Edgar Morin: I sette saperi necessari all’educazione del futuro

Questo breve saggio di Edgar Morin “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (Raffaello Cortina, 2001) è l’ultima di una cosidetta “trilogia pedagogica” nel corso della quale l’autore dà grande rilievo al valore della formazione e dell’educazione degli esseri umani in quanto esseri umani, facenti parte, cioè, di un tutto più grande dell’individuo considerato singolarmente sebbene non ne precluda la considerevole funzione e pregnanza in una società (e un mondo) che deve sempre più definirsi “planetaria”.
Edgar Morin con semplicità e maestria sottolinea il valore dell’individuo e della comunità e cerca percorsi lungo i quali costruire ponti tra il sé e l’altro poiché imprescindibili l’uno all’altro. In questa costruzione di percorsi di crescita reciproca e comune, la scuola, l’educazione e la formazione hanno un ruolo essenziale, non perché debbano cancellare i dubbi, ma perché forniscano strumenti per affrontare dubbi e incertezze, errori e illusioni.
Di grande rilievo in questo libro è, dal mio punto di vista, l’intuizione che sia impossibile separare l’intelligenza dall’affettività non potendo fare a meno dell’una né dell’altra. Dice Morin che se è vero che l’affettività possa soffocare la conoscenza, è vero anche che essa possa arricchirla. Quello che dobbiamo fare è non confondere la razionalità con la razionalizzazione, “la razionalità è correttrice ed è costruttiva se elabora teorie coerenti”, ed è “critica se lavora sugli errori e sulle illusioni”.
“La vera razionalità”, aggiunge Morin, “non è soltanto teorica, non è soltanto critica, ma anche autocritica”, insegna cioè a pensare ma non a cosa pensare; il che è esattamente il compito dell’educazione: formare alla lucidità.
Un’educazione integrale, e questa mi sembra la novità più importante nel pensiero di Morin, soprattutto in un tempo come il nostro in cui facilmente si cede al timore dell’altro e della sua differenza, deve essere planetaria. Si tratta, difatti, di un’educazione che tenga conto del contesto, del globale, del multidimensionale e del complesso; significa, da mio punto di vista accendere il focus, la curiosità, verso un uomo visto nel suo universo, un uomo il cui compito, individuale e sociale, è quello di civilizzare e solidarizzare insieme tutta la Terra. Forse è questa la speranza per un futuro che sembra esserci stato negato dalla scommessa del XX secolo, un secolo in cui tutto è sembrato doversi esaurire nell’attimo proprio come se non si fosse capaci di “pensare” il futuro. È una scommessa e una strategia che l’uomo planetario deve imparare a esercitare per affrontare le incertezze e dirigere gli esseri umani verso la “comprensione” degli esseri umani e non delle cose che si producono.
“Comprendere” implica un processo di empatia, identificazione e proiezione lungo il quale gli esseri umani sviluppino e si comportino secondo una antropoetica che spinga a vivere in modo disinteressato poiché la conprensione diventa strumento e fine di ogni relazione umana, non il possesso, ma la relazione. Un’etica propriamente umana deve considerare come imprescindibili individuo/specie/società, poiché essi esistono reciprocamente e in maniera democratica, dove per democratico si intende una democrazia che non si nutra del consenso ma del confronto; una democrazia, cioè, che sia reale e nella quale l’uomo possa realizzare se stesso come uomo e come individuo.
Edgar Morin, “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (Raffaello Cortina, 2001), un saggio ricco di spunti sui quali riflettere e pensare il proprio quotidiano. Lo suggerisco.

This short essay by Edgar Morin “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (Raffaello Cortina, 2001) is the latest in a so-called “pedagogical trilogy” in which the author places great emphasis on the value of education and education of human beings as human beings, that is, forming part of a whole greater than the individual considered individually, although it does not preclude its considerable function and significance in a society (and a world) that must increasingly be defined as “planetary” .
Edgar Morin with simplicity and mastery emphasizes the value of the individual and the community and seeks paths along which to build bridges between the self and the other as they are essential to each other. In this construction of mutual and common growth paths, school, education and training play an essential role, not because they have to erase doubts, but because they provide tools to address doubts and uncertainties, errors and illusions.
Of great importance in this book is, from my point of view, the intuition that it is impossible to separate intelligence from affectivity since we cannot do without one or the other. Morin says that if it is true that affectivity can stifle knowledge, it is also true that it can enrich it. What we have to do is not to confuse rationality with rationalization, “rationality is corrective and constructive if it develops coherent theories”, and is “critical if it works on errors and illusions”.
“True rationality”, Morin adds, “is not only theoretical, it is not only critical, but also self-critical”, that is, it teaches how to think but not what to think; which is exactly the task of education: to train in lucidity.
An integral education, and this seems to me the most important novelty in Morin’s thought, especially in a time like ours in which one easily yields to the fear of the other and his difference, must be global. It is, in fact, an education that takes into account the context, the global, the multidimensional and the complex; from my point of view it means turning on the focus, the curiosity, towards a man seen in his universe, a man whose individual and social task is to civilize and solidify the whole Earth together. Perhaps this is the hope for a future that seems to have been denied to us by the gamble of the twentieth century, a century in which everything seemed to have to run out in the moment just as if we were unable to “think” about the future. It is a bet and a strategy that planetary man must learn to exercise in order to face uncertainties and direct human beings towards the “understanding” of human beings and not of the things that are produced.
“Understanding” implies a process of empathy, identification and projection along which human beings develop and behave according to an anthropoetic that pushes them to live in a disinterested way since understanding becomes the instrument and end of every human relationship, not possession, but the report. A properly human ethics must consider the individual / species / society as essential, since they exist reciprocally and in a democratic way, where by democratic we mean a democracy that is not nourished by consensus but by comparison; that is, a democracy that is real and in which man can realize himself as man and as an individual.
Edgar Morin, “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (Raffaello Cortina, 2001), an essay full of ideas on which to reflect and think about one’s daily life. I suggest it.

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