What We Are and What We Say We Are

‘I would like to awaken the dawn’ … to be so ready for the call of infinity to be able to love its undiscovered beauty even in the dark. I look around and I do not see the darkness, but the barely hinted profile of things and people, of nature and human beings who forget that they are part and parcel of so much beauty and wonder. The noises stun the perception and divert the point of view and you stop looking at each other with the only certainty possible, that of being human beings. We think of our breath as if it were the only breath and it matters little if the other’s breath vanishes and suffocates in the sea of ​​torment traveled in search of freedom. We remain calm and steadfast in our seats linked to the comforts that compromise us more than we believe as they are often built on the pain of others whom we have deprived of their choice and their freedom. Who am I to say, who yes and who no, can enter the presumptuous group of those destined to live? Am I a modern Charon who ferries souls by choosing which ones to drown? Who am I to determine that my life is worth more than the life of every man, woman and child who puts his entire existence on the line for a hope that we, who consider ourselves human, no longer even know how to cultivate? What right do I have to establish who can or cannot build the future and seek a stability that belongs to me by chance and often at the expense of someone else’s life? We invent enemies where there are only human beings who, like me, are looking for a place in the world, a world that belongs to everyone and that has been betrayed by that process of globalization that has chosen to globalize and only on one side the economy of a world that is extinguished on itself without love and respect for the life of the other. I would like to awaken the dawn and find myself in it with all my companions and brothers in life and in life aware that there is distance between what we are and what we say we are.

“Vorrei destare l’aurora”… essere così pronta al richiamo dell’infinito da poterne amare anche al buio la bellezza non rivelata. Mi guardo attorno e non vedo il buio, ma il profilo appena accennato delle cose e delle persone, della natura e degli esseri umani che dimenticano di essere parte e una parte sola di tanta bellezza e meraviglia. I rumori stordiscono la percezione e deviano il punto di vista e si smette di guardare gli uni agli altri con l’unica certezza possibile, quella di essere esseri umani. Pensiamo al nostro respiro come se fosse l’unico respiro e poco conta se il respiro dell’altro svanisce e soffoca nel mare del tormento viaggiato in cerca di libertà. Restiamo tranquilli e saldi ai nostri posti legati agli agi che ci compromettono più di quanto crediamo poichè spesso costruiti sul dolore degli altri che abbiamo privato della loro scelta e della loro libertà. Chi sono io per dire, chi sì e chi no, possa entrare nel presuntuoso novero di coloro destinati a vivere? Sono forse un moderno Caronte che traghetta le anime scegliendo quali debbano affogare? Chi sono io per determinare che la mia vita valga più della vita di ogni uomo, donna e bambino che mette in gioco l’intera esistenza per una speranza che noi, che ci riteniamo umani, non sappiamo neanche più coltivare? Che diritto ho io di stabilire chi possa o non possa costruire il futuro e cercare una stabilità che mi appartiene per caso e spesso a scapito dell’altrui vita? Inventiamo nemici là dove non vi sono che esseri umani che, come me, cercano un posto nel mondo, un mondo che appartiene a tutti e che è stato tradito da quel processo di globalizzazione che ha scelto di globalizzare e solo da una parte l’economia di un mondo che si spegne su se stesso senza l’amore e il rispetto per la vita dell’altro. Vorrei destare l’aurora e in essa ritrovarmi con tutti i miei compagni e fratelli della vita e nella vita consapevoli che c’è distanza tra ciò che siamo e ciò che diciamo di essere.

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