More Than a Memory from the Past

I have worked for years and years on the theme of Memory. “I have worked” means that I have studied and analyzed the history from different points of view, read the testimonies and spoke with witnesses not only Jewish, studied some sources and documents, saw and reviewed and pinned the records of the “Nuremberg Trials” and many documentaries, also seen many films on the subject which, in addition to emotion, helped me to complete or better define a reconstruction. I have also read and studied for university purposes on the gulags, listened to opinions and seen documentaries that gave me a more complete picture of the situation. Thanks to my studies I was able to write two books on Memory, I was able to prepare an exhibition circulated in some schools with different reading paths, I was able to know and love the thoughts of some inmates, intellectuals and non-intellectuals, both of the concentration camps and of the fundamental gulag for the development of our contemporary culture. All this led me to clearly reject any denial thesis, to abhor even its existence, but it also led me to a deeper reflection on the meaning of Memory and on the need to treasure it, although, alas, for too many this is not but a ritual and, like many rituals, it becomes a heartless and mindless habit.

Yesterday I participated in a very interesting seminar held by Professor G. Colangelo who, through the writing of authors who suffered the reality and horror of both the lager and the gulag, offered an overall and not totalizing picture of the hell of those years, of the hell of systems that take the form of rending human dignity, while preserving the historical and political difference.

Many today continue to ask themselves what is the difference and / or uniqueness of the Shoah compared to the violence of Soviet totalitarianism, yet, it does not seem so difficult to outline the differences, history does it, exclusively political reasons do to those of a mass destruction of a people and a culture. I do not think, however, that this is the meaning of celebrating the Memory, on the contrary, this modality helps the spread of confusion and the attempt to build values ​​on a scale of importance to what, anthropologically, should be nothing other than the will to look at the person since it is on the value of the person that commemorating has a meaning.

We are well aware, for example, that there have been other genocides that have studded our history with horror, I am thinking of Armenia, Rwanda and the many wars and loneliness that still afflict our present today because we remain indifferent to reality. What, then, matters? The number of dead? Who died first? Or does it matter the fact that the reproducibility of this “deep and dark evil” that man knows he can provide has never stopped being reproduced?

There are, and both are essential, two visions: the historical one and the anthropological one. History reconstructs the facts and puts them in a row one after the other, anthropology deals with man. Neither view is less important than the other, but each must strive for truth without judgment.

Today, if we really want those events to be not just historical facts relating to the past, but human persons who have gone through history and who have remained entangled in it, just as we are now going through it and taking the same risk, we must build hope. Hope, however, is active, it is built precisely. It is built on the truth and responsibility of the present, it is rebuilt by listening to the voices of the past, it is rebuilt by sowing seeds of peace.

Many words and voices come back to my mind, not only those of the most well-known personalities, but of those that, more hidden, have marked a path even if unknown to most. I am thinking of the pedagogy of Janusz Korczak, but also of the simple courage of Alberta Levi Temin, of the humble emotion of Raffaele Arcella, and of the many that I have no space here to name, but who enrich my “sample” of voices to listen to.

One last thing that has always struck me a lot and that I also find when talking to my young African friends who have suffered the violence of the so-called “reception camps” in Libya, is the different perception of everyday life. Think, I like to hear the sound of footsteps on the stairs because it makes me feel less alone, Alberta was terrified because her memory was that of the Nazi boots and the “rolling footsteps” of people who were chased out of their homes ; the smell of barbecue is for me synonymous with celebration, for Raffaele it was the disgust of the smell of the fireplaces of the extermination camps; I love the roar of the waves hitting the rocks, for Charles that noise joins the shaking of the miserable boats that end up in the seabed.

Remembering is not about dividing, remembering is finally making it possible that that so often proclaimed “never again ”becomes daily bread, every day is“ never again ”.

Ho lavorato per anni sul tema della Memoria. “Ho lavorato” vuol dire che ho studiato e analizzato la storia da diversi punti di vista, letto le testimonianze e parlato con i testimoni non solo ebrei, studiato alcuni documenti e documentazioni, visto e rivisto e appuntato le registrazioni del “Processo di Norimberga” e di moltissimi documentari, visto anche molti film sul tema che, oltre l’emozione, mi hanno aiutata a completare o meglio definire una ricostruzione. Ho letto anche e studiato per fini universitari sui gulag, ascoltato le opinioni e visto documentari che mi dessero un quadro più completo della situazione. Grazie ai miei studi ho potuto scrivere due libri sulla Memoria, sono stata in grado di preparare una mostra circolata in alcune scuole con percorsi di lettura diversi, ho potuto conoscere e amare il pensiero di alcuni internati, intellettuali e non, sia dei lager che dei gulag fondamentale per lo sviluppo della nostra cultura contemporanea. Tutto questo mi ha portato a rifiutare nettamente ogni tesi negazionista, ad aborrirne persino l’esistenza, ma mi ha portato anche a una riflessione più profonda sul significato della Memoria e sulla necessità di farne tesoro, sebbene, ahimè, per troppi questo non è che un rituale e, come molti rituali, diviene un’abitudine senza cuore e mente.

Ieri ho partecipato a un interessantissimo seminario tenuto dal Professor G. Colangelo che, attraverso la scrittura di autori che hanno patito la realtà e l’orrore sia di lager che di gulag, ha offerto un quadro complessivo e non totalizzante dell’inferno di quegli anni, dell’inferno di sistemi che si configurano come dilanianti della dignità umana, pur conservando la differenza storica e politica.

In molti, oggi, continuano a chiedersi quale sia la differenza e/o l’unicità della Shoah rispetto alla violenza del totalitarismo sovietico, eppure, non mi sembra così difficile delineare le differenze, lo fa la storia, lo fanno le motivazioni esclusivamente politiche rispetto a quelle di una distruzione di massa di un popolo e una cultura. Non credo, però, che sia questo il senso del celebrare la Memoria, anzi, questa modalità aiuta la diffusione di confusione e il tentativo di costruire valori in scala di importanza a quella che, antropologicamente, non dovrebbe essere altro che la volontà di guardare alla persona poiché è sul valore della persona che commemorare ha un significato.

Sappiamo bene, per esempio, che ci sono stati altri genocidi che hanno costellato di orrore la nostra Storia, penso all’Armenia, al Rwanda e alle tante guerre e solitudini che ancora oggi affliggono il nostro presente perché si rimane ignavi dinanzi alla realtà. Che cosa conta, dunque? Il numero dei morti? Chi è morto per primo? Oppure conta il fatto che la riproducibilità di questo “male profondo e oscuro” che l’uomo sa bene di poter procurare non ha mai smesso di essere riprodotto?

Esistono, e sono entrambe essenziali, due visioni: quella storica e quella antropologica. La Storia ricostruisce i fatti e li mette in fila uno dietro l’altro, l’antropologia si occupa dell’uomo. Nessuna delle due visioni è meno importante dell’altra, ma ciascuna deve tendere al vero senza giudizio.

Oggi, se davvero vogliamo che quegli eventi non siano solo fatti storici afferenti al passato, ma persone umane che hanno attraversato la storia e che in essa sono rimaste imbrigliate, proprio come ora siamo noi ad attraversarla e a correre lo stesso rischio, dobbiamo costruire speranza. La speranza, però, è attiva, si costruisce, appunto. Si costruisce sulla verità e sulla responsabilità del presente, si ricostruisce ascoltando le voci del passato, si ricostruisce seminando semi di pace.

Nella mente mi ritornano tante parole e tante voci, non solo quelle di personaggi più noti, ma di quelle che, più nascoste, hanno segnato un percorso pur se sconosciuto ai più. Penso alla pedagogia di Janusz Korczak, ma anche al coraggio semplice di Alberta Levi Temin, alla commozione umile di Raffaele Arcella, e ai tanti che non ho spazio qui per nominare, ma che arricchiscono il mio “campionario” di voci da ascoltare.

Un’ultima cosa che mi ha sempre colpito molto e che ritrovo anche parlando con i miei giovani amici africani che hanno subito la violenza dei cosiddetti “campi di accoglienza” in Libia, è la diversa percezione del quotidiano. Pensate, a me piace sentire il rumore dei passi per le scale perché mi fa sentire meno sola, Alberta ne era terrorizzata perché la sua memoria era quella degli stivali dei nazisti e dei “passi rotolanti” delle persone che venivano cacciate dalle proprie case; l’odore della brace è per me sinonimo di festa, per Raffaele era il disgusto dell’odore dei camini dei campi di sterminio; amo il fragore delle onde che sbattono sugli scogli, per Charles quel rumore si unisce allo squassarsi delle misere imbarcazioni che finiscono nel fondo del mare.

Fare memoria non è dividersi, fare memoria è rendere infine possibile che quel tante volte proclamato “mai più” diventi pane quotidiano, ogni giorno è “mai più”.

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