The Unseen Eye

It is just an invitation to rethink the growth of children in an age in which adolescents who are still children do not know how to discern the meaning and limits of a challenge. A time in which there are wicked people who easily take advantage of their “invisibility” on the net to sow mud and fear, deluding, instead, that undergoing certain tests is a path of growth and liberation. I don’t want to blame anyone, but I want everyone to deal with their share of responsibility. There is a void that we must fill and we MUST do it. I thought, for example, and if the attempt to flatten and simplify the difficulties always in the attempt to protect children, were becoming for young people, more and more young, a reason to experience more and more dramatic risk opportunities both self and straight? Teenagers need to test themselves, it is a fact that we grow up by learning to know ourselves and our limits as well as the ability to face and overcome them. Today, however, these challenges become mortal, death is challenged as if it had remained the only truly unknown unknown yet to be discovered and investigated. Really the only solution that adults can offer is that of “control” and, once again, the leveling of difficulties? I am afraid that this could turn into a spin on oneself that will lead to a further reiteration of the need to transgress and transform oneself into toys in the hands of stupid and blind obsessed with the power of being able to dominate the minds of children by misleading them and inviting them to challenges always. more compromising towards the meaning of life. What’s missing? The blame, of course, is blamed on the network, and certainly there is a problem, but is this really the essential problem? I wonder if there is nothing else and before the network that can be done so that children, more and more children, learn the intelligence of using certain “windows”, learn not to be subjected to them, not to transform themselves into tools of game for sick minds, to be protagonists of responsible choices. The challenge is part of growth, but what to challenge today, if not death when all the rest (sociality, confrontation, defeat, getting up, winning or losing, dialogue, silence, listening) seem to have been reduced to the power of the strongest and most visible? When fame and visibility are not built on the meaning you give to things, but on what you steal from other people? When the challenge is not with oneself to go beyond one’s limits understood as an anxiety to grow, but against the limits of death? I have never liked talking about a before and after in the sense of “it was better once …”, in fact, every age has its evolution based on the point at which a society has developed. Even “once” there were “absurd” challenges such as walking or lying on the tracks or on the wall that separated the road from the precipice, but they were phases in which you asked yourself how far you could go and there was always someone to block in time before exaggerating if you just didn’t get stuck on your own. Today, the point is different, the one who is in charge of braking does not exist, on the contrary, more often than not he has become an avid spectator who always encourages us to go further, as if we were public in an arena in which, like wild beasts, proclaims the blood of the victim on duty and is not satisfied until the last drop is spilled. Moreover, there are proliferating those who always push one step further, beyond themselves, beyond awareness, beyond those limits that are known to be insuperable in the bud. This death wish is not a challenge, but the result of a loss of values ​​and meanings, the loss of listening and empathy, the loss of hope. There are those who enjoy the limits not exceeded, there are those who enjoy their victory, even and above all if the defeat of one who is not even an opponent, but a stranger on whom he practices unseen or well masked and hooded his own power of persuasion, it is his death. It is an exercise of power. We should take care to teach our children the difficulties of everyday life, we should teach them that from every fall you can get up and that the overcoming of one’s limits and fears is always in sharing them and never in the closure that makes entrusting to hypothetical unknown the power to challenge our life and death.

È solo un invito a ripensare alla crescita dei ragazzi in un’epoca in cui adolescenti ancora bambini non sanno discernere il senso e il limite di una sfida. Un tempo in cui ci sono malvagi che approfittano con facilità della propria “invisibilità” sulla rete per seminare fango e paura illudendo, invece, che sottoporsi a certe prove sia un percorso di crescita e liberazione. Non voglio accusare nessuno, ma voglio che ciascuno faccia i conti con la propria parte di responsabilità. C’è un vuoto che dobbiamo colmare e DOBBIAMO farlo. Pensavo, per esempio, e se il tentativo di appiattire e semplificare sempre le difficoltà nel tentativo di proteggere i ragazzi, stesse diventando per i giovani, sempre più giovani, motivo per sperimentare occasioni di rischio sempre più drammatiche sia auto che etero dirette? Gli adolescenti hanno bisogno di mettersi alla prova, è un dato di fatto che così si cresce imparando a conoscere se stessi e i propri limiti come anche la capacità di affrontarli e superarli. Oggi, però, queste sfide diventano mortali, si sfida la morte come se fosse rimasta l’unica incognita veramente tale ancora da scoprire e indagare. Davvero l’unica soluzione che gli adulti sanno offrire è quella del “controllo” e, ancora una volta, dell’appiattimento delle difficoltà? Ho paura che questo possa trasformarsi in un avvitamento su se stessi che porterà a un ulteriore reiterazione della necessità di trasgredire e trasformare se stessi in balocchi nelle mani di stupidi e ciechi ossessionati dal potere di poter dominare le menti dei ragazzi fuorviandoli e invitandoli a sfide sempre più compromettenti verso il senso della vita. Che cosa manca? La colpa, naturalmente, viene attribuita alla rete, e certamente un problema esiste, ma è davvero questo il problema essenziale? Mi chiedo se non ci sia altro e prima della rete che possa essere fatto affinché i ragazzi, sempre più bambini, imparino l’intelligenza dell’uso di certe “finestre”, imparino a non esserne succubi, a non trasformare se stessi in strumenti di gioco per le menti malate, a essere protagonisti di scelte responsabili. La sfida è parte della crescita, ma che cosa sfidare, oggi, se non la morte quando tutto il resto (la socialità, il confronto, la sconfitta, il rialzarsi, il vincere o perdere, il dialogo, il silenzio, l’ascolto) sembrano essere stati ridotti al potere del più forte e del più visibile? Quando la fama e la visibilità non si costruiscono sul senso che si dà alle cose, ma su quello che si ruba alle altre persone? Quando la sfida non è con se stessi per andare oltre i propri limiti intesi come ansia di crescere, ma contro i limiti della morte? Non mi è mai piaciuto parlare di un prima e un dopo nel senso di “era meglio una volta…”, difatti, ogni epoca ha la sua evoluzione in base al punto in cui una società si è sviluppata. Anche “una volta” si facevano sfide “assurde” come camminare o stendersi sui binari o sul muretto che separava la strada dal precipizio, ma erano fasi in cui si chiedeva a se stessi fin dove potersi spingere e c’era sempre qualcuno a bloccare in tempo prima di esagerare se proprio non ci si bloccava da soli. Oggi, il punto è diverso, colui che è deputato a frenare non esiste, anzi, il più delle volte si è trasformato in spettatore accanito che incita ad andare sempre oltre, come se si fosse pubblico in un’arena in cui come belve feroci si proclama il sangue della vittima di turno e non ci si accontenta fino a quando anche l’ultima goccia sarà versata. Di più, proliferano coloro che spingono sempre un passo più oltre, oltre se stessi, oltre la consapevolezza, oltre quei limiti che si sa sul nascere siano insuperabili. Questo desiderio di morte non è una sfida, ma la risultanza di una perdita di valori e di significati, la perdita di ascolto ed empatia, la perdita di speranza. C’è chi gode dei limiti non superati, c’è chi gode della propria vittoria, anche e soprattutto se la sconfitta di uno che non è neanche un avversario, ma uno sconosciuto sul quale si esercita non visti o ben mascherati e incappucciati il proprio potere di persuasione, è la sua morte. È un esercizio di potere. Dovremmo aver cura di insegnare ai nostri ragazzi le difficoltà del quotidiano, dovremmo insegnare loro che da ogni caduta ci si può rialzare e che il superamento dei propri limiti e delle proprie paure è sempre nella condivisione delle stesse e mai nella chiusura che fa affidare a ipotetici sconosciuti il potere di sfidare la nostra vita e la nostra morte.

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