Times Change

Now that everything seems a little more linked to visibility, it almost makes an impression to be there. Once long and accurate handwritten letters were used, in poor and beautiful copy, to reach those who, from afar, wanted to caress themselves with their words. Then, times change, speed takes precedence over meticulous care and the ability to wait; the anxiety of the postman who arrives and the hope that he will deliver something for you has dissolved in the mechanical sound of an email or in the certainty of the delivery of a package that you bought “with your own hands” by typing one option or the other on your pc screen. The letters become emails, then quick messages on whatsapp or indifferent communications eviscerated in a tweet; the same goes for phone calls, previously useful for retracing the memory of proximity in the voice of the listener, now replaced by video calls that seem to create a climate of greater proximity, but which, in reality, often feed the climate of provisional and falsehood in which we move believing, however, that we have achieved the best we can in terms of communication, “at least I see you”. What is seeing oneself through a screen with the sometimes dirty camera that makes us appear immersed in fog? What to see is that of those who choose a screen as a background to avoid being caught in their home? What seeing yourself is what sees you exposed to the gaze of many who escape your vision while you speak and who with their name printed on a black background do not allow you to grasp at least a minimum of their expressions and their presence? It seems to be in the Tribunal of the absent or, worse, as a special guard in a “panopticon” in which only you are the special observed. I do not abhor these forms of communication in a period like this of physical closure, indeed, but I would like this constraint to represent a real form of communication that, as far as possible, allows for the sincerity of the gaze and the truth of the word. We are fortunate to be able to use these tools that allow us, if used properly and sensitively, to create bridges and bonds, but there is an underlying ethics that underlies them in their use, no different from the human and civil ethics that should regulate every relationship on a daily basis. It is this ethics that allows communication tools to be used in a suitable and appropriate, loyal and honest manner; it is this ethics that allows one to speak while preserving the truth of one’s humanity. When the screen is turned off, people remain as remains in them the sign and the dream of what has been said and communicated, we should never forget it and always make sure that our communication is courageously honest even in ways that they can easily draw deceived.

Ora che tutto sembra un po’ più legato alla visibilità, fa quasi impressione esserci.
Una volta si usavano lunghe e accurate lettere scritte a mano, in brutta e bella copia, per raggiungere chi, da lontano, si voleva carezzare con le proprie parole. Poi, i tempi cambiano, la velocità prende il sopravvento sulla cura meticolosa e sulla capacità di saper attendere; l’ansia del postino che arriva e la speranza che consegni qualcosa per te si è dissolta nel suono meccanico di una mail o nella certezza della consegna di un pacco che hai acquistato “con le tue proprie mani” digitando un opzione o l’altra sullo schermo del tuo pc. Le lettere diventano mail, poi rapidi messaggi su whatsapp o indifferenti comunicazioni sviscerate in un tweet; lo stesso vale per le telefonate, prima utili per ripercorrere nella voce di chi si ascolta la memoria della vicinanza, ora sostituite da video chiamate che sembrano creare un clima di maggiore vicinanza, ma che, in realtà, spesso alimentano il clima di provvisiorio e di falso nel quale ci muoviamo credendo, però, di aver raggiunto il meglio che possiamo in fatto di comunicazione, “almeno ci vediamo”. Che vedersi è quello attraverso uno schermo con la telecamera talvolta sporca che ci fa apparire come immersi nella nebbia? Che vedersi è quello di chi sceglie uno schermo come sfondo per non essere colto nella propria casa? Che vedersi è quello che ti vede esposto allo sguardo di tanti che si sottraggono alla tua visione mentre parli e che con il loro nome stampato su fondo nero non consentono che tu colga almeno un minimo delle loro espressioni e della loro presenza? Sembra di trovarsi nel Tribunale degli assenti o, peggio, come sorvegliati speciali in un “panopticon” nel quale tu solo sia il sorvegliato speciale.
Non aborrisco queste forme di comunicazione in un periodo come questo di chiusura fisica, anzi, ma vorrei che tale costrizione rappresentasse una forma reale di comunicazione che, nei limiti del possibile, consenta la sincerità dello sguardo e la verità della parola. Siamo fortunati a poter adoperare questi strumenti che ci consentono, se usati propriamente e con sensibilità, di creare ponti e legami, ma c’è un’etica di fondo che li sottende nel loro impiego, non diversa dall’etica umana e civile che dovrebbe regolare ogni rapporto nel quotidiano. È questa etica che consente di impiegare gli strumenti di comunicazione in maniera consona e appropriata, leale e onesta; è questa etica che consente di interloquire conservando la verità della propria umanità. Quando si spegne lo schermo, le persone restano come resta in loro il segno e il sogno di ciò che si è detto e comunicato, non dovremmo dimenticarlo mai e fare sempre in modo che la nostra comunicazione sia coraggiosamente onesta anche in modalità che possono facilmente trarre in inganno.

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