Edgar Morin: La testa ben fatta

L’autore è già una garanzia, il tema è un viatico per immergersi nel mondo della cultura e della scuola se cultura e scuola si amano davvero.
Così mi si è presentato fin dalle prime parole questo libro di Edgar Morin, La testa ben fatta (Raffaello Cortina, 2020), il cui sottotitolo “Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero” non lascia dubbio alcuno sul significato del testo né sulle intenzioni dello studioso. Ed è proprio così, si tratta di una proposta di riforma e dell’insegnamento e del pensiero insieme, poichè inscindibili, poichè non si può pensare all’insegnamento senza un pensiero e non si può pensare a al pensiero senza l’insegnamento. Mi appare, fin dalle prime righe, persino fin dalla dedica che, rivolgendosi agli studenti recita “utilizzare i miei capitoli per prendere in mano la loro educazione“, ecco, è già qui l’essenza di una riforma possibile e dell’insegnamento e del pensiero, ed è la consapevolezza di sé, dell’altro, della realtà, della sua molteplicità e planetarietà, poiché “la complessità è una sfida da raccogliere“.

Dal testo si evince molto bene la visione neoumanista di Edgar Morin, il suo tentativo di indicare nell’iperspecializzazione frammentaria delle conoscenze un limite alla conoscenza stessa e alla coscienza intesa come consapevolezza attiva verso la realtà propria e degli altri. Di grande interesse, per me, la sua visione planetaria dell’esistenza che provoca una revisione dell’organizzazione e del sapere secondo un codice che non eviti le sfide, non debelli le incertezze, ma rafforzi lo spirito dell’uomo nel confrontarsi con esse mantenendo viva la curiosità verso la conoscenza, ma orientando tale curiosità verso il nostro tempo.
Ogni conoscenza, ogni cultura, ogni definizione di sé e dell’altro non può essere esente dal dubbio, ma è proprio questo che è in grado di interconnettere un pensiero che si apra a un contesto planetario dove conoscere l’umano non significhi “separarlo dall’universo, ma situarvelo“. Difatti, imparare a vivere non richiede solo conoscenza, ma trasformazione, disposizione a una trasformazione che affini l’etica della comprensione umana. A tal fine, l’educazione deve contribuire all’auto-formazione della persona, creare una cultura per la modernità, e fare in modo che tale cultura generi quella che Morin, con una definizione che reputare “eccellente” è ben poca cosa, chiama “cittadinanza terrestre“.
Sono moltissimi gli spunti di riflessione in questa opera, ma sono spunti che si traducono in fatti concreti nella proposta di unire le scienze umane e quelle scientifiche affinché operino in armonia per la salvaguardia e il ben-essere della persona umana. Così, Morin, passa in analisi i diversi insegnamenti e dà indicazioni affinchè nei diversi corsi di studio, dalla primaria fino all’università, si possa effettivamente passare a una riforma generatrice di pensiero, “il pensiero complesso” come lo definisce Morin non perché “difficile”, ma perché attribuisce alla complessità e alla molteplicità la possibilità di superare la stasi del pensiero riconoscendo che solo nella complessità e nell’alterità “l’io” ha ragione di esistere come forma e continuazione del “noi”, cioè l’altro che siamo anche noi.

The author is already a guarantee, the theme is a viaticum to immerse yourself in the world of culture and school if culture and school really love each other.
This is how this book by Edgar Morin, La testa ben fatta (Raffaello Cortina, 2020) presented itself to me from the very first words, whose subtitle “Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero” leaves no doubt about the meaning of the text or the intentions of the scholar. And that’s right, it is a proposal for reform and teaching and thinking together, as they are inseparable, since one cannot think of teaching without a thought and one cannot think of thought without teaching. It appears to me, from the very first lines, even from the dedication that, addressing the students, it says “use my chapters to take their education in hand”, here is already the essence of a possible reform and of teaching and thought, and it is the awareness of oneself, of the other, of reality, of its multiplicity and planetarity, since “complexity is a challenge to be taken up”.

From the text, the neo-humanist vision of Edgar Morin is very clear, his attempt to indicate in the fragmentary hyperspecialization of knowledge a limit to knowledge itself and to consciousness understood as an active awareness of one’s own reality and of others. Of great interest to me is his planetary vision of existence that causes a revision of organization and knowledge according to a code that does not avoid challenges, does not eradicate uncertainties, but strengthens the spirit of man in dealing with them while maintaining long the curiosity towards knowledge, but orienting this curiosity towards our time.
Every knowledge, every culture, every definition of oneself and of the other cannot be exempt from doubt, but it is precisely this that is able to interconnect a thought that opens up to a planetary context where knowing the human does not mean “separating it from universe, but situate it “. In fact, learning to live requires not only knowledge, but transformation, the disposition to a transformation that refines the ethics of human understanding. To this end, education must contribute to the self-formation of the person, create a culture for modernity, and make sure that this culture generates what Morin, with a definition that he considers “excellent” is very little, calls “terrestrial citizenship”.
There are many points for reflection in this work, but they are ideas that translate into concrete facts in the proposal to unite the human and scientific sciences so that they work in harmony for the protection and well-being of the human person. Thus, Morin analyzes the different teachings and gives indications so that in the various courses of study, from primary to university, it is possible to actually pass to a reform generating thought, “complex thinking” as Morin defines it not because ” difficult “, but because it attributes to complexity and multiplicity the possibility of overcoming the stasis of thought by recognizing that only in complexity and otherness does” I “have reason to exist as a form and continuation of” we “, that is the other that we are too .

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