Hands Up in front of Innocence

Many things happen around us, many of which are silenced as to preserve us from pain, or, perhaps and more really, to prevent awareness. That’s how it is, thought must be tamed and tamed so that there is no dissent, so that we fall into clichés and those bad dreams are nothing but bad dreams. Yes, there is even the doubt that you are really dreaming, perhaps a nightmare, but you think that you will wake up and that in your eyes the eyes of those children will also open who in your dream fell under the blows of mortars as much as those of ignorance. and hatred. A useless hatred, but paradoxically effective like all the useless things to which we have given prevalence in our humanity … missed, betrayed, lost.


It is not a dream, however, and it is more than a nightmare that haunts you if you begin to look at the essence and truth of what surrounds you and which is often built on the hidden or unseen pain of those who seem instruments of our happiness. while they are but the demonstration of our shame or, rather, of what we should be ashamed of. So you begin to feel a dark pain that pervades every moment of the night and day because you have not given up your humanity, you have not made it useless as too many others have done.


You want to make your humanity effective. You are almost ashamed of rejoicing in your small or big successes, you are almost afraid to believe that it is true, you are almost nostalgic for the silence that surrounded you until recently because the very idea of ​​being moving forward makes you feel the gap between you and those who lie, unspoken, in the blood-stained ground of every border and every land. You are afraid of being happy not because you fear the end of your happiness, but because you fear the distance: the distance between what you feel and what too many others are no longer allowed to feel while you are comfortable in your chair or on the your leather sofa.


You question yourself, you have done so up to now and you know that the risk of our time is habit and selfishness that change into indifference. Fatigue pervades your limbs and every fiber of your mind. No, not for what you have conquered, this would be healthy and legitimate tiredness, but you fear tiredness for what you did not fight for and which remained outside you while too many collapsed to the ground without knowing or understanding why.
You write your books and buy them, but there are those who collect them in the rubble. This is the distance between you and them. A distance that puts you safe, of course, but it also condemns you at the thought of the many eyes, there under the collapsed houses, which could have read you, the many ears that could have heard about you, the many lips that could have uttered the your name, to the many hands that could have written or written to you and thought better than you.


This is hell. Knowing that you will go on, you will speak and write, you will rejoice and moan, you will dream or have nightmares, but you will have them! You will still be “out”, safe while the others only have the confused lament, by now, in the proliferation of your daily actions that cancel the present that does not belong to you.
No, it is not an excess of guilt, I know well that I am not personally responsible for so many things and so many silences, I have lived many wars from afar without having direct responsibility. Yet, the wars continue, one day they will touch me even more closely. Will that be the time of my responsibility or is it already now? My responsibility is in not having to feel “out”, a stranger. Peace is built from within, from the small and not on the highest systems, it is built on renunciation and sharing.


Am I responsible? No, I tell myself; yet, we are all guilty, all punished (W. Shakespeare, Romeo and Juliet), why? Because when it comes to human life, we are all a part of it, a part of it. Why? “There is no answer … but maybe who knows … blown in the wind it will be …” says the song Blowing in the Wind.


The warm wind of the desert and solitude freezes the senses and the spirit. You do not understand? Nobody understands that killing children, of any race, culture, religion, people, color, means killing humanity and the future, the past, the present? This is not a genocide, it is a “universicide”, the color of life belongs to children.


I feel that I am out of breath … I wish I could shout to the world: “Everyone raise your hands, on both sides of the defense line of each line of defense. Hands are used to caress to welcome to work not to kill … it is in these moments that I would like to be a “powerful of the Earth”, but it would not be enough, because peace cannot be commanded … from my nothing, then, I implore you : “Everyone raise your hands and lower your head before innocence, please!”.

Attorno accadono molte cose, molte delle quali ci vengono taciute come a preservarci dal dolore, o, forse e più realmente, per evitare che si acquisisca consapevolezza. È così, il pensiero deve essere domato e addomesticato affinché non ci sia dissenso, affinché si cada nei luoghi comuni e quei brutti sogni non restino che brutti sogni. Sì, viene persino il dubbio che si stia sognando davvero, un incubo magari, ma pensi che ti risveglierai e che nei tuoi occhi si apriranno anche gli occhi di quei bambini che nel tuo sogno cadevano sotto i colpi dei mortai quanto di quelli dell’ignoranza e dell’odio. Un odio inutile, ma paradossalmente efficace come tutte le cose inutili alle quali abbiamo dato prevalenza nella nostra umanità… mancata, tradita, persa. 

Non è un sogno, però, ed è più di un incubo quello che ti perseguita se cominci a guardare all’essenza e alla verità di quanto ti circonda e che spesso si costruisce sul dolore nascosto o non visto di coloro che sembrano strumenti della nostra felicità mentre non sono che la dimostrazione della nostra vergogna o, meglio , di ciò di cui dovremmo vergognarci. Così cominci a provare un dolore cupo che pervade ogni istante della notte e del giorno perché non hai rinunciato alla tua umanità, non l’hai resa anche tu inutile come hanno fatto troppi altri. 

Vuoi rendere efficace la tua umanità. Hai quasi vergogna di gioire per i tuoi piccoli o grandi successi, hai quasi paura di credere che sia vero, hai quasi nostalgia del silenzio che fino a poco prima ti circondava perché la sola idea di stare andando avanti ti fa sentire il divario tra te e quelli che giacciono, inespressi, nel terreno macchiato di sangue di ogni confine e di ogni terra. Hai paura di essere felice non perché temi la fine della tua felicità, ma perché temi la distanza: la distanza tra quello che tu provi e quello che a troppi altri non è dato più di provare mentre tu te ne stai comodo sulla tua poltrona o sul tuo divano di pelle. 

Ti interroghi, lo hai fatto finora e sai che il rischio del nostro tempo è l’abitudine e l’egoismo che mutano in indifferenza. La stanchezza pervade le tue membra e ogni fibra della tua mente. No, non per quello che hai conquistato, sarebbe stanchezza sana e legittima questa, ma temi la stanchezza per quello per cui non hai lottato e che è rimasto fuori da te mentre in troppi crollavano al suolo senza sapere né capire perché. 

Tu i tuoi libri li scrivi e li compri, ma c’è chi li raccoglie tra le macerie. Questa è la distanza tra te e loro. Una distanza che ti mette al sicuro, certo, ma ti condanna anche al pensiero dei tanti occhi, lì sotto le case crollate, che avrebbero potuto leggerti,  alle tante orecchie che avrebbero potuto sentir parlare di te, alle tante labbra che avrebbero potuto pronunciare il tuo nome, alle tante mani che avrebbero potuto scriverti o scrivere e pensare meglio di te. 

Questo è l’inferno. Sapere che tu andrai avanti, parlerai e scriverai, gioirai e gemerai, sognerai o avrai incubi, ma li avrai! Sarai comunque “fuori”, al sicuro mentre degli altri resta solo il lamento confuso, ormai, nel proliferare delle tue azioni quotidiane che cancellano il presente che non ti appartiene. 

No, non è un eccesso di senso di colpa, so bene di non essere responsabile in prima persona di tante cose e di tanti silenzi, ho vissuto tante guerre da lontano senza averne responsabilità diretta. Eppure, le guerre continuano, un giorno mi sfioreranno ancora più da vicino. Sarà quello il tempo della mia responsabilità o lo è già ora? La mia responsabilità è nel non dovermi sentire “fuori”, estranea. La pace si costruisce dall’interno, dal piccolo e non sui massimi sistemi, si edifica sulla rinuncia e sulla condivisione. 

Sono io responsabile? No, mi dico; eppure, siamo tutti colpevoli, tutti puniti (W. Shakespeare, Romeo and Juliet), perché? Perché quando si tratta di vita umana, ne siamo tutti parte, una parte. Perché? “risposta non c’è… ma forse chi lo sa… soffiata nel vento sarà…” recita la canzone Blowing in the Wind. 

Il caldo vento del deserto e della solitudine ghiaccia i sensi e lo spirito. Non capite? Nessuno capisce che uccidere i bambini, di qualsiasi razza cultura religione popolo colore, significa uccidere l’umanità e il futuro il passato il presente? Questo non è un genocidio, è un “universicidio”, è dei bambini il colore della vita.

Sento che mi manca il respiro… Vorrei poter gridare al mondo: “alzate tutti le mani, da una parte e dall’altra della linea di difesa di ogni linea di difesa. Le mani servono ad accarezzare ad accogliere a lavorare non ad uccidere… è in questi momenti che vorrei essere un “potente della Terra”, ma non basterebbe, perché la pace non si può comandare… dal mio nulla, allora, io vi imploro:  “alzate tutti le mani e abbassate il capo dinanzi all’innocenza, please!”.

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