Rain

I would like this rain to wash the eyes and illuminate the thought. We move aimlessly, not because there is no goal, but because we would like to reach it without effort and without any renunciation. There is not one thing in the world that is worth fighting for without having to give up something of oneself, without sharing what one has and knows in a world that is hungry for love and not for possession, a world that changes its name to the sense of things while to be able to proclaim its acquisition, yet no one possesses freedom, freedom is, it simply is. I use this word, “simply”, in the hope that we can realize how much simpler and more linear and direct is the good than the evil which is, instead, an ideological construction subject to metamorphosis according to the personal interest that is based on acquired fear that if we have something less than the other we are less fortunate. We should think, instead, that it is not that we have something less, but something different, that what we have and others do not have is not something we have more, but something different. Each, in itself, is complete precisely because it is incomplete and imperfect; completeness is not being sufficient to oneself, but seeing in the life of the other the possibility of a broader definition and affirmation of oneself and of the other reciprocally. Unfortunately, we fear the word “different”, as if it were a cumbersome legacy that we have to get rid of in order to acquire the “flatness” of being which, making us equal, does not allow us to glimpse horizons other than ourselves. We dismiss the idea that diversity is harmony and communion that creates bridges and bonds far beyond the narrowness and limitation of our individual being because we fear that opening up to the other means losing what we have without realizing that, on the contrary, it is finding ourselves again, rediscovering ourselves. themselves and others. I love my imperfection, I love the possibility that this offers me to always be able to immerse myself in the gaze of the other not to protect who I am or to rob the other of his being, but so that together we can share our own difference and imperfection and open passages to that sky that not only covers us from a distance, but envelops us in its embrace and calls us by name.

Vorrei che questa pioggia lavasse gli sguardi e illuminasse il pensiero. Vagabondi senza meta ci muoviamo, non perché una meta non ci sia, ma perché vorremmo raggiungerla senza sforzo e senza rinuncia. Non vi è una cosa al mondo per cui valga lottare senza dover cedere qualcosa di sé, senza condividere quello che si ha e si sa in un mondo che ha fame di amore e non di possesso, un mondo che cambia nome al senso delle cose pur di poterne proclamare l’acquisizione, eppure nessuno possedie la libertà, la libertà è, semplicemente è.
Uso questa parola, “semplicemente”, nella speranza che ci si possa accorgere di quanto sia più semplice e lineare e diretto il bene rispetto al male che è, invece, una costruzione ideologica soggetta a metamorfosi a secondo dell’interesse personale che si basa sul timore acquisito che se abbiamo qualcosa di meno dall’altro siamo meno fortunati. Dovremmo pensare, invece, che non è che abbiamo qualcosa di meno, ma qualcosa di diverso, che quello che noi abbiamo e gli altri non hanno non è qualcosa che abbiamo in più, ma qualcosa di diverso. Ciascuno, in sè, è completo proprio perchè incompleto e imperfetto; la completezza non è essere bastevoli a se stessi, ma scorgere nella vita dell’altro la possibilità di una definizione e affermazione più ampia di sé come dell’altro reciprocamente.
Purtroppo, noi temiamo la parola “diverso”, come se fosse un lascito ingombrante di cui doversi liberare per acquisire la “piattezza” dell’essere che, rendendoci uguali, non lascia che si possano scorgere orizzonti altri da noi stessi. Allontaniamo l’idea che la diversità sia armonia e comunione che crea ponti e legami ben oltre la ristrettezza e limitatezza del nostro essere individuale perché temiamo che aprirsi all’altro significhi perdere ciò che abbiamo senza renderci conto che,al contrario, è ritrovarsi, ritrovare se stessi e gli altri.
Amo la mia imperfezione, amo la possibiità che questa mi offre di poter sempre immergermi nello sguardo dell’altro non per proteggere chi sono o per depredare l’altro del suo essere, ma perché insieme si possa condividere la propria differenza e imperfezione e aprire varchi a quel cielo che non solo ci copre a distanza, ma ci avvolge nel suo abbraccio e ci chiama per nome.

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