respect to those of power which more and more often takes the place of politics by not respecting the truth of the person or that of the community.
In this condition, man finds himself more and more not only to contain good and evil within himself, as is normal, but to express the coercion of evil towards the other, undergoing the charm of the seduction of the illusion of power and superiority over the other considered weak.
In reality, what really happens is that, in the absence of a moral vision from which our moral blindness derives, in fact, we have learned to believe in the existence of a “do it yourself” equity and justice.
We are living in an era of mediocrity that feeds uncertainty and the feeling of humiliation due to the powerlessness in the ability to be truly free to choose. An era of mediocrity that also derives from the power that “mediocracy” (ie the power of the media) has acquired in our mediocre and easily plagiable lives. This forces us to live in the present moment which makes us indifferent to everything that does not concern us directly, leading to the completion of the process by which the “do-it-yourself” culture is transformed into the illusion of being able to “do with you” everything that do you want.
This process of disharmonization, which leads to absolute moral blindness, is also favored by having diminished the value of intellectuals and culture by having made them commodities, usable and easily replaceable products without the origin of a thought of thought and thought.
Universities and schools, for example, are made similar to enterprises in which students are products to be built for use and not for thought and where the idea of ​​education and culture have first been separated and then both diminished. neither science nor conscience have anything to tell about themselves anymore.
Although there are important risks for the value of the human person as a consequence of this attitude of emptiness and moral blindness, we must not forget that “beyond the dualism of pessimism / optimism, there is a third possibility: hope”.
“”Cecità morale” ” (Laterza, 2013) by Zygmunt Bauman and Leonidas Donskis, is a book that makes you think intensely, sometimes upsets, but above all involves suggesting to each reader to be the protagonist of his story and his choices.

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