Pier Aldo Rovatti: In Virus Veritas

Mi sono imbattuta in questo agile volume di Pier Aldo Rovatti, In virus veritas, (ilSaggiatore, 2020), quasi per caso, eppure gli spunti di riflessione e le suggestioni che mi ha comunicato non sembrano un caso, né spariranno in un battibaleno.
Il libricino, infatti, in appena 94 pagine fa una interessante riflessione e analisi sul periodo di pandemia che ci sta attraversando più di quanto noi stiamo attraversando lui. Sono riflessioni che cominciano con il primo lockdown di febbraio 2020 e si concludono con la prima riapertura del maggio 2020 intessendo capitolo per capitolo non un pensiero sterile su quanto ci è accaduto, ma un’opportunità per comprendere e assumere grazie al vissuto la possibilità di un cambiamento e un’assunzione di responsabilità individuale rispetto a quello che vivremo in futuro.
Per la prima volta da tempo, il termine “individuale” non è associato a chiusura rispetto al resto del mondo, ma a “responsabilità” che si coniuga verso se stessi ma anche verso gli altri. È proprio la capacità individuale di ciascuno di assumere responsabilità personale verso il presente da vivere che investe nel significato sia di comunità che di libertà senza che questi termini siano abusati da una fazione o dall’altra.
La persona, cioè, ha da operare una scelta individuale sui comportamenti e sui modi di essere, ma tale scelta non è finalizzata a se stessi quanto all’intera comunità.
Già il titolo, In virus veritas, che è poi quello che mi ha colpito e attirato alla lettura, è una scelta di campo. Voglio dire, dal virus, oltre il dolore e la sensazione di sopraffazione, ciascuno può ricavare una verità su se stesso. La chiusura obbligatoria, il distanziamento sociale, l’isolamento, non sono lezioni a breve termine e, per evitare le loro derive possibili che sfociano nell’autoritarismo che potrebbe abusarne per controllarci, è necessaria una presa di coscienza del cambiamento e la decisione a non lasciarsi dominare dalle informazioni confuse e contradditttorie quanto, piuttosto, a essere noi stessi i protagonisti di un tempo che non potrà mai più essere come quello vissuto in precedenza.
Se il “liberi tutti” significherà un calo di attenzione e anzi un tentativo di sfogare nell’eccesso la solitudine e l’isolamento sopportati, la lezione che ne avremo ricavato sarà stata inutile, ma se ciascuno contribuirà al cambiamento, alla cura e all’attenzione per l’altro oltre che per se stessi, il bivio tra il prima e il dopo potrà essere una prova da superare sviluppando una condizione soggettiva di responsabilità. un insegnamento a lungo termine, un insegnamento che può offrire tanto non solo nel caso sella pandemia, ma ogni qualvolta sia messa in dubbio la presunta stabilità cui ci abbranchiamo automaticamente senza sceglierla e viverla.

I came across this nimble volume by Pier Aldo Rovatti, In virus veritas, (ilSaggiatore, 2020), almost by chance, yet the food for thought and suggestions that it communicated to me do not seem a coincidence, nor will they disappear in a flash. The little book, in fact, in just 94 pages, makes an interesting reflection and analysis on the pandemic period that is going through us more than we are going through it. These are reflections that begin with the first lockdown of February 2020 and end with the first reopening of May 2020, weaving chapter by chapter not a sterile thought on what happened to us, but an opportunity to understand and assume, thanks to the experience, the possibility of a change and an individual responsibility for what we will experience in the future. For the first time in a long time, the term “individual” is not associated with closure from the rest of the world, but with “responsibility” that is combined with oneself but also with others. It is precisely the individual capacity of each to assume personal responsibility towards the present to live that invests in the meaning of both community and freedom without these terms being abused by one faction or another. That is, the person has to make an individual choice about behaviors and ways of being, but this choice is not aimed at oneself but for the whole community. The title, In virus veritas, which is what struck me and attracted me to reading, is already a choice of field. I mean, from the virus, beyond the pain and the feeling of overwhelm, everyone can derive a truth about themselves. Mandatory closure, social distancing, isolation, are not short-term lessons and, to avoid their possible drifts that lead to authoritarianism that could abuse them to control us, it is necessary to become aware of change and the decision not to letting ourselves be dominated by confused and contradictory information but rather to be the protagonists of a time that will never be like the one we lived previously. If the “free all” means a decrease in attention and indeed an attempt to vent the loneliness and isolation endured into excess, the lesson we will have learned from it will have been useless, but if everyone contributes to change, care and attention to the other as well as to oneself, the crossroads between the before and the after could be a test to be overcome by developing a subjective condition of responsibility. a long-term teaching, a teaching that can offer so much not only in the case of the pandemic, but whenever the presumed stability to which we automatically grasp without choosing and living it is questioned.

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