November 25, 2020: World Day against Violence against Women.


Literature (like art, music and knowledge in general) must and can become a “bridge”, convey towards depths present in the human being of which, often and unfortunately, no trace has been lost. This is how literature lives and generates, without turning off the gaze, but rather igniting and provoking visions, without silencing the voices, but rather inviting them to break the silence. This is what we need, to break the silence of abuse such as that of indifference, of negation such as that of oppression, of fiction such as that of the taciturn yearning for a squalid imitation. Culture is necessary for the human being not because it builds privileged worlds, but because it lives of the noble, sometimes less noble everyday life, of the choices we make every day, often without discernment between good and evil, just and unjust, violent and non-violent . Culture ennobles the human being, induces him to seek and encounter the value of people and the beauty of life that puts each in dialogue with the other. Culture is willing to listen, to change, to improve a reason for existing that does not divide but unites, that does not create enemies but supports dialogue and sharing. Culture serves to break the silence of the living and the emptiness of the victims who are always innocent and do not become so only when DEATH. Culture opens our gaze and helps us to become witnesses, it prevents us from turning that miserable gaze elsewhere that does not want to take on the history of others. Culture unites in the fight against violence against women and against all forms of violence because it strips the human being of his petty appearance and guides him to be honest and dignified in his nakedness and harmonious and sensible in his choices. Too many violence against women, hidden but suffered even more in this period in which movements are limited, too many silences that cloud and empty of courage the attempts to tell one’s own story, too much the desire for self-satisfaction, too much the need for distance ourselves from the narratives and stories that dismay us. Yet, in this too much everything, we have only one way to choose: to make the history of the other our own history. The story of one is the story of all and all, not out of pity, but because we cannot forget that we cannot save ourselves and because the culture of violence and hatred is not a culture but its negation. The culture of violence is the denial of the existence of being and of existing, the culture of violence must cease to exist. The word culture comes from the Latin “cultus” (past participle of “colere”, to cultivate), a wise farmer sows and “cultivates” the seeds that will give good fruit to his land, he will take care of weeding and weeds, he will give water and nourishment and protection to the buds of its flowers and will not abandon its culture until the time of ripeness and harvest. Literary (or artistic or musical, etc.) culture finds the sacred fruits of their care in man and woman, it must be used to eradicate bad herbs and nourish the heart of man’s heart so that it may flourish and its fruits are fruit of love. I do not want to repeat the methods of violence, there are many and are now known, but, so that this day is not like a usual day of celebrations once a year, we do not talk in vain, but we do culture of reciprocity and exchange every day; we do not look for the macabre in the testimonies, but we give them the opportunity to revive the seed of their life through the word that is told, that changes and that changes us.

La letteratura (come l’arte, la musica e la conoscenza in generale) deve e può farsi “ponte”, veicolare verso profondità presenti nell’essere umano di cui, spesso e purtroppo, si è persa traccia. È così che la letteratura vive e genera, senza spegnere lo sguardo, ma anzi accendendo e provocando visioni, senza mettere a tacere le voci, ma anzi invitandole a rompere il silenzio. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno, rompere il silenzio del sopruso come quello dell’indifferenza, della negazione come quello dell’oppressione, della finzione come quello del taciturno anelito a una squallida imitazione. La cultura è necessaria all’essere umano non perché costruisca mondi privilegiati, ma perché vive della vita del quotidiano nobile, talvolta meno nobile, delle scelte che operiamo ogni giorno, spesso senza discernimento tra bene e male, giusto e ingiusto, violento e non violento. La cultura nobilita l’essere umano, lo induce a cercare e incontrare il valore delle persone e la bellezza della vita che mette ciascuno in dialogo con l’altro. La cultura è disposta all’ascolto, al cambiamento, al miglioramento di una ragione di esistere che non divida ma unisca, che non crei nemici ma supporti dialogo e condivisione. La cultura serve a spezzare il silenzio dei vivi e il vuoto delle vittime che sono sempre innocenti e non lo diventano solo quando FATTE MORTE. La cultura apre lo sguardo e aiuta a diventare testimoni, impedisce di volgere altrove quello sguardo misero che non vuole farsi carico della storia altrui. La cultura unisce nella lotta contro la violenza sulle donne e contro ogni forma di violenza poiché essa spoglia l’essere umano del suo meschino apparire e lo guida a essere onesto e dignitoso nella sua nudità e armonioso e sensato nelle sue scelte. Troppe le violenze contro le donne, nascoste ma sofferte ancora di più in questo periodo in cui i movimenti sono limitati, troppi i silenzi che offuscano e svuotano di coraggio i tentativi di narrare la propria storia, troppo il desiderio di autocompiacimento, troppo il bisogno di prendere le distanze dalle narrazioni e dalle storie che ci sgomentano. Eppure, in questo troppo tutto, non abbiamo che una via da scegliere: fare della storia dell’altro la nostra stessa storia. La storia di una è la storia di tutte e tutti, non per pietà, ma perché non possiamo dimenticare che non ci si salva da soli e perché la cultura della violenza e dell’odio non è una cultura ma la sua negazione. La cultura della violenza è la negazione dell’esistenza dell’essere e dell’esistere, la cultura della violenza deve smettere di esserci. La parola cultura deriva dal latino “cultus” (participio passato di “colere”, coltivare), un saggio contadino semina e “coltiva” i semi che daranno buoni frutti alla sua terra, avrà cura di estirpare le erbacce e la gramigna, darà acqua e nutrimento e protezione alle gemme dei suoi fiori e non ne abbandonerà la cultura fino al tempo della maturazione e del raccolto. La cultura letteraria (o artististica o musicale, ecc.) trova nell’uomo e nella donna i frutti sacri della propria cura, deve essere impiegata per estirpare le erbe cattive e nutrire il cuore del cuore dell’uomo affinché fiorisca e i suoi frutti siano frutti di amore. Non voglio stare a ripetere le modalità della violenza, sono tante e sono ormai note, ma, affinché questo giorno non sia come un consueto giorno di celebrazioni una volta all’anno, non parliamo a vuoto, ma facciamo cultura della reciprocità e dello scambio ogni giorno; non cerchiamo il macabro nelle testimonianze, ma diamo loro la possibilità di far rivivere il seme della propria vita attraverso la parola che si narra, che cambia e che ci cambia.

Un pensiero su “November 25, 2020: World Day against Violence against Women.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.