Bell Hooks: Teaching to Transgress

Teaching to Transgress. Education as the Practice of Freedom (Routledge, New York-London, 1994) is a book by Bell Hooks whose voice, despite the years that have elapsed since the date of its first publication, is always alive, important and with a current and concrete reflection to make practical training and education. There are many traces marked by this very interesting volume including multiculturalism, genders, education as training. This last aspect is what fascinated me the most since I believe that, today, the other two must be considered an acquired part of a society that wants to make training the bulwark and banner of human and social growth. With this I do not mean that the problems related to ethnic or gender difference are overcome, on the contrary, but I want to indicate that the solution is in culture, in the change of the selective vision of human beings and their experiences as we are all part of the same. humanity and differences can only be mutual gifts. I mean, I mean, I totally agree with Bell Hooks when he explains that going to school doesn’t have to be a requirement to make yourself the same as others, but to learn to be yourself. Although even today there is a tendency to mistreat the desire for learning and to rob its freedom in order to be able to better control its contents, it is precisely this freedom that teachers and students must strive for to increase the meaning and value of every life that is worth living, experiencing, proposal. Only in this spirit is it possible to realize that school in which the right to “pleasure”, that is the joy of being together to learn, becomes not only a motivation for learning itself, but also a spur to experience school not as a place for information, but as a growth garden. The pleasure and enthusiasm of training is the result of a collective and reciprocal effort where teachers and learners share the same freedom and contribute together to the building of freedom. It is a very demanding sharing of growth that implies a change in the perception of the other as well as of oneself, in fact, one must not be the same but be oneself. It is in this exchange that, in the transgression of empty habits, it is possible to learn to be, to define, to construct by subverting the canons of a sterile formation and to give new strength and new vigor to formation as a liberating practice of being, of its needs, of even inconsistencies, but nonetheless, a liberation that edifies human beings in a reality devoid of prejudice and discontent.

Teaching to Transgress. Education as the Practice of Freedom (Routledge, New York-London, 1994) è un libro di Bell Hooks la cui voce, nonostante gli anni trascorsi dalla data della prima pubblicazione, resta sempre viva, importante e con una riflessione attuale e concreta da rendere pratica della formazione e dell’educazione.
Molteplici sono le tracce segnate da questo interessantissimo volume che si trova anche in italiano (Bell Hooks, Insegnare a trasgredire: L’educazione come pratica della libertà, Meltemi), tra cui la multiculturalità, i generi, l’educazione come formazione.
Questo ultimo aspetto è quello che mi ha affascinato di più poiché credo che, oggi, gli altri due debbano essere considerati parte acquisita di una società che voglia fare della formazione il baluardo e lo stendardo della crescita umana e sociale. Con questo non voglio dire che i problemi relativi alla differenza etnica o a quella di genere siano superati, anzi, ma voglio indicare che la soluzione è nella cultura, nel cambiamento della visione selettiva degli esseri umani e delle loro esperienze in quanto siamo tutti parte della stessa umanità e le differenze non possono che essere doni reciproci. Voglio dire, insomma, che concordo perfettamente con Bell Hooks quando spiega che andare a scuola non deve essere un’esigenza per rendere se stessi uguali agli altri, ma per imparare a essere se stessi.
Sebbene ancora oggi si tenda a bistrattare il desiderio di apprendimento e a depredarlo della sua libertà per poterne controllare meglio i contenuti, è proprio a questa libertà che docenti e studenti devono tendere per accrescere di significato e valore ogni vita che è degna di essere vissuta, sperimentata, proposta.
Solo in questo spirito è possibile realizzare quella scuola in cui il diritto al “piacere”, cioè alla gioia di stare insieme per apprendere, diventa non solo motivazione all’apprendiento stesso, ma anche sprone a vivere la scuola non come luogo di informazioni, ma come giardino di crescita.
Il piacere e l’entusiamo della formazione è frutto di uno sforzo collettivo e reciproco dove docenti e discenti partecipano della stessa libertà e concorrono insieme all’edificazione della libertà. Si tratta di una condivisione di crescita molto impegnativa che sottintende un mutamento nella percezione dell’altro come anche di se stessi; non bisogna, infatti, essere uguali ma essere se stessi. È in questo scambio che, nella trasgressione delle vuote consuetudini è possibile imparare a essere, definire, costruire sovvertendo i canoni di una formazione sterile e dare nuova forza e nuovo vigore alla formazione come pratica liberatoria dell’essere, dei suoi bisogni, delle incoerenze anche, ma, comunque, una liberazione che edifichi gli esseri umani in una realtà priva di pregiudizi e scontento.

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