Loredana De Vita: Oltre lo specchio

Nella giornata dedicata alla donna nel lavoro e nella scienza, desidero offrire il contributo del sedicesimo capitolo del mio libro “Oltre lo specchio. Immagini e cultura del femminile” (Nulla die, 2014):

“Donna, scienza e lavoro”

«Le donne che vogliono fare ricerca devono conoscere la regola dei tre metalli. È una regola fondamentale: salute di ferro, nervi di acciaio, marito d’oro.» È una fisica, una giovane scienziata, quella che chiude il suo intervento con queste parole cocenti d’ironia, ma centranti in pieno quella che è la considerazione ricevuta da una donna in campo scientifico (e, ahimè, non solo!).

Queste parole, e le altre che le precedono, sono la denuncia di una chiara evidenza della scarsa presenza femminile nelle discipline scientifiche soprattutto quando tale presenza non attiene al campo scolastico, dove, per fortuna, aumentano le donne di discipline scientifiche, sebbene una sorta di accettazione dipenda più dal legame atavico tra donna/maestra che all’effettivo riconoscimento di doti scientifiche.

Com’è possibile spiegare tale ridotta presenza in campo scientifico? I motivi principali sono almeno di tre ordini:

1. Stereotipi nell’istruzione. Si pensa ancora oggi che i ragazzi siano più dotati delle ragazze nell’apprendimento delle discipline scientifiche. La mia pluriennale esperienza scolastica mi dimostra quanto questo sia falso, poiché anzi sono molte le ragazze che manifestano una superiore capacità intuitiva e analitica rispetto ai compagni maschi spesso più superficiali e arruffoni.

2. Eccessiva interferenza genitoriale sulla scelta universitaria. Quando si tratta di figlie, spesso i genitori tendono a indirizzarle verso studi umanistici o comunque verso l’insegnamento, consapevoli di un più semplice inserimento lavorativo scolastico (oggi, in verità, non è più così semplice riuscire a entrare a lavorare in una scuola, ma questo è un altro discorso) rispetto all’ingresso in ambiti più peculiarmente scientifici e di ricerca. Questo è spesso vero, soprattutto in un periodo di così profonda crisi lavorativa per i giovani che sempre più sono obbligati a risiedere all’estero per sperare in una buona occasione d’impiego con soddisfazione delle competenze acquisite. Questo trasferimento facilita il movimento di disgregazione familiare, ed è considerata una responsabilità soprattutto della donna quella di conservare o no l’unione del nucleo familiare, possibilmente nei pressi del ceppo di origine, anche se questo significa rinunciare a una gratificazione professionale. Oggi, purtroppo, neanche il risalire alla responsabilità maschile o femminile di tale allontanamento può essere motivo di quaestio, poiché né per gli uomini, né per le donne è facile trovare una sistemazione lavorativa, scienziati o meno.

3. Stereotipi pubblicitari. Questi presentano la donna in ruoli lavorativi dipendenti (segretarie, infermiere, ecc.) difficilmente come tecnici o esperti del settore rappresentato. Esse dipendono sempre dagli uomini, anche quando non sono mogli o madri. Quando, raramente, sono rappresentate nella funzione di manager o sono la fotocopia degli uomini in carriera o sono manager del sesso nel senso che la loro professionalità apparente serve solo a coprire la sensualità di fondo che serve per attrarre il pubblico a comprare un prodotto invece che un altro. Non sono mai scelte per la loro abilità della gestione, ma per il mito di un corpo perfetto in una donna perfetta che ha tutto perché ha quel corpo, altrimenti neanche esisterebbe.

Queste tre categorie di motivazione cui, indubbiamente, se ne potrebbero aggiungere altre (motivi religiosi, etici, secondo le culture di riferimento), servono a mio parere ad alimentare una discriminazione che non ha ragione di esistere, se non per altro, almeno perché è dimostrato che non esiste una predisposizione genetica dei maschi verso le materie scientifiche e, per contro, delle donne verso le materie umanistiche. A questo proposito conosco molti docenti uomini di materie umanistiche consapevoli, competenti e abili nel loro ruolo di umanisti almeno quanto altrettante donne ugualmente preparate e responsabili nel loro ruolo di scienziate.

Perché, allora, le donne sono così poco rappresentate ai vertici delle carriere scientifiche sia nel pubblico sia nel privato? A dire il vero bisognerebbe domandarsi perché le donne sono così poco rappresentate in generale. E perché quelle poche devono essere considerate come delle mosche bianche degne di approvazione, ma anche di studio cioè analisi?

Se cerchiamo la risposta nel numero inferiore di donne iscritte a facoltà scientifiche, cadiamo in errore, poiché come ci suggerisce la stessa Ortore, i problemi di discriminazione ed esclusione non si verificano durante il corso di laurea ma dopo. La scarsa presenza femminile nella carriera scientifica produce un enorme spreco di risorse umane e culturali che hanno comunque, anche se si prova a negarlo o a dimenticarlo, una storia molto antica.

Questa discriminazione è un’altra delle forme di separazione tra i generi, un altro modo per seppellire la differenza nell’angusto ambito di una diversità che si presenta non come possibilità di confronto e di armonia ma per ridefinire e standardizzare l’inferiorità (o superiorità) di un genere rispetto all’altro. Una nuova storia di emarginazione, dove il gender gap è molto evidente e soprattutto nelle aree scientifiche dove le donne sono ancora molto marginali pur essendo molto brave e talvolta più preparate e motivate dei propri colleghi.

È come se le donne, in quest’ambito, fossero chiuse in una campana di vetro. All’interno della stessa è loro consentito di prepararsi, diplomarsi, laurearsi, specializzarsi percorrendo come una scala a chiocciola ripidissima alla cui sommità c’è la porta che si apre verso tutto il mondo fuori quella campana. Man mano che si sale quella scala diviene più ripida e si teme (o si sogna?) che quel soffitto di vetro possa improvvisamente infrangersi. Le poche donne che riescono a risalire fino in cima faranno l’amara scoperta che quella porta si apre solo dall’esterno e che un oscuro figuro, maschio ovviamente, la apre solo di tanto in tanto per fare uscire (o entrare?) qualche rara superstite. L’immagine è favolistica, qualcuno dirà, prettamente femminile ma non per questo è meno reale e forse il sogno del soffitto infranto è la testimonianza di una delle qualità più tipicamente femminili: la perseveranza.

Per fortuna oggi il dibattito su quest’argomento è più che mai aperto, segno che quella perseveranza può condurre a buon fine la lotta della donna per essere se stessa (così come anche l’uomo deve fare), in qualsiasi campo si decida di sviluppare le proprie doti e i propri interessi. Altra fortuna: anche qualche voce maschile aiuta a flettere e ridurre il gender gap anche nel settore scientifico. Penso a Gabriele Lolli che confuta l’idea secondo cui le donne non hanno abilità per il pensiero astratto, ma anzi, il silenzio sull’abilità matematica delle donne ha perpetuato un danno non solo alle donne stesse, ma alla disciplina matematica. Forse è anche il caso di ricordare, soprattutto in campi specialistici dove l’equità del sistema è una garanzia del sistema stesso, che la discriminazione di genere è una violazione dei diritti umani e che l’eccellenza (ironia della sorte, termine di genere femminile singolare) non opera discriminazioni né di razza né di genere poiché l’efficacia e l’efficienza dell’intero sistema scientifico (come di qualsiasi altro sistema) si nutre e cresce grazie alla preparazione e formazione sia di uomini sia di donne, soprattutto in un’epoca in cui viviamo un graduale aumento dell’invecchiamento della popolazione con conseguente diminuzione della percentuale giovane del paese.

È innegabile che spesso la donna si trovi a dover dividere il proprio tempo tra la gestione familiare e quella del lavoro e della propria formazione permanente ed è altrettanto vero che questa situazione divenga condizione di altra discriminazione; per questo gli uomini e le donne, insieme, devono imparare a dividersi questi ruoli sociali affinché nessuno ne resti schiacciato.

Il valore sociale della maternità non deve essere sminuito, ma accanto a esso deve svilupparsi il valore sociale della paternità perché è vero che la donna ha bisogno di scoprire e vivere la propria dimensione professionale, ma lo è altrettanto che l’uomo possa e debba scoprire e vivere la propria dimensione familiare. Io suggerisco una prospettiva in cui uomini e donne siano consapevoli dell’importanza di entrambi i loro ruoli e della loro possibile conciliazione senza essere esclusi dall’uno o dall’altro. Basta dunque alle donne con l’eterno grembiulino e i bigodini; basta anche agli uomini valigetta ventiquattrore e chiavi della macchina in mano, pronti a scappare a ogni altro genere d’incombenza. Da questo punto di vista le leggi dello Stato dovrebbero assicurare la possibilità per l’uomo e per la donna, di realizzarsi in maniera integrale e integra favorendo soluzioni lavorative che consentano agli uni e agli altri di realizzarsi pienamente senza correre il rischio di perdere il lavoro per una maternità o di dover spendere il proprio salario completamente per la gestione dei figli alla ripresa del lavoro. Basterebbero asili nido all’interno dei luoghi di lavoro o con questi associati incrementando così non solo il lavoro stesso riducendone lo stress, ma anche creando nuovi posti di lavoro.

Credo che sia evidente a tutti l’ingiustizia contro le donne che lavorano e che troppo spesso si vedono costrette a scegliere di abbandonare il lavoro perché abbandonate in un momento serissimo e importantissimo come una gravidanza o il periodo immediatamente successivo. Spesso le donne che resistono, sono soggette a mobbing, sono declassate rispetto alle proprie abilità professionali e, spesso, alla firma del contratto sono obbligate a firmare documenti di rinuncia al lavoro in caso di gravidanza. Ancora, al momento dell’impiego una delle domande costanti si riferisce non alla professionalità e preparazione al lavoro, quanto se si è sposate, se si hanno figli o si intende averne, questo diventa discriminante: è un’ingiustizia cui porre riparo e nessuno può lavarsene le mani.

Tornando alle donne e la scienza, è possibile dimostrare che l’esclusione femminile o il suo limitato inserimento in questo settore ha alle spalle una lunga storia di antenate, sebbene nel novero delle donne che sono riuscite a oltrepassare quella porta della campana di vetro ci siano anche donne famosissime oggi per le loro scoperte in campo scientifico. A molte donne si devono tante conoscenze e competenze di oggi, molte hanno posto le basi per successive ricerche e successi scientifici, ma furono discriminate e sottovalutate.

Antenate, donne nella scienza che hanno lasciato il proprio segno sebbene spesso mandate al rogo come streghe tanto era difficile accettare che una donna potesse avere una tale capacità mentale, dimenticando, forse, che la forza fisica non ha nulla a che vedere con la capacità mentale di una persona donna o uomo che sia. Invece, forse la grande abilità intuitiva di una donna e la sua capacità di adattarsi alle condizioni ambientali possono aver favorito un processo mentale deduttivo e induttivo tale da aver consentito a moltissime donne (per lo più ignote alla maggior parte) di seguire e scoprire processi scientifici di grande utilità ancora ai nostri giorni.

Qui di seguito un brevissimo elenco di donne che nei secoli hanno segnato i successivi sviluppi scientifici, spesso senza riceverne nessun plauso. Esse sono solo una parte minima ma rappresentativa e interessante di tutte quelle che nella scienza hanno agito segnando i primi passi per il futuro che è oggi e che sarà domani.

La prima che in ordine di tempo ha suscitato il mio interesse è Ipazia (370-415), figlia del filosofo Teone e da questo educata verso la perfezione (in quel tempo le donne erano considerate inferiori al punto da non essere in grado di apprendere). Sapere di Ipazia che, seguendo i principi neoplatonici, indagava sulla libertà di pensiero è stato per me una cosa straordinaria e terribile per quello che deve aver provato a vivere nell’ombra, a essere accusata e rifiutata da tutti, ma non si è fermata, fino alla morte. Infatti, dei monaci fanatici la uccisero seguendo l’ordine di Cirillo di Alessandria. Morì di una morte atroce: le cavarono gli occhi (simbolo di sapienza, ma anche con valore esoterico) mentre era ancora in vita, poi fu fatta a pezzi e bruciata perché di lei non restasse segno alcuno. Di conseguenza, le sue indagini sul pensiero, insieme con quelle del padre, divennero possesso ecclesiastico e di esse a lungo non si poté più parlare. Ipazia inventò anche dei modelli di astrolabio, planisfero e idroscopio; fu l’unica matematica donna per più di un millennio.

In Polonia, nel 1610, nacque Maria Cunitz, considerata come una specie di seconda Ipazia. Parlava sei lingue, conosceva bene la matematica. Riuscì a evidenziare gli errori commessi da Keplero sulla posizione dei pianeti, perfezionandone i dati. Fu ovviamente criticata per il suo trascurare i lavori domestici in favore dell’interesse scientifico per l’osservazione degli astri.

Nel 1646 nacque a Venezia Elena Cornaro Piscopia, fu la prima donna al mondo a laurearsi e in Teologia! A Bologna, nel 1711, nacque Laura Bassi che si laureò in filosofia nel 1732, ma che poté insegnare solo con l’approvazione del Senato Accademico proprio perché era una donna. Fu, comunque, la prima docente universitaria in Italia. In Inghilterra, nel 1815, nacque Ada Augusta Byron King, nota come Lady Lovelace, figlia del noto poeta Lord George Byron. È considerata la prima donna programmatrice della storia informatica. Nel 1979 negli Stati Uniti fu sviluppato un linguaggio di programmazione per sistemi di calcolo che fu chiamato ADA in suo onore e in onore dei suoi studi in proposito. Nel 1842, nel Massachusetts nasce Ellen Swallow Richards, considerata oggi fondatrice dell’ecologia ambientale. Una scienza nuova, all’epoca, e che andava anche controcorrente rispetto alla necessità di produzione di un sistema industriale in crescita. Pensate che la Richards progettò la sua casa con sistemi di ventilazione e riscaldamento in un’epoca in cui il problema non era minimamente sentito. Eppure i suoi numerosi testi furono catalogati sotto la voce economia domestica. Ironia della sorte, oggi viviamo e soffriamo proprio per quei problemi e quella mancata attenzione alla natura di cui la scienziata fu promotrice attenta e consapevole. Di Madame Curie, Maria Sklodowska Curie (1867-1934), si sa qualcosa di più sebbene il suo nome sia sempre legato a quello del marito insieme al quale ricevette nel 1903 il Premio Nobel per la Fisica. Maria Montessori (1870-1952), è un altro nome conosciuto. Ma forse non tutti sanno che per seguire la propria inclinazione verso la Medicina, dovette iscriversi a questa Facoltà (a La Sapienza di Roma) contro il parere dei genitori. Oggi il suo metodo didattico è noto in tutto ilmondo. Rita Levi Montalcini (1909), di cui sono noti gli studi, i successi, dovette scontrarsi con la famiglia per seguire i suoi interessi scientifici. Quanto avremmo perso se le fosse stato impedito di andare fino in fondo? Nel 1934 nasce a Londra un personaggio non molto noto ai non esperti il cui valore etico di persona è pari al suo amore per la scienza Jane Goodall. Con i suoi studi la Goodall ha fornito la base per la conoscenza dei primati e ha modificato la concezione dei rudi sessuali nell’evoluzione umana. Infine, nasce in India nel 1952, Vandana Shiva, laureata in Fisica ma con una profonda e attenta riflessione sul rapporto tra ecologia e femminismo. Vandana Shiva, nel suo ruolo femminile, opera in Asia, Africa, America Latina per suggerire modelli di vita slegati dall’economia di mercato e più a dimensione dell’uomo. Spesso ha denunciato gli interessi delle multinazionali e i problemi etici e ambientali che ne derivano scatenando così su di sé notevoli critiche.

Ecco, tutte donne (e sono solo una micro parte in quest’universo femminile nascosto); donne che, anche grazie alla scienza, hanno saputo non solo contribuire alla scoperta del mondo, ma che, soprattutto nel Novecento, hanno lavorato perché la scienza fosse al servizio del bene dell’umanità, di tutta l’umanità e il creato, in misura del bene per tutti e non per quello del mercato dei pochi. Non sono donne queste? Sì!

Ci sono, dunque, molti miti che vanno sfatati: tutti quelli che giudicano le persone per categorie di genere; tutti quelli che fanno della professionalità una questione di genere e non di competenza e di servizio; tutti quelli che esaminano le differenze come se queste fossero dei tabù oltre i quali nessuna delle parti può sopravvivere. Ogni pregiudizio, da una parte e dall’altra, rende le persone meno vere a prescindere dal proprio sesso e dalla sessualità attraverso la quale si sceglie di esprimersi.

Arte, scienza, cultura… storie di persone, di un’umanità completa, onnicomprensiva in cui uomo, donna, omosessuali, contribuiscono tutti alla realizzazione del progetto e dell’umanità di tutti e di ciascuno perché il mondo è perfetto proprio perché è totale, onnicomprensivo, perché dentro c’è ogni cosa, anche il negativo; il mondo è perfetto proprio perché è imperfetto… e di questa imperfetta perfezione è bello essere parte… e solo una parte.

On the day dedicated to women in work and science, I would like to offer the contribution of the sixteenth chapter of my book “Beyond the mirror. Images and culture of women “(Nulla die, 2014):

“Woman, science and work”

“Women who want to do research must know the three metal rule. It is a fundamental rule: iron health, nerves of steel, a golden husband. ” She is a physicist, a young scientist, the one who closes her speech with these burning words of irony, but fully centering what is the consideration received by a woman in the scientific field (and, alas, not only!). These words, and the others that precede them, are the denunciation of clear evidence of the scarce presence of women in scientific disciplines, especially when this presence does not concern the scholastic field, where, fortunately, women in scientific disciplines increase, although a sort of acceptance depends more on the atavistic bond between woman / teacher than on the actual recognition of scientific skills. How can this reduced presence in the scientific field be explained? The main reasons are of at least three orders: 1. Stereotypes in education. It is still believed today that boys are more gifted than girls in learning scientific disciplines. My many years of school experience shows me how false this is, since indeed there are many girls who show a superior intuitive and analytical ability compared to their often more superficial and disheveled male companions. 2. Excessive parental interference on university choice. When it comes to daughters, parents often tend to direct them towards humanistic studies or in any case towards teaching, aware of a simpler school job placement (today, in truth, it is no longer so easy to be able to enter a school, but this is another matter) compared to entering more specifically scientific and research fields. This is often true, especially in a period of such profound job crisis for young people who are increasingly forced to reside abroad to hope for a good job opportunity with satisfaction of the skills acquired. This transfer facilitates the movement of family disintegration, and it is considered a responsibility above all of the woman to maintain or not the union of the family unit, possibly near the stock of origin, even if this means giving up professional gratification. Today, unfortunately, not even the tracing of the male or female responsibility for this removal can be a reason for quaestio, since neither for men nor for women is it easy to find a job, scientists or not. 3. Advertising stereotypes. These present the woman in dependent working roles (secretaries, nurses, etc.) hardly as technicians or experts in the sector represented. They always depend on men, even when they are not wives or mothers. When, rarely, they are represented in the role of manager or are a photocopy of career men or are sex managers in the sense that their apparent professionalism only serves to cover the underlying sensuality that is needed to attract the public to buy a product instead of another. They are never chosen for their management skills, but for the myth of a perfect body in a perfect woman who has everything because she has that body, otherwise it wouldn’t even exist. These three categories of motivation to which, undoubtedly, others could be added (religious, ethical reasons, according to the reference cultures), serve in my opinion to feed a discrimination that has no reason to exist, if only for other reasons, at least because it is demonstrated that there is no genetic predisposition of males towards scientific subjects and, on the other hand, of women towards humanities. In this regard, I know many men teachers of humanities who are aware, competent and skilled in their role as humanists at least as many women are equally trained and responsible in their role as scientists. Why, then, are women so underrepresented at the top of scientific careers in both the public and private sectors? To tell the truth, one should ask why women are so underrepresented in general. And why should those few be considered as white flies worthy of approval, but also of study, ie analysis? If we look for the answer in the smaller number of women enrolled in scientific faculties, we fall into error, since as Ortore herself suggests, the problems of discrimination and exclusion do not occur during the degree course but afterwards. The scarce presence of women in the scientific career produces an enormous waste of human and cultural resources which, however, have a very ancient history, even if one tries to deny or forget it. This discrimination is another form of separation between genders, another way to bury the difference in the narrow ambit of a diversity that presents itself not as a possibility of comparison and harmony but to redefine and standardize inferiority (or superiority) of one gender over the other. A new story of marginalization, where the gender gap is very evident and especially in scientific areas where women are still very marginal despite being very good and sometimes more prepared and motivated than their colleagues. It is as if the women, in this context, were closed in a glass bell. Inside it, they are allowed to prepare, graduate, graduate, specialize by walking like a very steep spiral staircase at the top of which is the door that opens to the whole world outside that bell. As you go up that staircase it becomes steeper and you fear (or dream?) That that glass ceiling could suddenly break. The few women who manage to climb up to the top will make the bitter discovery that that door opens only from the outside and that a dark figure, obviously male, opens it only from time to time to let some rare out (or enter?) survivor. The image is fabulous, some will say, purely feminine but no less real and perhaps the dream of a broken ceiling is the testimony of one of the most typically feminine qualities: perseverance. Fortunately, today the debate on this topic is more open than ever, a sign that perseverance can lead to a successful end the woman’s struggle to be herself (as well as the man must do), in any field he decides to develop. their talents and interests. Another luck: even some male voices help to flex and reduce the gender gap even in the scientific sector. I think of Gabriele Lolli who refutes the idea that women do not have abilities for abstract thinking, but rather, the silence on women’s mathematical ability has perpetuated damage not only to women themselves, but to the mathematical discipline. Perhaps it is also necessary to remember, especially in specialized fields where the fairness of the system is a guarantee of the system itself, that gender discrimination is a violation of human rights and that excellence (ironically, a term of female gender singular) does not discriminate either by race or by gender since the effectiveness and efficiency of the entire scientific system (like any other system) is nourished and grows thanks to the preparation and training of both men and women, especially in a epoch in which we are experiencing a gradual increase in population aging with a consequent decrease in the young percentage of the country. It is undeniable that women often find themselves having to divide their time between family management and that of work and of their permanent training and it is equally true that this situation becomes a condition of other discrimination; for this reason men and women, together, must learn to divide these social roles so that no one is crushed by them. The social value of motherhood must not be diminished, but alongside it the social value of fatherhood must develop because it is true that women need to discover and live their own professional dimension, but it is equally so that men can and should discover and live your own family dimension. I suggest a perspective in which men and women are aware of the importance of both their roles and of their possible reconciliation without being excluded from one or the other. So enough for women with an eternal apron and curlers; enough for men with briefcases and car keys in hand, ready to escape from any other kind of task. From this point of view, the laws of the State should ensure the possibility for men and women to fulfill themselves in an integral and integral way, favoring work solutions that allow both of them to fully fulfill themselves without running the risk of losing their jobs. for a maternity leave or having to spend their wages completely on managing the children when they return to work. Nurseries within the workplace or with these associates would suffice, thus increasing not only the work itself by reducing stress, but also creating new jobs. I believe that the injustice against women who work is evident to everyone and that too often they are forced to choose to leave their jobs because they are abandoned in a very serious and very important moment such as a pregnancy or the immediately following period. Often women who resist, are subjected to mobbing, are downgraded with respect to their professional skills and, often, upon signing the contract they are obliged to sign documents to give up work in case of pregnancy. Again, at the time of the use go one of the constant questions refers not to professionalism and preparation for work, but if you are married, if you have children or intend to have them, this becomes discriminating: it is an injustice to be protected and no one can wash their hands of it. Returning to women and science, it is possible to demonstrate that female exclusion or its limited inclusion in this sector has a long history of ancestors behind it, although among the women who managed to cross that glass bell door there are even women who are very famous today for their discoveries in the scientific field. Many women are owed so much knowledge and skills today, many laid the foundations for subsequent research and scientific successes, but were discriminated against and underestimated. Ancestors, women in science who have left their mark although often burned as witches it was so difficult to accept that a woman could have such mental capacity, forgetting, perhaps, that physical strength has nothing to do with mental capacity of a person who is a woman or a man. Instead, perhaps the great intuitive ability of a woman and her ability to adapt to environmental conditions may have favored a deductive and inductive mental process such as to have allowed many women (mostly unknown to most) to follow and discover scientific processes still of great use today. Below is a very short list of women who have marked subsequent scientific developments over the centuries, often without receiving any applause. They are only a minimal but representative and interesting part of all those who have acted in science by marking the first steps for the future that is today and that will be tomorrow. The first that aroused my interest in chronological order is Hypatia (370-415), daughter of the philosopher Theon and educated by him towards perfection (at that time women were considered inferior to the point of not being able to learn) . Knowing about Hypatia who, following the Neoplatonic principles, was investigating freedom of thought was an extraordinary and terrible thing for me for what must have tried to live in the shadows, to be accused and rejected by everyone, but she did not stop, till death. In fact, fanatical monks killed her following the order of Cyril of Alexandria. She died of an atrocious death: her eyes were gouged out (symbol of wisdom, but also with esoteric value) while she was still alive, then she was torn to pieces and burned so that no sign of her remained. As a result, her inquiries into her thinking, together with those of her father, became ecclesiastical possession and they could not be talked about for a long time. Hypatia also invented models of the astrolabe, planisphere and hydroscope; she was the only female mathematician for more than a millennium. In Poland, in 1610, Maria Cunitz was born, considered as a kind of second Hypatia. She spoke six languages, she knew math well. She was able to highlight the mistakes made by Kepler regarding the position of the planets, perfecting the data. She was obviously criticized for her neglect of housework in favor of the scientific interest in the observation of the stars. In 1646 Elena Cornaro Piscopia was born in Venice, she was the first woman in the world to graduate and in Theology! In Bologna, in 1711, Laura Bassi was born who graduated in philosophy in 1732, but which she could teach only with the approval of the Academic Senate precisely because she was a woman. She was, however, the first university teacher in Italy. In England, in 1815, Ada Augusta Byron King was born, known as Lady Lovelace, daughter of the well-known poet Lord George Byron. She is considered the first female programmer in computer history. In 1979 a programming language for computing systems was developed in the United States which was named ADA in honor of her and in honor of her studies on her. In 1842, Ellen Swallow Richards was born in Massachusetts, today considered the founder of environmental ecology. A new science, at the time, and which also went against the tide with respect to the need for production of a growing industrial system. Think that Richards designed her house with ventilation and heating systems at a time when the problem was not felt at all. Yet her numerous texts were cataloged under the heading home economics. Ironically, today we live and suffer precisely for those problems and the lack of attention to nature of which the scientist was a careful and aware promoter. About Madame Curie, Maria Sklodowska Curie (1867-1934), something more is known about her although her name is always linked to that of her husband with whom she received the Nobel Prize in Physics in 1903. Maria Montessori (1870-1952), is another well-known name. But perhaps not everyone knows that to follow her inclination towards Medicine, she had to enroll in this Faculty (at La Sapienza di Roma) against the advice of parents. Today his teaching method is known all over the world. Rita Levi Montalcini (1909), whose studies and successes are known, had to clash with her family to pursue her scientific interests. How much would we have lost if she had been prevented from going through with it? In 1934 a character not well known to non-experts was born in London whose ethical value in person is equal to her love for science Jane Goodall. With her studies of her, Goodall provided the basis for the knowledge of primates and modified the conception of sexual rudes in human evolution. Finally, Vandana Shiva was born in India in 1952, graduated in Physics but with a deep and careful reflection on the relationship between ecology and feminism. Vandana Shiva, in her female role, works in Asia, Africa, Latin America to suggest life models disconnected from the market economy and more on a human scale. You have often denounced the interests of multinationals and the ethical and environmental problems that derive from them, thus unleashing considerable criticism on yourself. Here, all women (and they are only a micro part in this hidden female universe); women who, also thanks to science, have not only been able to contribute to the discovery of the world, but who, especially in the twentieth century, have worked so that science is at the service of the good of humanity, of all humanity and creation, to an extent of good for all and not for that of the market for the few. Aren’t these women? Yup! There are, therefore, many myths that must be dispelled: all those who judge people by gender categories; all those who make professionalism a question of gender and not of competence and service; all those who examine differences as if these were taboos beyond which neither party can survive. Every prejudice, on both sides, makes people less true regardless of their sex and the sexuality through which they choose to express themselves. Art, science, culture … stories of people, of a complete, all-encompassing humanity in which man, woman, homosexuals all contribute to the realization of the project and the humanity of each and every one because the world is perfect precisely because it is total, all-encompassing, because everything is inside, even the negative; the world is perfect precisely because it is imperfect … and of this imperfect perfection it is nice to be a part … and only a part.

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