Thomas Malory: Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri

La storia di Re Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory (a cura di G. Agrati e M: L. Magini, Mondadori, 1985), ha sempre un grande fascino per tutti, soprattutto per chi coltiva lo studio della letteratura inglese a partire dalle sue origini, contemplandone, quindi, anche le influenze europee in seguito alle diverse commistioni tra culture dovute alle invasioni di un popolo o di un altro.

Una piccola premessa è forse necessaria, a prescindere dal testo preso in esame. La letteratura anglo-sassone è una letteratura che sin dalle origini ha avuto una forte connotazione di universalità e accoglienza delle culture altre, a dispetto dell’essersi sviluppata su un territorio separato dal continente dall’oceano. Il suo sviluppo segue tre fasi principali che corrispondono all’incirca alle influenze linguistiche oltre che storiche che ne hanno determinato lo sviluppo. Si comincia con l’Old English, prettamente definito dalle culturale originarie e dall’incontro con il latino in seguito alle invasioni dei Romani. In questa fase è notevole rimarcare la coesistenza di una lingua che si risà ai dialetti originari senza disdegnare l’ingresso di una terminologia latina legata soprattutto a termini militareschi. È così, per esempio, che sparisce la desinenza in -an dei dialetti originari e viene introdotta la declinazione degli aggettivi, ma la maturazione di un linguaggio non è mai sostituzione, permane per esempio ancora nell’inglese moderno il suono fricativo -th particolare dei dialetti originali della terra britannica. Nell’Old English spicca la tradizione orale delle gesta degli eroi popolari, come per esempio Beowulf. In seguito alla conquista Normanna (1066 con la battaglia di Hastings), William Duke of Normandy introduce anche la lingua e la cultura francese che non cancella quella pre-esistente, ma la arricchisce della tradizione francese tipicamente espressa, per esempio, dal romance, componimenti in versi circa la vita e gli amori di cavalieri e dame. Ci troviamo in piena letteratura medievale (quella che riguarda anche T. Malory), una letteratura che se da un punto linguistico introduce termini francesi, la desinenza in -e per molti aggettivi e altro ancora, dal punto di vista puramente letterario induce alla riscoperta dei valori essenziali della cavalleria riconducendoli alla profonda umanità di alcuni personaggi che, di contro, si caratterizzano per il loro disprezzo della bellezza e della pace conoscendo solo il potere e la violenza per conquistarlo. Un’altro elemento fondamentale della letteratura medievale è la coesistenza di elementi fantastici che accompagnano le gesta degli eroi facendone dei semidei. È probabilmente questa l’origine della concezione del monarca come un semidio, infatti. Questo ci riporta alla narrazione di T. Malory circa Re Artù e i suoi cavalieri.

In particolare, nella storia di Re Artù e dei suoi cavalieri (1485), spicca la bellezza assoluta della Storia che si mescola alla leggenda costruendo l’identità di una cultura e la sua peculiarità. L’elemento fantastico della spada magica, Excalibur, in grado di riconoscere nel giovane Artù il re legittimo lasciando che egli ed egli solo possa estrarla dalla roccia, o la sua capacità di accecare lo sguardo degli invasori, riporta la storia di Re Artù in una narrazione che è al limite tra fantasia e realtà. Non solo, essa richiama fortemente la spada che compare per magia per soccorrere Beowulf nella sua lotta contro il drago nella tradizione del poema anglo-sassone del periodo Old English. Lo stesso Merlino, che appare quasi come un deus ex machina, sempre pronto a intervenire in aiuto di Artù, appare quasi come una figura mistica, così tipica della tradizione anglosassone dalle origini fino alle narrazioni di Tolkien nei suoi romanzi.

La storia della letteratura non ci dice tantissimo di Thomas Malory, di cui si sa per certo che entrasse e uscisse di prigione, dalla quale pare, abbia scritto la stessa storia di Re Artù, e forse questo aumenta il fascino della narrazione che, comunque, non è originale di Malory, ma da lui composta certamente prendendo spunto dalla Historia Regum Britanniae (1137) di Geoffrey Monmouth (nella quale, addirittura, si fa risalire la genealogia di Artù a Brutus), poi anche alla tradizione francese della chansons de geste e, infine, rivista e pubblicata da Caxton solo nel 1485 con il titolo La Morte d’Arthur.

Qualsiasi i riferimenti e le influenze, il volume contiene gli otto libri scritti da Malory per narrare di Re Artù, Merlino, di Sir Lancillotto, di Ginevra, di Tristano, del Sacro Graal e di Falstaff e di tutti i cavalieri che hanno reso epica la storia di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Il fascino più grande della lettura di questo libro è non solo quello delle avventure in sé, ma quello di una storia che ancora oggi mostra e insegna quanto le emozioni costruiscano i personaggi e quanto solo ad essi sta la responsabilità di essere eroi o traditori.

The story of King Arthur and his knights by Thomas Malory (edited by G. Agrati and M: L. Magini, Mondadori, 1985), always has a great fascination for everyone, especially for those who cultivate the study of English literature since its origins, contemplating, therefore, also the European influences as a result of the different mixes of cultures due to the invasions of one people or another.

A small premise is perhaps necessary, regardless of the text under consideration. Anglo-Saxon literature is a literature that from its origins has had a strong connotation of universality and acceptance of other cultures, despite having developed on a territory separated from the continent by the ocean. Its development follows three main phases that roughly correspond to the linguistic as well as historical influences that determined its development. We begin with Old English, strictly defined by the original cultures and by the encounter with Latin following the invasions of the Romans. At this stage it is remarkable to note the coexistence of a language that goes back to the original dialects without disdaining the entry of a Latin terminology linked above all to military terms. This is how, for example, the ending in -an of the original dialects disappears and the declension of adjectives is introduced, but the maturation of a language is never a substitution, for example, the fricative sound -th particular of the original dialects of the British land. In Old English, the oral tradition of the deeds of popular heroes stands out, such as Beowulf. Following the Norman conquest (1066 with the battle of Hastings), William Duke of Normandy also introduces the French language and culture that does not cancel the pre-existing one, but enriches it with the French tradition typically expressed, for example, by romance, compositions in verse about the life and loves of knights and ladies. We are in the middle of medieval literature (the one that also concerns T. Malory), a literature that if from a linguistic point introduces French terms, the ending in -e for many adjectives and more, from a purely literary point of view leads to the rediscovery of essential values ​​of chivalry, bringing them back to the profound humanity of some characters who, on the other hand, are characterized by their contempt for beauty and peace, knowing only the power and violence to conquer it. Another fundamental element of medieval literature is the coexistence of fantastic elements that accompany the deeds of the heroes, making them demigods. This is probably the origin of the conception of the monarch as a demigod, in fact. This brings us back to T. Malory’s narration about King Arthur and his knights.

In particular, in the story of King Arthur and his knights (1485), the absolute beauty of history stands out, blending with legend, building the identity of a culture and its peculiarities. The fantastic element of the magic sword, Excalibur, able to recognize in the young Arthur the legitimate king letting him and he alone be able to extract it from the rock, or its ability to blind the invaders’ gaze, brings the story of King Arthur in a narration that is on the border between fantasy and reality. Not only that, it strongly recalls the sword that appears by magic to help Beowulf in his fight against the dragon in the tradition of the Anglo-Saxon poem of the Old English period. Merlin himself, who appears almost like a deus ex machina, always ready to help Arthur, appears almost as a mystical figure, so typical of the Anglo-Saxon tradition from its origins to Tolkien’s narratives in his novels.

The history of literature does not tell us much about Thomas Malory, of whom it is known for sure that he went in and out of prison, from which it seems he wrote the same story as King Arthur, and perhaps this increases the charm of the narrative which, however, is not original by Malory, but certainly composed by him taking inspiration from the Historia Regum Britanniae (1137) by Geoffrey Monmouth (in which, even, the genealogy of Arthur is traced back to Brutus), then also to the French tradition of chansons de geste and finally, revised and published by Caxton only in 1485 with the title La Morte d’Arthur.

Whatever the references and influences, the volume contains the eight books written by Malory to narrate King Arthur, Merlin, Sir Lancelot, Geneva, Tristan, the Holy Grail and Falstaff and all the knights who made the story of King Arthur and the Knights of the Round Table. The greatest charm of reading this book is not only that of the adventures themselves, but that of a story that still today shows and teaches how emotions build characters and how much the responsibility of being heroes or traitors lies with them alone.

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