In Search of Sense

I have always believed and reiterate the importance of listening in any form of communication. Listening helps to enter into dialogue and to truly and deeply understand who is revealing himself to us. Practicing listening as a privileged form in my dialogue with the other, I often found myself listening to things that were vain, useless, not because they were of no use to me, but because they were not useful to the dialogue and to the person who said those words. So, more and more often, I found myself not only listening, but discerning the good use of words (I don’t mean from the linguistic and grammatical point of view) from the “empty” use of the same with their consequent waste. It is not a question of judgment, but of evidence: there are many people who speak without saying anything, not because they have speech difficulties (sometimes, indeed, those are the people who know best how to tell their truth), but because they really have nothing to say. . In their mouths the words become a breathing exercise, the more words they manage to emit every minute the more their breathing trains to be less breathless. In other words, it is the difference that exists between “speaking” and “speaking to one another”: speaking but not speaking to one another is a pain that pierces the heart. Listening, then, becomes an exercise of respect and patience, of hope even that in that uncontrolled river something that is true and that makes sense can finally emerge. Unfortunately, this often does not happen. People, many, talk but say nothing. They talk about everything, rant about everything, but nothing in their words takes on the attitude and purpose of something that has a direction or that at least looks for it, of someone who puts into words a commitment of loyalty and a form of responsibility towards others who listen and with whom one should enter into dialogue. I often thought, when I found myself in these situations, that people who like me listen are a detriment to people who are so talkative and superficial who do not like the word but abuse it to give shape and expression to their emptiness, thus imagining of to be able to hide it. So, in an attempt to open the dialogue in another way, I happened to try not to abandon myself to boredom and annoyance, but to become a stimulus to subvert the routine and repetitive order that haunted me as a listener and, I hoped, also the speaker. . Unfortunately, it didn’t always go well. In front of people who speak to talk, often taking a stand becomes a form of detachment and distancing. These talkers often simply pass the baton to another listener and, sometimes, pick up where they left off without taking care that the new listener is able to recognize at what point in the narrative they are … after all, perhaps, it does not matter, since they themselves have heard those words before and not just once. I’m very sorry, but you can’t stay and listen to the speaker just to be heard without having something to want to say and want to exchange with the other. In dialogue and communication, the listener and the speaker must be looking for a meaning in order to communicate, otherwise, perhaps, there is very little to say.

Ho sempre creduto e ribadisco l’importanza dell’ascolto in qualsiasi forma di comunicazione. L’ascolto aiuta ad entrare in dialogo e a comprendere veramente e nel profondo chi si sta rivelando a noi. Praticando l’ascolto come forma privilegiata nel mio dialogo con l’altro mi sono ritrovata spesso ad ascoltare anche cose vane, inutili, non perché non fossero di utilità per me, ma perché non lo fossero al dialogo e alla persona che quelle parole pronunciava. Così, sempre più spesso, mi sono ritrovata non solo ad ascoltare, ma a discernere il buon uso delle parole (non intendo dal punto di vista linguistico e grammaticale) dall’uso “a vuoto” delle stesse con il loro conseguente spreco. Non si tratta di giudizio, ma di evidenza: esistono molte persone che parlano senza dire niente non perché abbiano difficoltà di parola (talvolta, anzi, quelle sono le persone che sanno raccontare meglio la propria verità), ma perché proprio non hanno niente da dire. Nelle loro bocche le parole diventano un esercizio respiratorio, quante più parole riescono ad emettere ogni minuto tanto più il loro respira si allena a essere meno affannato. Si tratta, cioè, della differenza che esiste tra “parlare” e “parlarsi”: parlare ma non parlarsi è una pena che trafigge il cuore. Ascoltare, allora, diventa un esercizio di rispetto e pazienza, di speranza persino che in quel fiume senza controllo possa infine emergere qualcosa che sia vero e che abbia senso. Spesso, purtroppo, non accade. Le persone, tante, parlano ma non dicono niente. Parlano di tutto, sproloquiano di tutto, ma nulla nelle loro parole assume l’atteggiamento e il proponimento di qualcosa che abbia una direzione o che almeno la cerchi, di qualcuno che metta nelle parole un impegno di lealtà e una forma di responsabilità verso gli altri che ascoltano e con cui si dovrebbe entrare in dialogo. Ho pensato spesso, quando mi sono ritrovata in queste situazioni, che le persone che come me ascoltano sono un danno per le persone così logorroiche e superficiali che non amano la parola ma la abusano per dare forma ed espressione al proprio vuoto immaginando, così, di poterlo nascondere. Così, nel tentativo di aprire il dialogo in altro modo, mi è capitato di provare a non abbandonarmi alla noia e al fastidio, ma a diventare stimolo per sovvertire l’ordine routinario e ripetitivo che perseguitava me come ascoltatore e, speravo, anche il parlante. Purtroppo, non è andata sempre bene. Dinanzi alle persone che parlano per parlare, spesso una presa di posizione diventa una forma di distacco e di allontanamento. Questi chiacchieroni, spesso, semplicemente passano il testimone ad altro uditore e, talvolta, riprendono dal punto in cui sono state interrotte senza aver cura che il nuovo ascoltatore sia in grado di riconoscere a quale punto della narrazione ci si trova… in fondo, forse, non importa, poiché essi stessi hanno già sentito quelle parole e non una volta soltanto. Mi dispiace, molto, ma non si può restare ad ascoltare chi parla solo per farsi udire senza avere qualcosa da voler dire e da desiderare di scambiare con l’altro. Nel dialogo e nella comunicazione, chi ascolta e chi parla devono essere alla ricerca di un senso per poter comunicare, altrimenti, forse, c’è davvero poco da dire.

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