George Orwell: Letteratura palestra di libertà

Per chi ama la scrittura sia nell’atto di scriverla che in quello di leggerla, il bel saggio di George Orwell, Letteratura palestra di vita (Mondadori, 2018), è un libro imprescindibile, qualunque il pensiero che lo guidi e l’apprezzamento o meno per uno scrittore così attento alla realtà e alla società (intesa come individuo o gruppo che “fa” politica perché in quanto umano “è” politica) quale si configura George Orwell.
“Letteratura palestra di vita”, infatti, è una riflessione profonda sulla scrittura e gli scritti, sugli scrittori e l’impegno che essi assumono dinanzi alla società nel momento in cui la scrittura diviene il loro atto creativo. La scrittura, anche quando fantastica, esprime una visone della vita, i suoi pro e i suoi contro, le carenze e gli eccessi, il sussiego contro coscienza o lo spirito libero di chi resta leale alla coscienza dell’essere e dell’intera umanità.
Leggere questo libro di George Orwell, autore che amo molto anche nei sui scritti giornalistici, mi ha fatto riflettere molto e ancora sulla scrittura e sul suo ruolo nella società, ma mi ha fatto anche pensare molto all’attitudine dei lettori verso la scrittura, al ricercare in essa spunti per riflettere sul presente o garanzie per tutelarsi dallo stesso.
Scrivere è una inequivocabile presa di posizione, in un senso o nell’altro, anche il mostrarsi irreprensibilmente asettici e indifferenti è una scelta, quasi un programma di vita rispetto alla vita che ci circonda.
Ritrovare tra le parole di Orwell l’analisi di autori che ho amato e studiato, oppure incontrato rimanendone delusa, mi ha dato una chiave di lettura dello scrittore e della sua epoca di accurata adesione alla realtà e infrangibile passione per l’arte dello scrivere e per la cultura come occasione di confronto e incontro oltre le differenze sulla percezione della vita e del suo significato.
Scrivere libri non è mai un azione passiva, ma un atto di responsabilità verso i lettori, la società, l’umano.

For those who love writing both in the act of writing it and in reading it, the fine essay by George Orwell, Letteratura palestra di vita (Mondadori, 2018), is an essential book, whatever the thought that guides it and the appreciation or less so for a writer so attentive to reality and society (understood as an individual or group that “does” politics because as a human it “is” politics) such as George Orwell.
“Letteratura palestra di vita”, in fact, is a profound reflection on writing and writings, on writers and the commitment they take on in society when writing becomes their creative act. Writing, even when it fantasizes, expresses a life story, its pros and cons, shortcomings and excesses, haughtiness against conscience or the free spirit of those who remain loyal to the conscience of being and of all humanity.
Reading this book by George Orwell, an author whom I love very much also in his journalistic writings, made me reflect a lot and still on writing and its role in society, but it also made me think a lot about the attitude of readers towards writing, search in it for ideas to reflect on the present or guarantees to protect yourself from it.
Writing is an unequivocal stance, in one sense or another, even showing oneself irreproacibly aseptic and indifferent is a choice, almost a life program with respect to the life that surrounds us.
Finding among Orwell’s words the analysis of authors I loved and studied, or met with disappointment, gave me a key to reading the writer and his era of careful adherence to reality and an unbreakable passion for the art of writing and for culture as an opportunity for confrontation and encounter beyond the differences in the perception of life and its meaning.
Writing books is never a passive action, but an act of responsibility towards the readers, the society, the human being.

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