Territories

It is extraordinary that the capacity that human beings have to appropriate territories, be they physical or metaphorical, can be really unpleasant if this “appropriation” is revealed in the possession of what not only they do not really know, but they do not even want to know, since such a thing is of interest only insofar as in that present moment it represents a possibility of visibility and domination.
This is the case for many things, this is how celebrations of which not much is known are born and spread or which, over time, lose consistency and meaning to become repetitive rituals whose original traces and motivations have been lost. This is how days are dedicated to characters of unquestionable importance, but whose originality has long been banned and excluded from the cultural and human perception of those who are even “bored” of hearing about this person, his writings or actions.
Then, suddenly, thanks to a particular anniversary, this person or this action is back in vogue, it is fashionable !, and staying out of it makes everyone a “weaker” person no matter if the day after that “each” is destined to return to his own ignorance and, it seems, without regretting it too much. What seems to matter more than anything else is the repetition in itself and not the sense of its celebration.
What does drive human beings to gain territories that they don’t really care about? Is it possible that instant curiosity and the need not to be excluded make one lose sight of the intrinsic value of such celebrations? Is it possible that everything can be resolved in a commemoration as if the annoyance and silence of years had never existed? What is the real role of culture in supporting the spread of history and stories without them being plundered by their belonging to real people? How to avoid that the “presumed wisdom” takes the place of the desire for knowledge which is always in fieri, which always accepts its becoming as the possibility of any error or illusion? Basically, how to make sure that culture and each person (since culture is not an abstract entity, but the people who build it by interacting and sharing) how to avoid, I said, that culture and people delight only in inequality temporary of the history and art, of the thought and life of a character or a period?
My doubts, my questions, are not to undo, because, on the contrary, I strongly believe in the importance of periodically giving prominence to one or the other cultural episode that has led us where we are, it is also a way to give confidence in capacity of the human being to reveal himself better than what he often proves to be, but it must be done, all the more so, with sense and direction.
If I think of the times in which I have heard the teachers of the High School diminish the importance of one author or the other because of the difficulty of their language or thought or, simply and more recklessly, as considered “heavy”, I am chills to see them all now take sides in favor of Dantedì, for example. It takes consistency to give the right meaning to things, to avoid that they are sporadic and conditioned signs from the moment of a culture to which one has stopped devoting one’s attention.
Well, I would like culture never to be resolved as in a territory to be plundered and deprived of someone else, but as a territory to be discovered which everyone, with their honest and dignified contribution, can give shape and hope.

È straordinario che la capacità che hanno gli esseri umani di appropriarsi dei territori, siano questi fisici o metaforici, possa essere davvero sgradevole se questa “appropriazione” si rivela nel possesso di ciò che non solo non si conosce davvero, ma neanche si vuole conoscere, poichè la tal cosa interessa solo in quanto in quell’attimo presente rappresenta una possibilità di visibilità e dominio.
E’ così per tante cose, è così che nascono e si diffondono celebrazioni di cui non si conosce molto o che, nel tempo, perdono consistenza e significato per trasformarsi in rituali ripetitivi di cui si sono smarrite le orme e le motivazioni originarie. E’ così che si dedicano giornate a personaggi di importanza indubitabile, ma la cui originalità è stata a lungo bandita ed esclusa dalla percezione culturale e umana di chi si è persino “annoiato” di sentir parlare della tal persona, dei suoi scritti o delle sue azioni.
Poi, d’improvviso, complice un particolare anniversario, la tal persona o la tal azione ritorna in voga, è di moda!, e restarne fuori fa di ciascuno una persona più “debole” non importa se il giorno dopo quel “ciascuno” sia destinato a tornare nella propria ignoranza e, pare, senza rammaricarsene più di tanto. Ciò che sembra contare più di ogni altra cosa è la ripetizione in sé e non il senso della sua celebrazione.
Che cosa spinge l’essere umano a guadagnare territori di cui non gli importa davvero? Possibile che la curiostià istantanea e il bisogno di non restare esclusi facciano perdere di vista il valore intrinseco di tali celebrazioni? Possibile che tutto possa essere risolto in una commemorazione come se il fastidio e il silenzo di anni non fosse mai esistito? Qual è il vero ruolo della cultura nell’appoggiare la diffusione della storia e delle storie senza che queste siano depredate dal loro appartenere a persone reali? Come fare per evitare che la “presunta sapienza” si sostiutisca al desiderio di conoscenza che è sempre in fieri, che accetta sempre il divenire come la possibilità di errore o di illusione? In sostanza, come fare in modo che la cultura e ciascuna persona (poichè la cultura non è un’entità astratta, ma le persone che la costruiscono confontandosi e condividendo) come evitare, dicevo, che la cultura e le persone si dilettino solo nella sperequazione temporanea della storia e dell’arte, del pensiero e della vita di un personaggio o di un periodo?
I mie dubbi, le mie domande, non sono per disfare, poiché, anzi, credo molto nell’importanza di dare periodicamente risalto all’uno o l’altro episodio culturale che ci ha indotti dove siamo, è anche un modo per dare fiducia nella capacità dell’essere umano di rivelarsi migliore di quello che spesso dimostra di essere, ma bisogna farlo, a maggior ragione, con senso e direzione.
Se penso alle volte in cui ho sentito i docenti della Scuola Superiore sminuire l’importanza di un autore o l’altro a causa della difficoltà del linguaggio o del pensiero o, semplicemente e più incautamente, in quanto considerato “pesante”, mi vengono i brividi a vederli ora tutti schierarsi in favore del Dantedì, per esempio. Ci vuole coerenza per dare il giusto significato alle cose, per evitare che siano segni sporadici e condizionati dal momento di una cultura cui si è smesso di dedicare la propria attenzione.
Ecco, vorrei che la cultura non si risolvesse mai come in un territorio da depredare e di cui privare qualcun altro, ma come un territorio tutto da scoprire cui ciascuno, con il proprio contributo onesto e dignitoso, possa dare forma e speranza.

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