My Student and I

I miss English literature so much. No, not reading and studying it that I continue to do a lot, but I miss teaching it. I miss transmitting my passion, thanks to a word, a verse, an experience, to dissect that part of a writer that can be understandable and leave the rest to the desire for research and personal deepening while remaining in dialogue. I miss the look of my “boys” when a light came on in their eyes because the author in my words relived and asked them new questions to grow. I also miss the lost gaze of those guys who didn’t understand the language and then, over time, began to grasp its secret. I miss the voice of those who, curious, wanted to know more and of those who, on the other hand, immediately wanted all those answers that I did not give because personal research was imperative. I even miss the hostile gaze of someone who “didn’t care” because other interests involved him or, alas, interest in nothing was their ordeal. Winning their gazes was a masterpiece of encounter, captivating the interest of others with the joy of a dialogue able to continue even in silence and at a distance. I remember one time I surprised the Headmaster and the kids themselves because, leaving the classroom, I declared “I had a bad lesson today”. The boys were perplexed, because they were as enchanted as ever, but I felt that I could have given more and I hadn’t. The Dean was also perplexed because she had never heard a teacher declare her insufficiency. I was perplexed by their perplexity, especially that of the Headmaster, I believe that declaring one’s mistakes is the beginning of a path of improvement and growth, which I have never stopped doing in the 28 years that I have taught and if I have always grown up, as a teacher and as a person, I owe it to “my boys”. Yesterday, in the afternoon, while doing an online lesson, a girl interrupted the lesson because she needed to talk and so, in this way so little private that is the camera, we put aside the language lesson and talked about the person’s need. She told me she missed me so much, even though my smile and encouragement comes through the screen and my voice still manages to calm her down. She misses, she said, the sweetness of my presence (oh well, I’m not that sweet, but that’s how she perceives me) and the security of feeling welcome in my home. I was very impressed with this statement, and thinking back to the meetings with her in the last few weeks, the noise of her house came to mind. Doors that open and close slamming, voices that talk to each other indifferent to his commitment, a pale wall behind him in this house where “we haven’t finished the work yet” and I sense his discomfort to teach like this, his impossibility to draw attention to his doubts as a teenager. The screen that co-connects, then, seemed to me, at this moment, more important than what I always thought, like a window that allows us to look into each other’s heart. The lesson, even in these precarious conditions, is for her an important moment of confrontation and I believe that the teachers, despite the unquestionable difficulties, must give these young people an account and be responsible for their growth path even if forced to home by an area. red. The lock-down does not close people’s souls nor their need to grow, it is an opportunity to become aware that, whatever the tools used, the children look to us with hope and with the need not to be left alone. My literature lesson was Su W. Shakespeare, Midsummer-Night’s Dream, for me it was natural to quote and read with her some verses from the second act (verses 220-226) that I report here so that everyone, from any part of the screen, whatever the bond and the story, may he repeat strongly in his heart the words that Helena dedicates to Demetrius:

Your virtue is my privilege. For that
It is not night when I do see your face,
Therefore I think I am not in the night,
Nor doth this wood lack worlds of company
For you in my respect are all the world:
Then how can it be said I am alone
When all the world is here to look on me?

Here, no one must be alone, each in his own small way can and must know how to be close, not “being” which indicates a physical presence, but “being” which is a sign of the presence of the soul, of thought, of good and of everything themselves.

Mi manca tanto la letteratura inglese. No, non il leggerla e studiarla che continuo a fare moltissimo, ma mi manca insegnarla. Mi manca trasmettere la mia passione, grazie a una parola, un verso, un’esperienza, sviscerare quella parte di uno scrittore che può essere comprensibile e lasciare il resto al desiderio di ricerca e di approfondimento personale restando in dialogo. Mi manca lo sguardo dei miei “ragazzi” quando gli si accendeva una luce negli occhi perché l’autore nelle mie parole riviveva e poneva loro nuove domande per crescere. Mi manca anche lo sguardo perso di quei ragazzi che non comprendevano la lingua e poi, con il tempo, cominciavano ad afferrarne il segreto. Mi manca la voce di chi, curioso, voleva saperne di più e di chi, invece, avrebbe voluto subito tutte quelle risposte che io non davo perché imperativo era la ricerca personale. Mi mancano persino lo sguardo ostile di chi “non se ne importava niente” perché altri interessi lo coinvolgevano o, ahimè, l’interesse per nulla era il loro calvario. Conquistare i loro sguardi era un capolavoro di incontro, affascinare l’interesse degli altri la gioia di un dialogo in grado di proseguire anche nel silenzio e a distanza. Ricordo di una volta che sorpresi la Preside e i ragazzi stessi perché, uscendo di classe dichiarai “oggi ho fatto una pessima lezione”. I ragazzi erano perplessi, perché erano rimasti incantati come sempre, ma io sentivo che avrei potuto dare di più e non lo avevo fatto. La Preside anche era perplessa perché mai aveva sentito un docente dichiarare la propria insufficienza. Io ero perplessa dalla loro perplessità, soprattutto da quella della Preside, credo che dichiarare i propri errori sia l’inizio di un percorso di miglioramento e di crescita, cosa che non ho mai smesso di fare nei 28 anni che ho insegnato e se sono sempre cresciuta, come insegnante e come persona, lo devo proprio ai “miei ragazzi”. Ieri, nel pomeriggio, facendo lezione online, una ragazza ha interrotto la lezione perché aveva bisogno di parlare e così, in questo modo così poco privato che è la telecamera, abbiamo accantonato la lezione di lingua e abbiamo parlato del bisogno della persona. Mi ha detto che le mancavo tanto, anche se il mio sorriso e incoraggiamento le arriva attraverso lo schermo e la mia voce riesce comunque a tranquillizzarla. Le manca, diceva, la dolcezza della mia presenza (vabbè, non sono così dolce, ma lei mi percepisce così) e la sicurezza di sentirsi accolta a casa mia. Mi ha colpito molto questa dichiarazione e, ripensando alle riunioni con lei in quelle ultime settimane mi è venuto alla mente il rumore della sua casa. Porte che si aprono e si chiudono sbattendo, voci che parlano tra loro indifferenti al suo impegno, una parete pallida alle sue spalle in questa casa dove “ancora non abbiamo finito i lavori” e intuisco il suo disagio a fare lezione così, la sua impossibilità ad attirare l’attenzione sui suoi dubbi di adolescente. Lo schermo che co collega, allora, mi è sembrato, in questo momento, più importante di quello che ho sempre pensato, come una finestra che ci consente di guardare l’una nel cuore dell’altra. La lezione, anche in queste condizioni precarie, è per lei un importante momento di confronto e credo che i docenti, nonostante le difficoltà indubitabili, debbano dare conto a questi ragazzi e rendersi responsabili del loro percorso di crescita anche se obbligati a casa da una zona rossa. Il lock-down non chiude l’anima delle persone né il loro bisogno di crescere, è un’occasione per rendersi consapevoli che, qualsiasi gli strumenti usati, i ragazzi guardano a noi con speranza e con il bisogno di non essere lasciati soli. La mia lezione di letteratura era Su W. Shakespeare, Midsummer-Night’s Dream, per me è stato spontaneo citare e leggere con lei alcuni versi dal secondo atto (versi 220-226) che qui riporto affinché ciascuno, da qualsiasi parte dello schermo sia, qualsiasi il legame e la storia, possa ripetere forte nel suo cuore le parole che Helena dedica a Demetrius:


La tua virtù è la mia sicurezza. E allora non è notte se ti guardo in volto, e perciò non mi par d’andar nel buio, e nel bosco non manca compagnia perché per me tu sei l’intero mondo. E come posso dire d’esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?


Ecco, nessuno deve essere solo, ciascuno nel suo piccolo può e deve saper essere accanto, non “stare” che indica una presenza fisica, ma “essere” che è segno della presenza dell’anima, del pensiero, del bene e di tutto se stessi.

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