Zygmunt Bauman: Il secolo degli spettatori

“Il secolo degli spettatori. Il dilemma globale della sofferenza umana” (EDB, 2018) è un libro di Zygmunt Bauman grazie al quale, ancora una volta, lo sguardo del sociologo, talvolta persino ironico, mette a nudo con chiarezza la vacuità della società contemporanea in cui l’avere vale più dell’essere e lo fa, specificamente, in relazione alla realtà di sofferenza umana che pone tutti dinanzi al dilemma di scegliere se essere “spettatori” o “attori” dinanzi alla sofferenza diffusa nel mondo.
La prima cosa che diventa per me motivo di riflessione affrontando questo libricino di appena 42 pagine, ma denso di significati e spunti come se ne avesse più di 420, è il fatto che il titolo e il sottotitolo potrebbero essere uniti più che da un punto che li separa dal verbo essere che li interpreta e traduce: Il secolo degli spettatori «è» il dilemma globale della sofferenza. Infatti, restare solo sul ciglio della strada a guardare il dolore dell’altro che scorre in un mare di sangue e prostrazione «è» il dilemma di una società che si piega su se stessa prescindendo dal “dolore globale” per curare solo quello individuale, in altre parole, il proprio.
Chi è lo spettatore? Quale il dilemma, per di più “globale”, con cui lo spettatore si identifica? Queste e altre domande provocano il coinvolgimento immediato del lettore attento che nel leggere si lascia mettere in discussione e pensa.
Lo spettatore non è un osservatore attento, ma uno che sta lì a guardare nella consapevolezza che terminato lo spettacolo egli possa tornare al suo quotidiano. Per quanto coinvolto emotivamente, lo spettatore è uno che ha un’altra vita da vivere, la sua, come se essa non avesse relazione alcuna con la vita degli altri.
Forse, è proprio da questo distanziamento che nasce il dilemma, quel costante imperativo di scelta la cui risoluzione non corrisponde mai alla soddisfazione di tutti, ma sempre allo scontento di una parte.
Questa volta si tratta di un dilemma globale che riguarda tutti, anche se si preferisce il ruolo di spettatori distanti e distratti. Il dilemma globale ci dice che quello cui stiamo assistendo non è solo uno spettacolo privato ma pubblico e che la scelta nel nostro dilemma è una scelta che compiamo tutti, contemporaneamente o meno, ed è una scelta per la vita.
Siamo spettatori e per questo vittime di un dilemma globale che riguarda la sofferenza non del singolo, ma la sofferenza umana: siamo contemporaneamente spettatori e vittime.
Tutto questo, solo osservando il titolo e il sottotitolo del libro di Bauman e senza neanche aver aperto il libricino sulla mia scrivania. Ho quasi timore a farlo, poiché se solo la copertina mi ha così tanto immersa in una lettura possibile, che cosa accadrà quando il pensiero di Bauman mi si rivelerà nella sua compiutezza? Il richiamo, però, è molto forte, lo apro, lo leggo.
Bauman ci dice che chi fa il male o lo comanda è esecutore, chi lo osserva senza intervenire è spettatore. Esecutore e spettatore sono entrambi distanti dalle vittime poiché esiste un’affinità tra fare il male e restare a guardarlo senza intervenire con una sorta di «negazione di colpa» che esprimiamo attraverso il “non sapevo” oppure “non ho potuto fare nulla”.
Eppure, nella nostra epoca è praticamente impossibile dichiarare di non sapere, le informazioni corrono veloci e pressocché ovunque via le reti. “Siamo”, quindi, “tutti spettatori e abbiamo tutti bisogno di discolparci” e “la nostra responsabilità si estende ora a tutta «l’umanità»”.
Ci ritroviamo nella “posizione scomoda di spettatori” di un numero enorme di eventi che seguiamo come per “tradizione” e cui tragicamente ci abituiamo anche a causa della rapida successione degli eventi che si susseguono lasciando cadere nell’oblio prima l’uno e poi l’altro sostituiti dal nuovo orrore che si presenta al nostro sguardo. Vediamo, quindi, gli eventi, non possiamo ignorarli, ma ne ignoriamo le cause e per questo si accresce il divario tra “vedere e sapere”. Difatti, anche del dolore si può approfittare per conquistare visibilità senza rendersi conto del distacco enorme che esiste tra il nostro “bene-stare” e la morte che avvolge i poveri del mondo per i quali si raccolgono fondi lustrando la propria visibilità e senza perdere occasione per fare festa, “la festa della reciproca assoluzione”.
Apriamo, così, un divario ancora più profondo, quello tra “sapere e agire”, dimentichi che nell’essere spettatori, nel vedere, diventiamo anche “testimoni”. I risultati della nostra inazione o anche della nostra azione superano “l’immaginazione morale”, eppure, trascuriamo l’azione poiché essa non coincide con il nostro benessere individuale e, inoltre, non crediamo più nell’azione collettiva avendo perso fiducia “nell’efficacia del discorso impegnato”.
Chi decide, infatti, di non essere un mero spettatore deve anche essere consapevole di intraprendere una lunga e dolorosa lotta nella volontà ferrea di “assumersi la responsabilità di tutti i crimini commessi dagli esseri umani”, ci dice Bauman citando H. Arendt. Da spettatori, quindi, bisogna trasformarsi in attori, questo l’unico modo per rispondere in segno positivo al dolore del mondo.
“Il secolo degli spettatori. Il dilemma globale della sofferenza umana” (EDB, 2018) di Z. Bauman è sicuramente un libro da avere non solo nella propria libreria, ma, addirittura, sulla scrivania e leggere e rileggere infinite volte quanto infiniti sono i silenzi nel mondo.

“Il secolo degli spettatori. Il dilemma globale della sofferenza umana” (EDB, 2018) is a book by Zygmunt Bauman thanks to which, once again, the sociologist’s gaze, sometimes even ironic, clearly reveals the emptiness of the contemporary society in which having is worth more than being and does so, specifically, in relation to the reality of human suffering that places everyone in front of the dilemma of choosing whether to be “spectators” or “actors” in the face of suffering spread throughout the world.
The first thing that becomes reason for reflection for me when addressing this little book of just 42 pages, but full of meanings and ideas as if it had more than 420, is the fact that the title and the subtitle could be united more than by the point that separates them by the verb to be that interprets and translates them: The century of the spectators “is” the global dilemma of suffering. In fact, being alone on the side of the road looking at the pain of the other flowing in a sea of ​​blood and prostration “is” the dilemma of a society that folds in on itself regardless of the “global pain” to cure only the individual one, in other words, your own.
Who is the spectator? What is the dilemma, moreover “global”, with which the viewer identifies himself? These and other questions provoke the immediate involvement of the attentive reader who in reading allows himself to be questioned and he also thinks.
The spectator is not an attentive observer, but one who stands there watching in the knowledge that once the show is over he can return to his daily life. Although emotionally involved, the viewer is someone who has another life to live, his own, as if it had no relationship with the life of others.
Perhaps, it is precisely from this distancing that the dilemma arises, that constant imperative of choice whose resolution is never in satisfaction and never corresponds to the satisfaction of all, but always to the discontent of one party.
Our time is a global dilemma that affects everyone, even if the role of distant and distracted spectators is preferred. The global dilemma tells us that what we are witnessing is not just a private but a public show and that the choice in our dilemma is a choice we all make, simultaneously or not, and it is a choice for life.
We are spectators and therefore victims of a global dilemma that concerns the suffering not of the individual, but of human suffering: we are both spectators and victims at the same time.
All this, just by looking at the title and subtitle of Bauman’s book and without even opening the little book on my desk. I am almost afraid to do so, because if only the cover has immersed me so much in a possible reading, what will happen when the thought of Bauman reveals itself to me in its completeness? The call, however, is very strong, I open it, I read it.
Bauman tells us that whoever does evil or commands it is the perpetrator, whoever observes it without intervening is a spectator. Perpetrator and spectator are both distant from the victims since there is an affinity between doing evil and watching it without intervening with a sort of “denial of guilt” that we express through “I did not know” or “I could not do anything”.
Yet, in our age it is practically impossible to claim not to know, information runs fast and almost everywhere via the networks. “We are”, therefore, “all spectators and we all need to exonerate ourselves” and “our responsibility now extends to all” humanity “”.
We find ourselves in the “awkward position of spectators” of a huge number of events that we follow as per “tradition” and to which we tragically get used also due to the rapid succession of events that follow one another, dropping first one and then the other into oblivion replaced by the new horror that presents itself to our gaze. We see, therefore, the events, we cannot ignore them, but we ignore their causes and for this reason the gap between “seeing and knowing” increases. In fact, even the pain can be taken advantage of to gain visibility without realizing the enormous gap that exists between our well-being and the death that envelops the poor of the world for whom funds are raised by highlighting their visibility and without losing an opportunity to do feast, “the feast of mutual absolution”.
Thus we open an even deeper gap, that between “knowing and acting”, you forget that in being spectators, in seeing, we also become “witnesses”. The results of our inaction or even of our action surpass “moral imagination”, yet, we neglect action because it does not coincide with our individual well-being and, moreover, we no longer believe in collective action having lost faith “in” efficacy of committed speech “.
Those who decide, in fact, not to be a mere spectator must also be aware that they are undertaking a long and painful struggle in the iron will to “take responsibility for all crimes committed by human beings “, Bauman tells us, quoting H. Arendt. From spectators, therefore, we must transform ourselves into actors, this is the only way to respond positively to the pain of the world.
“Il secolo degli spettatori. Il dilemma globale della sofferenza umana” (EDB, 2018) by Z. Bauman is certainly a book to have not only in your library, but even on your desk and read and reread infinite times how infinite are the silences in the world.

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