Non scavalcare quel muro

Condivido con piacere questa recensione di Patrizia Ciribè

Nella settimana dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, vorrei parlarvi di un libro che ho letto e che è basato proprio su questo argomento.

Il libro è di Loredana De Vita e si intitola Non scavalcare quel muro, edito Nulla die (2017).

Intanto, Loredana De Vita è una scrittrice napoletana docente di letteratura e lingua inglese, autrice di vari libri, romanzi e saggi.

Sul tema della violenza di genere ha scritto molto; questo libro in particolare tratta di violenza domestica.

La trama:

Maria è una donna che raccoglie un lascito di violenza che la madre, in un’epoca in cui la figura femminile era relegata nel ruolo della moglie e madre obbediente, ha vissuto in passato.

La madre di Maria, vedendo nella figlia quelle stesse inclinazioni pericolosamente lambite dal suo rapporto con Giovanni, cerca di convincerla a non scavalcare quel muro, a non guardare dall’altra parte. Conscia di come la realtà di certi rapporti finisca per risucchiare la volontà di quelle che diventano vittime inconsapevoli, tenta in ogni modo di convincere la figlia a fermarsi sinché è in tempo.

Questi tentativi, pregressi rispetto alla storia, che inizia proprio con la morte della madre di Maria, sono come una sottile coscienza che accompagna la donna all’altare, come se quel matrimonio, e le sue conseguenze, fossero inevitabili.

Maria viene travolta sin dall’inizio della sua vita coniugale in una lunga serie di umiliazioni e vessazioni che insieme subisce e riconosce, incapace però di respingerle.

Nonostante la vicinanza dei fratelli, la loro avversione per Giovanni e l’offerta di aiuto costante, la donna finisce in un turbine malato che piega ogni sua volontà, tra continui insulti e abusi.

Una gravidanza, poi un’altra, Maria, come accade in queste vite piegate al volere dei loro aguzzini, si trova legata mani e piedi; metà di quella corda appartiene a lei solamente: è lei che se la lega stretta ai polsi e alle caviglie, convinta di essere in parte meritevole di quelle violenze.

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Questa storia è tratta dalla vita vera, mi piace questa definizione dell’autrice: “non una biografia o una cronaca, ma una deposizione al Tribunale degli assenti”.

Rende l’idea di quanto certe esistenze, consumate nelle trame veloci della collettività, finiscano per trovare la normalità nel silenzio circostante.

Scoprirete, andando avanti nella lettura di questo libro intenso, scritto con densità e sapienza, che ne è di Maria. Ma soprattutto scoprirete, qualora ve lo siate chiesto, come certi drammi si reiterino nel tempo, consumandolo e rinunciando volontariamente alla ribellione.

Ogni volta che un motto d’orgoglio vedrà l’alba, tramonterà inesorabile subito dopo, schiacciato sotto alla convinzione di non avere diritto.

Ogni volta che un barlume di speranza troverà modo di manifestarsi, verrà spento dall’incapacità di ritrovare amore per se stessa.

Non è facile riassumere tutte le sfumature raccontate così bene in questo libro, il come certe unioni proliferino persino ai giorni nostri, persino in condizioni di normalità familiare, di comune vita.

Di come certe eredità diventino modi genetici di amare e assoggettarsi all’altrui volontà, anche davanti ad avvertimenti accorati.

Quel che il libro ci racconta, oltre alle vite di Maria e di sua madre, è come la coscienza femminile contenga ancora il retaggio, sociale e familiare.

Come l’autrice stessa afferma nella sua sinossi, Il lettore rischia di trovare molto di sé stesso, del suo presente o del suo passato”.

Questa frase è cruda e vera, persino se attribuita a vite comuni dove non vi sia un’espressione così estrema di violenza come nel caso della storia di Maria.

Ogni esistenza femminile, ancora oggi, conosce la violenza del giudizio, la necessità di emanciparsi da un retaggio che è ancora presente, e lo è in ogni ambito sociale.

Ognuna di noi, pur non essendo Maria, pur non avendo a fianco a sé un Giovanni, sa bene quali siano quei soprusi, dove aleggino, cosa intendano diventare.

Ognuna di noi si è mossa tra i pregiudizi di una mentalità che di quella violenza è causa ed effetto. Che se le ha schivate, le attenzioni dell’aguzzino, ne conosce comunque le dinamiche, le riconosce, anche se alla fine è riuscita ad arginarle.

Tra le altre cose, quel che questo libro ci ribadisce costantemente è la necessità di educare le generazioni future.

Le generazioni future sono destinate ad assorbire i resti della malattia del tempo; magari la rigettano, ma continuano a recepirne la direzione, quella del vecchio rigagnolo che, anche da asciutto, lascia dietro di sé la traccia di ciò che è stato.

Ieri parlando di libri ho detto che un romanzo deve avere due requisiti: utilità e spessore. Questo libro di Loredana De Vita ha molti requisiti, fra questi, certamente ha anche i due irrinunciabili.

Patrizia Ciribè

In the week dedicated to the fight against violence against women, I would like to tell you about a book that I have read and which is based on this very topic.
The book is by Loredana De Vita and is titled Don’t climb over that wall, published by Nulla die (2017).
Meanwhile, Loredana De Vita is a Neapolitan writer who teaches literature and English, the author of various books, novels and essays.
On the subject of gender-based violence he has written a lot; this book in particular deals with domestic violence.
The plot:
Maria is a woman who collects a legacy of violence that her mother, at a time when the female figure was relegated to the role of an obedient wife and mother, lived in the past.
Maria’s mother, seeing in her daughter those same inclinations dangerously lapped by her relationship with John, tries to convince her not to climb over that wall, not to look the other way. Aware of how the reality of certain relationships ends up sucking up the will of those who become unwitting victims, she tries in every way to persuade her daughter to stop while she is in time.
These attempts, prior to history, which begins precisely with the death of Mary’s mother, are like a subtle conscience that accompanies the woman to the altar, as if that marriage, and its consequences, were inevitable.
From the very beginning of her married life, Mary was overwhelmed by a long series of humiliations and harassments that she suffered and recognized together, but unable to reject them.
Despite the closeness of the brothers, their aversion to John and the constant offer of help, the woman ends up in a sick whirlwind that bends all her will, amid constant insults and abuse.
One pregnancy, then another, Mary, as happens in these lives bent to the will of their tormentors, finds herself bound hand and foot; half of that rope belongs to her only: it is she who binds it tightly to her wrists and ankles, convinced that she is partly deserving of that violence.


This story is taken from real life, I like this author’s definition: “not a biography or a chronicle, but a deposition at the Court of the absent”.
It gives an idea of ​​how certain existences, consumed in the fast plots of the community, end up finding normality in the surrounding silence.
You will discover, as you continue reading this intense book, written with density and wisdom, what about Mary. But above all you will discover, if you have asked yourselves, how certain dramas recur over time, consuming it and voluntarily giving up rebellion.
Whenever a motto of pride sees the dawn, it will set inexorably immediately after, crushed under the conviction of not having the right.
Every time a glimmer of hope finds a way to manifest itself, it will be extinguished by the inability to find love for itself.
It is not easy to summarize all the nuances told so well in this book, how certain unions proliferate even today, even in conditions of family normality, of common life.
How certain inheritances become genetic ways of loving and submitting to the will of others, even in the face of heartfelt warnings.
What the book tells us, in addition to the lives of Mary and her mother, is how the female conscience still contains the heritage, social and family.
As the author herself states in her synopsis, “The reader risks finding a lot of himself, his present or his past”.
This sentence is crude and true, even if attributed to common lives where there is not such an extreme expression of violence as in the case of the story of Mary.
Even today, every female existence knows the violence of judgment, the need to emancipate oneself from a legacy that is still present, and is so in every social sphere.
Each of us, although not Mary, although not having a John beside her, knows well what those abuses are, where they hover, what they intend to become.
Each of us has moved between the prejudices of a mentality that is the cause and effect of that violence. That if she dodged the attentions of the torturer, she still knows their dynamics, recognizes them, even if in the end she managed to stem them.
Among other things, what this book constantly reiterates is the need to educate future generations.
Future generations are destined to absorb the remnants of the disease of the time; maybe they reject it, but they continue to perceive its direction, that of the old stream that, even when dry, leaves behind the trace of what has been.
Speaking of books yesterday, I said that a novel must have two requisites: usefulness and depth. This book by Loredana De Vita has many requisites, among these, it certainly also has the two that cannot be renounced.
Patrizia Ciribè

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