Restlessness

These are days of internal and external restlessness, a restlessness that turns into discomfort in the face of the profound contradictions that tear our time apart. On the one hand there are real needs, on the other those induced; on the one hand the common good, on the other personal interest; sharing on the one hand, selfishness on the other. Ours is a time lacerated by what may apparently seem opposites, but which, in reality, are different decodings and declinations of the same message: choosing life. Which life to choose? There are truths and there is truth, the one that everyone has access to, but which few declare. All truths, in fact, coincide in a “unicum” revealing what we really are. I mean, truths differ based on people and their condition, but the truth is we all want the same thing: to be well. What we forget is that in order to “be well”, one must “be well”, that is, to live recognizing the truth of the other and not just one’s own and to give each truth the space and time for discernment. More and more often, however, we do not ask the other (nor do we ask ourselves) what he considers his good, but, while pretending to know, we simulate a knowledge that we do not have so that it becomes the motivation and support of our good, of the our individualism. Yet, often, the truth of the other is there, and remains so, profoundly unknown. In reality, that truth does not interest us, as we believed that to resolve our sense of uneasiness we did not need the other (if not for what we “need”), but only ourselves. Everything that goes beyond ourselves, we think, is a lie, it is an ephemeral attempt to suppress our voice, we are no longer ready, in fact, to sing together with others, we sing only for ourselves. Thus, anxiety increases, but we do not realize it since what we are willing to accept is only that it is caused by the other and not by the profound dissent towards ourselves that we should cultivate in an autonomous and sincere way. Dissent towards oneself … it is not a horrifying contradiction, but it means to question oneself, to question oneself, to stop perceiving oneself as the beginning and end of every gesture and every action. It means to stop always being on the defensive and to recognize the value of dialogue and confrontation. It means discovering that, together with the other, we can give a name to the restlessness that assails us and, by naming it, being able to give it a less destructive and more cohesive place with that self that becomes capable of entering into a relationship with the other. Restlessness and instability, if well addressed, can become an opportunity for growth and improvement because they, and they alone, are like an alarm bell that informs us that our thinking needs to evolve and find a voice.

Questi sono giorni di inquietudine, interna ed esterna, un’inquietudine che si trasforma in disagio dinanzi alle contraddizioni profonde che lacerano il nostro tempo.
Da una parte ci sono i bisogni reali, dall’altra quelli indotti; da una parte il bene comune, dall’altra l’interesse personale; da una parte la condivisione, dall’altra l’egoismo.
Si tratta, il nostro, di un tempo lacerato da quelli che apparentemente possono sembrare opposti, ma che, nella realtà, sono decodificazioni e declinazioni diverse dello stesso messaggio: scegliere la vita.
Quale vita scegliere?
Ci sono le verità e c’è la verità, quella cui tutti hanno accesso, ma che pochi dichiarano. Tutte le verità, difatti, coincidono in un “unicum” rivelatore di ciò che siamo davvero. Voglio dire, le verità si differenziano in base alle persone e alla loro condizione, ma LA verità è che vogliamo tutti la stessa cosa: stare bene.
Quello che dimentichiamo è che per “stare bene”, bisogna “essere bene”, cioè vivere riconoscendo la verità dell’altro e non solo la propria e dare a ciascuna verità lo spazio e il tempo del discernimento.
Sempre più spesso, invece, non chiediamo all’altro (né lo chiediamo a noi stessi) quale ritenga sia il suo bene, ma, pur pretendendo di saperlo, simuliamo una conoscenza che non abbiamo affinchè essa diventi motivazione e sostegno del nostro bene, del nostro individualismo. Eppure, spesso, la verità dell’altro ci è, e tale resta, profondamente ignota. In realtà, quella verità non ci interessa, poichè abbiamo creduto che per risolvere il nostro senso di inquietudine non avessimo bisogno dell’altro (se non per quello che ci “serve”), ma solo di noi stessi.
Tutto ciò che va oltre noi stessi, pensiamo, è menzogna, è effimero tentativo di sopprimere la nostra voce, non siamo più pronti, infatti, a cantare insieme agli altri, cantiamo solo per noi stessi.
L’inquietudine, così, si accresce, ma non ce ne avvediamo poiché ciò che siamo disposti ad accettare è solo che essa sia provocata dall’altro e non dal dissenso profondo verso noi stessi che in maniera autonoma e sincera dovremmo coltivare.
Dissenso verso se stessi… non è una orripilante contraddizione, ma significa mettersi in dubbio, in discussione, smettere di percepire se stessi come principio e fine di ogni gesto e ogni azione. Significa smettere di stare sempre sulle difensive e riconoscere il valore del dialogo e del confronto. Significa scoprire che, insieme all’altro, si può dare un nome all’inquietudine che ci assale e, nominandola, riuscire a darle un posto meno distruttivo e più coeso con quel noi stessi che diventa capace di entrare in relazione con l’altro.
L’inquietudine, l’instabilità, se ben indirizzate, possono diventare occasione di crescita e miglioramento poiché esse, ed esse sole, sono come un campanellino di allarme che ci informa che il nostro pensiero ha bisogno di evolversi e trovare voce.

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