Leonidas Donskis: L’età della desensibilizzazione

Questo saggio di Leonidas Donskis, L’età della desensibilizzazione (Joker, 2016), anche nel sottotitolo (Modernità come amnesia ed anestesia nell’opera di quattro grandi autori dell’Euroa Centrale: Miłosz, Kundera, Bauman, Singer), si preannuncia di grande interesse e non solo per il pensiero degli autori proposti in analisi, ma perché, attraverso il pensiero di questi autori e di altri cari a questi, sviluppa un’analisi della modernità di particolare rilievo e profondità che, credo, non dovrebbe essere trascurata. Essa, infatti, rappresenta una visione lucida e chiara del mondo contemporaneo, un punto di vista (in realtà più punti di vista) cui si può aderire o meno, ma che resta come baluardo di una riflessione che tutti, intellettuali e non, dovrebbero fare con altrettanta specificità e passione.
Ogni riflessione tende a mettere in rilievo il venir meno di un’idea di Europa dal momento in cui non si può parlare di “cultura europea” se ad essa si afferisce nel tentativo di rendere le relazioni tra i Paesi europei come fossero solo di ordine economico e se, in particolare, di questa idea d’Europa non entrano pienamente a essere parte anche i Paesi dell’Europa centrale.
L’autore afferma che il decadimento dell’idea di Europa segue la mancanza di cura per una “cultura europea”, poichè è, difatti, tale cultura che può e deve porsi come forma anticipatoria di una politica europea.
“Osare più Europa”, dunque, significa dare maggiore rilievo alla cultura europea nel suo complesso.
Donskis, a questo punto, comincia ad analizzare il vuoto di cultura europea attraverso la visione dei quattro grandi studiosi presi in analisi (Miłosz, Kundera, Bauman, Singer) e di ciascuno “racconta” non solo la visione del tempo e del mondo, ma quella dell’uomo; individuo e comunità, cioè, affinché il senso di appartenenza non si trasformi in una specie di password grazie alla quale escludere chi non ne è in possesso, ma in una occasione di crescere, modificare e armonizzare tutti insieme il valore della cultura europea come cultura dei popoli che la costituiscono e costruiscono.
Miłosz, per esempio, nella sua visione della cultura europea, sottolineò l’uso anche smoderato della “ketman (cioè, la finzione di appartenenza ad altro credo per non essere perseguitato, e poi la successiva rivelazione della verità) come tecnica di sopravvivenza in un mondo che non vede e non ascolta.
Kundera, invece, affermava che i poteri distruttivi della modernità si basano sulla dimenticanza o abolizione del passato, come si evince in tante delle distopie afferenti ad autori come Orwell, Huxley, Bradbury, et al., in cui compaiono sempre gli stessi elementi: morte della famiglia, del privato, della cultura, del passato, del linguaggio, e abolizione della Storia in quanto portatrice di memoria e delle letterature e delle arti in genere in quanto portatrici di conoscenza ed emozioni.
Senza la memoria dialettica, in realtà, il mondo non è in grado di decodificare il presente e neanche di immaginare il futuro, ma resta bloccato in un presente eterno e ripetitivo in cui le persone smettono di essere persone e diventano individui prigionieri di un ingranaggio che non hanno più gli strumenti per comprendere.
Bauman, di seguito, sottolinea la frettolosità e superficialità con cui ci si confronta con la realtà consumando la propria vita nell’eccitazione dell’inizio e nell’impeto della fine come se tra questi estremi non ci fosse che il vuoto. Egli, al contrario, crede che ogni essere umano sia artista e artefice della propria vita e che, sebbene la crisi porti alla mancanza di riconoscimento di sé stessi, è proprio dalla crisi di identità che si può costruire la propria identità.
Singer, infine, ritiene che la disperazione non sia l’ultima soglia dell’essere, ma la possibilità di una risalita. Si tratta di un ottimismo della disperazione che, grazie alla lingua e alla memoria, può ricomporre la vita degli esseri umani e dare loro le energie per continuare a vivere.
Donskis, in questo saggio, ci dimostra come sia possibile attarverso la cultura dare forma alla speranza e ricostruire un significato e una destinazione per tutto ciò che sembra aver smarrito il suo senso.

This essay by Leonidas Donskis, L’età della desensibilizzazione (Joker, 2016), also in the subtitle (Modernità come amnesia ed anestesia nell’opera di quattro grandi autori dell’Euroa Centrale: Miłosz, Kundera, Bauman, Singer), promises to be great interest and not only for the thought of the authors proposed in analysis, but because, through the thought of these authors and others dear to them, it develops an analysis of modernity of particular importance and depth which, I believe, should not be neglected. In fact, it represents a lucid and clear vision of the contemporary world, a point of view (actually several points of view) to which one can adhere or not, but which remains as a bulwark of a reflection that everyone, intellectuals and non-intellectuals, should do. with equal specificity and passion.
Every reflection tends to emphasize the lack of an idea of ​​Europe from the moment in which one cannot speak of “European culture” if it refers to it in an attempt to make relations between European countries as if they were only of an economic nature. and if, in particular, the countries of central Europe do not fully become part of this idea of ​​Europe.
The author affirms that the decay of the idea of ​​Europe follows the lack of care for a “European culture”, since it is, in fact, this culture that can and must act as an anticipatory form of a European policy.
“Daring more Europe”, therefore, means giving greater importance to European culture as a whole.
At this point, Donskis begins to analyze the void of European culture through the vision of the four great scholars analyzed (Miłosz, Kundera, Bauman, Singer) and of each “tells” not only the vision of time and the world, but that of man; individual and community, that is, so that the sense of belonging does not turn into a kind of password thanks to which to exclude those who do not have it, but in an opportunity to grow, modify and harmonize all together the value of European culture as a culture of peoples who make up and build it.
Miłosz, for example, in his vision of European culture, stressed the use of the “ketman (that is, the fiction of belonging to another creed in order not to be persecuted, and then the subsequent revelation of the truth) as a survival technique world that does not see and does not listen.
Kundera, on the other hand, affirmed that the destructive powers of modernity are based on the forgetting or abolition of the past, as can be seen in many of the dystopias afferent to authors such as Orwell, Huxley, Bradbury, et al., In which the same elements always appear: death of the family, of the private, of culture, of the past, of language, and the abolition of History as a bearer of memory and of literature and arts in general as bearers of knowledge and emotions.
Without dialectical memory, in reality, the world is unable to decode the present or even imagine the future, but remains stuck in an eternal and repetitive present in which people stop being people and become individuals prisoners of a gear that they no longer have the tools to understand.
Bauman, below, underlines the haste and superficiality with which one confronts reality by consuming one’s life in the excitement of the beginning and in the impetus of the end as if between these extremes there was nothing but emptiness. On the contrary, he believes that every human being is an artist and creator of his own life and that, although the crisis leads to the lack of self-recognition, it is precisely from the crisis of identity that one can build one’s own identity.
Finally, Singer believes that despair is not the last threshold of being, but the possibility of an ascent. It is an optimism of despair which, thanks to language and memory, can recompose the life of human beings and give them the energy to continue living.
Donskis, in this essay, shows us how it is possible through culture to give shape to hope and to reconstruct a meaning and a destination for everything that seems to have lost its meaning.

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