Claudio Tugnoli: Diaspora

“Diaspora” (Edizioni Del Faro, 2016) di Claudio Tugnoli, è un libro composito che ruota attorno al tema annunciato dal titolo, la diaspora, appunto, unendo la forza emotiva della poesia a quella della riflessione socio-antropologica del saggio. Questa modalità, pienamente compiuta dall’autore, mi ha molto interessato per la capacità di esprimere con tecniche diverse un concetto fondamentale che scuota la conoscenza quanto la coscienza: l’uomo è per natura, sin dalla nascita e dalla nascita dei tempi, “homo migrans”, migrante.
L’impiego degli haikai, inoltre, ha consentito che vibrasse in me l’emozione e la commozione per una realtà quotidiana che è Storica, ma è sopratutto umana e naturale così come si evince dalla scelta di questo tipo di componimento (tre versi rispettivamente di 5/7/5 sillabe, in realtà “more”) di origine giapponese che tendenzialmente descrive la natura e gli accadimenti umani a essa relativi. Di notevole interesse la presenza della lingua latina in alcuni haiku e riferimenti alla cultura classica latina e greca oltre che ai Salmi; significativo proprio per sottolineare il valore unificante di una diaspora che esprima il ruolo evolutivo della cultura nella società umana globale (non globalizzata).
La “diaspora”, allora, termine che deriva dal greco διασπορά con il significato di “dispersione”, non è più solo un sostantivo, ma un’azione espressa dal verbo διασπείρω, disseminare, cioè spargere, sottolineandone la possibilità creativa inclusa nell’immagine di un contadino che distribuisca ovunque i semi della vita affinché questi, crescendo, diano i loro frutti.
Inoltrandomi nella lettura del testo di Tugnoli, mi ha immediatamente interessata la dedica “Ai disperati che speran di vedere l’altra riva del mare corto”; un aggettivo, “disperati” che contrasta e al tempo stesso si completa con quel verbo “speran” alla radice del rischio di tentare una vita nuova. “Disperati” perché vivere nel proprio luogo è un rischio di “morte quotidiana”, ma eroici nel coraggio di non abbandonarsi alla disperazione e cercare in un altrove possibile la possibilità di una speranza, anche a costo della morte, poiché costruire la speranza può valere anche il rischio di quella morte per cui si è stati capaci di lottare. Un’immagine molto bella e che, da sola, basterebbe a far riflettere e ripensare a tanti modi facili di giudicare chi, condannato a una morte inane, nel rischio di morte attiva sa ancora immaginare speranza di vita. È così che il viaggio diventa occasione non di abbandono, ma di edificazione; è anche così che nel desiderio di spargere il proprio seme di cultura, la diaspora si scontra con il vuoto di senso del non essere riconosciuti autoctoni.
Nella seconda parte del volume, quella dedicata all’analisi socio-antropologica della diaspora (alla prima, quella poetica, ritornerò in seguito), Tugnoli, con parole semplici e di ricostruzione percorre storicamente le vicende dell’Homo sapiens dalle origini ai nostri giorni, per dimostrare che l’Homo sapiens è per natura anche Homo migrans e che è proprio grazie a questa caratteristica di libertà che ha potuto evolversi affrontando le difficoltà territoriali e ambientali, culturali e tradizionali fino a condurci al punto in cui siamo oggi. Un punto, in realtà, dove è forte il rischio di una regressione come si evince nella pragmatica repulsione verso tutto ciò che è “straniero”, dimenticando che l’ostilità costruita contro l’altro non è che un artificio posticcio creato ad arte per rimanere prigionieri delle proprie certezze. Un artificio, proprio come quei confini che l’uomo ha strutturato per difendere l’idea di possesso e appartenenza, ma che, invece sono prigioni entro le quali si limita il libero fluire di cultura e umanità.
“I confini sono un evidente artificio, i gruppi dei migranti hanno contribuito a mantenere fluidi i confini”, dice Tugnoli, consentendo, così, la diffusione della conoscenza e della cultura. I confini sono valicabili e devono esserlo, come anche sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ricorda l’autore, poiché è proprio nel superamento dei confini che la cultura dell’umanità ha un’occasione per maturare ed evolvere.
Di grande interesse ed emozione, l’immagine con cui Tugnoli identifica la nascita di un bambino come migrante in un mondo in cui essere autoctoni non è la cifra dell’esistenza poiché al suo nascere ogni creatura viene da un mondo che non è il mondo cui tutti apparteniamo. Nasciamo migranti e nella migrazione troviamo la possibilità di un luogo, di una casa. L’immagine del bimbo che è nutrito nelle acque del corpo di sua madre e grazie ad esse è partorito nel dolore, certo, ma anche accompagnato nel mondo nuovo in cui emetterà il suo primo vagito, è un’immagine che rappresenta il ruolo che hanno le acque del mare che traportano, trascinano, sommergono le vite di coloro che, nel rischio di attraversarlo, accettano l’impeto della spinta del mare nel desiderio di nascere a nuova vita.

“Diaspora” (edizioni Del Faro, “2016) di Claudio Tugnoli è un libro capace di coinvolgere in maniera differente secondo lo sguardo scelto dall’autore (poetico o sociologico), di cui nessuno è superiore all’altro, ma ciascuno pone a suo modo interrogativi cui solo il lettore potrà dare la sua personale risposta. Sebbene l’aspetto sociologico e storico-antropologico della visione di Tugnoli mi siano più consoni, ritorno con piacere alla parte poetica poiché sin dalla prima lettura più rapida ne ho percepito la forza di attrazione. Le immagini, soprattutto così sintetiche e dirette degli haikai possono diventare tappe salienti di un percorso di riflessione su un tema di attualità estrema.
L’ex-terga, affidato ai versi di Gaetano Arcangeli, poeta bolognese impegnato in una battaglia “controcorrente” sul ruolo della cultura e degli intellettuali, prepara una riflessione sull’ineluttabilità persino crudele di una morte che non lascia tregua ai fragili (il vitellino), ma stenta ad abbrancare la “superbia e la crudeltà” che è causa del crimine contro l’innocenza. Sembra di poter immaginare le troppe vittime migranti, due volte vittime, della causa del viaggio e dell’ostilità dell’arrivo. È, quello di Tugnoli, anche un viaggio interiore, così come ci suggerisce Paolo Taroni, autore della Prefazione: “il viaggio rappresenta il cammino fisico e quello del pensiero, il viaggio esteriore è sintomo di ricerca, ma il viaggio interiore comporta la consapevolezza che non si possa fuggire da sé stessi”.
In quest’ottica ho voluto leggere gli haikai di Tugnoli. Non essendo esperta di poesia, ho azzardato una lettura univoca e consequenziale dei suoi versi (more) così come le emozioni che da essi mi sono scaturite leggendo, mi hanno suggerito. Mi sembrava di profanare la bellezza intrinseca, talvolta persino crudele delle parole che si abbracciano e creano senso. Ogni sillaba rincorre l’altra e ogni verso toglie fiato al successivo, eppure, nella quiete del pensiero che crea sembra di poter sentire quell’onda di mare che accarezza la riva oppure ingoia nel profondo la pienezza di una vita che si spegne, ma che ancora rifulge per il coraggio di non essersi arreso. Non se ne abbia a male l’autore, allora, per questa “quasi versione in prosa” della sua poetica; un’interpretazione personale che nasce dai segni e dalle tracce segnate da Tugnoli, di una rotta percorribile per amore della stessa cultura che accomuna (o dovrebbe) e guida (o dovrebbe) ogni essere umano.


Ogni burrasca mette alla prova, si resiste ancorandosi a quelle parole che, forse, diventano memoria proprio come l’anima che si stringe al corpo martoriato per non abbandonarlo poiché se è vero che l’anima possa sopravvivere al corpo, è insieme al corpo che essa costruisce la pienezza del suo essere anima. Anche quando la meta è raggiunta le onde della vita continuano a scombussolare il nostro essere, non resta che restare saldi e fedeli, saldamente abbracciati al messaggio che la vita piano piano sussurra.
Tutto ciò che è stato ha fine, ma da ogni morte si rivela la vita che è sempre, lentamente e faticosamente, in fieri. Si tratta di una vita che sembra scivolare senza direzione, alla ricerca di un posto e un senso, mentre tutto quello che si scopre intimo appare più veloce e misteriosamente complicato poichè ogni cosa che potrebbe essere ovvia appare, invece, ignota, ostile persino e sembra che il poco o nulla che possa nutrire il corpo e lo spirito sia destinato a essere un dono tardivo.
L’uomo è disperso, perso, smarrito e la terra che lo accoglie non sa di aver accolto un dono su quella terra impreziosita da antiche origini, antiche culture proprio come quell’uomo che soffre, annaspa, muore non visto mentre la terra desolata su cui giace non riconosce la sua voce e gli aizza contro tutto il suo odio.
Come un bambino che viene al mondo tra le sofferenze proprie e della donna che lo partorisce, così quel migrante lotta per dare un nome alla sua vita in una terra in cui da ogni parte si innalzano voci di opposizione e infamia. Si nasce nell’amore, ma si può incontrare un Erode beffardo e crudele che alla vita dell’altro non dà valore, ma, anzi, la perseguita e la distrugge affinché esista solo il suo nome.
Eppure, quel migrante fuggiasco resiste e ricompone la sua vita cercando la pace per cui è partito. Il sole, arrabbiato, sorveglia e soffre per quegli uomini svuotati, senza forze, che muoiono tra le onde come bambini sconsolati che sprofondano nelle viscere di quel mare che li accoglie e nasconde dallo sguardo distratto e distante di chi non si sofferma perché non vuol vedere.
Un mare mai sazio, come donna sempre gravida, che nelle sue acque accoglie quei figli partoriti alla vita, ma, forse, destinati da subito alla morte.
Eppure, nessuno nasce in terra nota, nessuno è straniero alla terra che in vita lo accoglie, nessuno ha memoria di quel viaggio iniziale prima del primo respiro e del primo vagito. Tutti uguali in quei ventri accoglienti, tutti agili in quel corpo che attende l’ospite sacro destinato alla vita che lo attraversa affinché l’ovunque e ogni luogo gli siano casa. Il suo è sempre un respiro sospeso tra il primo vagito e l’ultimo spasmo, tra vita e morte, tra viaggio e ricerca di un luogo e di sé, un luogo in cui l’io non sostituisca il sé e dove l’altro non metta a tacere la sua voce che comincia a dare a tutto un nome che non sia un nome soltanto, ma il nome dei nomi e di tutti i nomi. Il nome della luce, del colore, dell’abbraccio, del cuore e della pace che costruiscono insieme un tempo che appartenga a tutti e a ciascuno, prima della fine, prima che il tempo della morte sia rivelato ma non sprecato nel non-tempo del non-ritorno.
Il mare, però, non smette di urlare e il vento di soffiare su quei corpi affamati di pace la cui voce è come un’eco lontana in quel mare che si riempie del vuoto degli spettatori assenti e del pieno delle vite negate non appassite ma soffocate nel deficiente scontento dell’egoismo che uccide nel silenzio impietoso di chi ha imparato a urlare solo il proprio nome senza ascoltare la voce del tempo che chiama e implora. Resta solo quello sguardo infido di chi nasce e chi muore cercando dentro e fuori di sé l’origine di quel vento che lo spinge nel suo spazio e lo marchia come estraneo inadatto a un tempo di eterno altrove. “O anima mia/libera e nuda vai/ ad altra vita”, è l’ultimo haiku, un richiamo, una preghiera, un’invocazione o, forse, l’impotente e sofferta resa dinanzi all’indifferenza del mondo.

“Diaspora” (Edizioni Del Faro, 2016) by Claudio Tugnoli, is a composite book that revolves around the theme announced by the title, the diaspora, precisely, combining the emotional strength of poetry with that of the socio-anthropological reflection of the essay. This modality, fully completed by the author, interested me very much for the ability to express with different techniques a fundamental concept that shakes knowledge as much as conscience: man is by nature, since the birth and the birth of time, “homo migrans “, a migrant.
Furthermore, the use of haikai allowed the emotion and pathos to vibrate in me for an everyday reality that is historical, but is above all human and natural as can be seen from the choice of this type of composition (three verses respectively of 5/7/5 syllables, in reality “more”) of Japanese origin which tends to describe nature and human events related to it. Of particular interest is the presence of the Latin language in some haiku and references to classical Latin and Greek culture as well as to the Psalms; significant precisely to underline the unifying value of a diaspora that expresses the evolutionary role of culture in global (non-globalized) human society.
The “diaspora”, then, a term that derives from the Greek διασπορά with the meaning of “dispersion”, is no longer just a noun, but an action expressed by the verb διασπείρω, to disseminate, that is to scatter, underlining the creative possibility included in the image of a farmer who distributes the seeds of life everywhere so that they bear fruit.
As I read Tugnoli’s text, I was immediately interested in the dedication “To the desperate who hope to see the other shore of the short sea”; an adjective, “desperate” that contrasts and at the same time is completed with that verb “hope” at the root of the risk of trying a new life. “Desperate” because living in one’s own place is a risk of “daily death”, but heroic in the courage not to abandon oneself to despair and to look elsewhere for the possibility of hope, even at the cost of death, since building hope can be worth even the scrape of that death for which one was able to fight. A very beautiful image and which, alone, would be enough to make us reflect and rethink many easy ways of judging those who, condemned to an inane death, in the risk of active death can still imagine life expectancy. This is how the journey becomes an opportunity not for abandonment, but for edification; it is also in this way that in the desire to sow its own seed of culture, the diaspora collides with the void of meaning of not being recognized as autochthonous.
In the second part of the volume, the one dedicated to the socio-anthropological analysis of the diaspora (to the first, the poetic one, I will return later), Tugnoli, with simple and reconstructive words, historically covers the events of Homo sapiens from its origins to the present day, to demonstrate that Homo sapiens is by nature also Homo migrans and that it is thanks to this characteristic of freedom that it has been able to evolve by addressing territorial and environmental, cultural and traditional difficulties to the point where we are today. A point, in fact, where there is a strong risk of a regression as evidenced by the pragmatic repulsion towards everything that is “foreign”, forgetting that the hostility built against the other is nothing but a false artifice created with art to remain prisoners of their own certainties. An artifice, just like those boundaries that man has structured to defend the idea of ​​possession and belonging, but which, instead, are prisons within which the free flow of culture and humanity is limited.
“Borders are an obvious artifice, migrant groups have contributed to keeping borders fluid”, says Tugnoli, thus allowing the spread of knowledge and culture. Borders can be crossed and must be, as also sanctioned by article 13 of the Universal Declaration of Human Rights, since it is precisely in the overcoming of borders that the culture of humanity has an opportunity to mature and evolve.
Of great interest and emotion, the image with which Tugnoli identifies the birth of a child as a migrant in a world in which being indigenous is not the key to existence since at its birth every creature comes from a world that is not the world in which we all belong. We are born migrants and in migration we find the possibility of a place, a home. The image of the baby who is fed in the waters of his mother’s body and thanks to them is given birth in pain, of course, but also accompanied in the new world in which he will emit his first cry, is an image that represents the role the waters of the sea play that carry, drag, submerge the lives of those who, in the risk of crossing it, accept the impetus of the thrust of the sea in the desire to be born to new life. “Diaspora” (Del Faro editions, “2016) by Claudio Tugnoli is a book capable of involving in a different way according to the point of view chosen by the author (poetic or sociological), of which no one is superior to the other, but each poses its own questions to which only the reader will be able to give his personal answer. Although the sociological and historical anthropological aspects of Tugnoli’s vision are more suited to me, I return with pleasure to the poetic part because since the first quicker reading I have perceived its force of attraction The images, especially so synthetic and direct of the haikai, can become salient stages of a path of reflection on an extremely topical issue.
The ex-terga, entrusted to the verses of Gaetano Arcangeli, a Bolognese poet engaged in a “counter-current” battle on the role of culture and intellectuals, prepares a reflection on the even cruel inevitability of a death that leaves no respite for the frail (the calf), but finds it hard to grasp the “pride and cruelty” which is the cause of the crime against innocence. It seems to be able to imagine the too many migrant victims, twice victims, of the cause of the journey and the hostility of arrival. Tugnoli’s is also an interior journey, as suggested by Paolo Taroni, author of the Preface: “the journey represents the physical journey and that of thought, the external journey is a symptom of research, but the interior journey involves the awareness that one cannot escape from oneself “.
With this in mind, I wanted to read Tugnoli’s haikai. Not being an expert in poetry, I ventured a univocal and consequential reading of his verses (more) as well as the emotions that came from them while reading. It seemed to me that I was profaning the intrinsic, sometimes even cruel, beauty of words that embrace and create meaning. Each syllable chases the other and each verse takes the breath away from the next, yet, in the stillness of the thought it creates, it seemed to be able to hear that wave of the sea that caresses the shore or swallows the fullness of a life that is extinguished, but that still shines with the courage of not having given up. I hope the author will not feel bad about it, then, for this “almost prose version” of his poetics; a personal interpretation that comes from the signs and traces of a route that can be traveled for the sake of the same culture that unites (or should) and guides (or should) every human being.
Every storm puts to the test, one resists by anchoring oneself to those words which, perhaps, become memory just like the soul that clings to the tortured body in order not to abandon it because if it is true that the soul can survive the body, it is together with the body that it builds the fullness of his soul being. Even when the goal is reached, the waves of life continue to upset our being, all that remains is to remain steadfast and faithful, firmly embraced to the message that life slowly whispers.
All that has been has an end, but from every death the life that is always, slowly and painfully, in fieri is revealed. It is a life that seems to slip without direction, in search of a place and a meaning, while everything that turns out to be intimate appears faster and mysteriously complicated because everything that could be obvious appears, instead, unknown, hostile even and seems that the little or nothing that can nourish the body and the spirit is destined to be a belated gift.
Man is dispersed, lost, lost and the land that welcomes him does not know that it has received a gift on that land embellished with ancient origins, ancient cultures just like that man who suffers, flounders, dies unseen while the wasteland on which lies does not recognize his voice and incites all his hatred against him.
Like a child who comes into the world amidst his own sufferings and that of the woman who gives birth to him, so that migrant struggles to give a name to his life in a land where voices of opposition and infamy rise from all sides. One is born in love, but one can meet a mocking and cruel Herod who does not value the life of the other, but rather persecutes and destroys it so that only her name exists.
Yet, that runaway migrant resists and recomposes his life looking for the peace for which he left. The sun, angry, watches over and suffers for those men emptied, without strength, who die in the waves like soiled children who sink into the bowels of that sea that welcomes them and hides them from the distracted and distant gaze of those who do not stop because they do not want to see. .
A sea that is never satiated, like a woman who is always pregnant, which in its waters welcomes those children born to life, but, perhaps, destined immediately to death.
Yet, no one is born in a known land, no one is a stranger to the land that welcomes him in life, no one has any memory of that initial journey before the first breath and the first cry. All the same in those welcoming bellies, all agile in that waiting body the sacred guest destined for the life that passes through him so that everywhere and every place may be his home. His is always a breath suspended between the first cry and the last spasm, between life and death, between travel and the search for a place and for oneself, a place where the ego does not replace the self and where the other does not silence his voice which begins to give everything a name that is not just a name, but the name of names and all names. The name of the light, the color, the embrace, the heart and the peace that together build a time that belongs to each and every one, before the end, before the time of death is revealed but not wasted in the npn-time of not -return.
The sea, however, does not stop screaming and the wind blows on those bodies hungry for peace whose voice is like a distant echo in that sea that is filled with the emptiness of the absent spectators and the fullness of denied lives, not withered but suffocated. in the idiotic discontent of selfishness that kills in the merciless silence of those who have learned to scream only their own name without listening to the voice of time that calls and begs. There remains only that treacherous gaze of those who are born and those who die looking inside and outside of themselves for the origin of that wind that pushes them into their own space and marks them as a stranger unsuitable for an eternal time elsewhere. “O anima mia/libera e nuda vai/ ad altra vita”, it is the last haiku, a call, a prayer, an invocation or, perhaps, the helpless and painful surrender in the face of the indifference of the world.

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