Thought and Word

“Speak when you cease to be at peace

with your thoughts;

and when you can no longer live

in the solitude of your heart,

live on your lips,

and the sound is a diversion and a pastime.

And in much of your talk

thought is half killed.

For thought is a bird of the immense,

that in a cage of words

it can also spread its wings,

but not fly “.

(Gibran Khalil Gibran, The Prophet, p. 60)

I thought about how true the thought expressed by these verses is and how serious it is to become the executioners of both thought and words by using them incorrectly and abusing their power of witness. The words screamed or used to occupy time or even to hide the profound truth and the emptiness in which we have plunged the meaning of life, are wasted words, are prison words, are murderous words of thought that dies in a cage sweetened by fiction but without connection and without openness or direction. Thoughts and words must be mild, they must be the result of a pacifying experience with oneself and with others. Thought and words have the task of marking directions and following routes in which the meaning of living is not distorted, but danced to the rhythm of a dance that is filled with life and values ​​and positive relationships, a life that is not afraid of ending because it is lived, loved, built in exchange and comparison, in the search for meaning and peace, in the commitment to build bridges and cities where the gaze of each one knows how to understand the beauty of the other and with it become a gift.

“Parlate quando cessate di essere in pace

con i vostri pensieri;

e quando non riuscite più ad abitare

nella solitudine del vostri cuore,

vivete sulle labbra,

e il suono è diversivo e passatempo.

E in gran parte del vostro parlare

il pensiero è mezzo ucciso.

Il pensiero infatti è un uccello dell’immenso,

che in una gabbia di parole

può anche spiegare le ali, ma non volare”.


(Gibran Khalil Gibran, Il profeta, p. 60)


Pensavo a quanto sia vero il pensiero espresso da questi versi e a quanto sia grave diventare i carnefici sia del pensiero che delle parole impiegandole in maniera errata e abusandole del loro potere di testimonianza. Le parole urlate o usate per occupare il tempo o ancora per nascondere la verità profonda e il vuoto nel quale abbiamo inabissato il senso del vivere, sono parole sprecate, sono parole prigioniere, sono parole assassine del pensiero che muore in una gabbia edulcorata da finzione, ma priva di nesso e senza apertura o direzione. Pensiero e parole devono essere miti, devono essere frutto di esperienza pacificatoria con se stessi e con gli altri. Pensiero e parole hanno il compito di segnare direzioni e seguire rotte in cui il senso del vivere non sia falsato, ma danzato al ritmo di una danza che si colmi di vita e di valori e di relazioni positive, una vita che non abbia il timore di finire perché vissuta, amata, edificata nello scambio e nel confronto, nella ricerca di senso e di pace, nell’impegno a costruire ponti e città dove lo sguardo di ciascuno sappia comprendere la bellezza dell’altro e con essa farsi dono.

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