With Time

With time, everything sorts and it seems to be able to take a new turn. It is said but it is not so, it depends on the gaze with which you observe things and, above all, from which front you look at them. If you are a victim, time can soothe the surface of the pain, but its source will burn as always and perhaps even stronger than before will scream its discomfort; if you are a persecutor, time will deceive you that your guilt has passed and your heart will try to ignore that it has committed it, yet nothing is the same as before and nothing will ever be and you know this too. However, it is not just a question of pain, sins or sufferings. It is the gaze that one has towards life in general and towards one’s own life in particular. Whether you are fulfilled or not, satisfied or not, happy or not, the moment comes when you come to terms with the essential and retrace your steps back not to confirm or refute them, but to understand how much of what was was really essential to build your human dimension, the one which is reached anyway with greater or lesser innocence. This moment is not the moment of old age, as many believe, but that of intolerance. The time of intolerance is a time without time, that is, it does not have an age and can occur at any age. It is the time in which a personal experience or even that lived by someone close to you or even a more totalizing experience that involves all or a large part of human beings, well, this experience forces you, if you are at least a little attentive to the life, to ask yourself questions and ask yourself if the way you lived your time is the way that time required, that time (everyone’s time) really needed. When this happens, you often become a voice out of the chorus, and it is welcome if that chorus sings not for the harmony but for the flatness of the symphony tones. That is, if that choir repeats a single note in the same way without each of the singers being able to characterize it for their role and, above all, for their voice. If you are that out of tune voice, you can probably count yourself among the number of intolerant ones, of those who, that is, have lost their patience not with waiting and maturation but with their opposite. So I find myself intolerant of rudeness, of any kind; intolerant of lies and fictions; intolerant of false smiles and convenient smiles; intolerant of the complicit silence of emptiness; impatient to those impatient who complain about everything without knowing and understanding anything; intolerant of those policies that claim to be human but never act in favor of people; intolerant to constant quarrels to acquire visible positions and hide his rottenness in the invisibility of his own cowardice; disrespectful to the judgments of people who open their mouths to let out air; intolerant to those who complain about what they have without realizing how much of what they have others do not have; intolerant to those who proclaim themselves a supporter of life, but have not yet discovered or try to find out what its true meaning is. Intolerant of all this and much more. It is not true that time fixes everything, if it did it would mean that time flattens us to common sense. Time and its passing teaches does not fix. Time teaches us to read the signs of discontent and, through the experiences we live, it also offers us the tools to modify these signs and make them more suitable for a humanity that does not proclaim itself, but is really human.

Con il tempo tutto si aggiusta e sembra poter prendere una nuova piega. Si dice ma non è così, dipende dallo sguardo con cui si osservano le cose e, soprattutto, da quale fronte si guardano. Se sei vittima, il tempo potrà lenire la superficie del dolore, ma la sua fonte arderà come sempre e forse anche più forte di prima urlerà il suo malessere; se sei persecutore, il tempo ti illuderà che la tua colpa sia passata e il tuo cuore proverà a ignorare di averla commessa, eppure nulla è più come prima e nulla più potrà mai esserlo e questo lo sai anche tu.
Non si tratta, però, solo del dolore, delle colpe o delle sofferenze subite. Si tratta dello sguardo che si ha verso la vita in genere e verso la propria vita in particolare. Che tu sia realizzato o meno, soddisfatto o meno, felice o meno, viene il momento in cui fare i conti con l’essenziale e ripercorrere a ritroso i propri passi non per confermarli o confutarli, ma per comprendere quanto di ciò che è stato fosse realmente essenziale a costruire la tua dimensione umana, quella cui si perviene comunque con maggiore o minore innocenza.
Questo momento non è il momento della vecchiaia, come molti credono, ma quello dell’insofferenza. Il tempo dell’insofferenza è un tempo senza tempo, cioè non ha un’età e può sopraggiungere a qualsiasi età. È il tempo in cui un’esperienza personale o anche quella vissuta da qualcuno che ti è accanto o persino un’esperienza più totalizzante che coinvolge tutti o buona parte degli esseri umani, ebbene, tale esperienza ti obbliga, se sei almeno un pochino attento alla vita, a porti delle domande e chiederti se il modo in cui hai vissuto il tuo tempo è il modo che il tempo richiedeva, quello di cui il tempo (il tempo di tutti) aveva veramente bisogno.
Quando questo accade, spesso diventi voce fuori dal coro, e ben venga se quel coro non canta per l’armonia ma per la piattezza dei toni della sinfonia. Se quel coro, cioè, ripete un’unica nota nello stesso modo senza che ciascuno dei cantori possa caratterizzarla per il suo ruolo e, soprattutto, per la sua voce.
Se sei quella voce stonata, probabilmente potrai annoverarti tra il numero degli insofferenti, di quelli che, cioè, hanno perso la propria pazienza non dell’attesa e della maturazione quanto del loro contrario. Così mi scopro insofferente alla scortesia, di qualsiasi genere; insofferente alle menzogne e alle finzioni; insofferente ai falsi sorrisi e ai sorrisi di comodo; insofferente al silenzio complice del vuoto; insofferente a quegli insofferenti che si lamentano di tutto senza conoscere e comprendere nulla; insofferente a quelle politiche che si dichiarano umane ma che non agiscono mai a favore delle persone; insofferente ai litigi continui per acquisire posizioni visibili e nascondere il proprio marcio nell’invisibilità della prorpia codardia; insoferrente ai giudizi delle persone che aprono bocca per emettere aria; insofferente a chi si lamenta di ciò che ha senza accorgersi quanto di quello che ha altri non hanno; insofferente a chi si proclama sostenitore della vita, ma ancora non ha scoperto né prova a cercare quale ne sia il vero significato. Insofferente a tutto questo e a molto di più.
Non è vero che il tempo aggiusta tutto, se lo facesse vorrebbe dire che il tempo ci appiattisce al senso comune. Il tempo e il suo trascorrere insegna non aggiusta. Il tempo insegna a leggere i segni del malcontento e, attraverso le esperienze che viviamo, ci offre anche gli strumenti per modificare tali segni e renderli più adatti a una umanità che non si proclami, ma realmente sia umana.

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