The Voice of Pain

Patience is a resource of the soul, a resource that creates and does not destroy, which accompanies in laughter, but above all in tears.
There are great pains, so great that we cannot contain them. They are everywhere, inside and outside of us, above and below and even through the fragility of our being.
And yet, when a pain is not “complete” it means that there is something unsolved, unspoken, something that prevents, from the well, being able to find and look at the stars.
Not that that pain is fake, absolutely not, but it can become “strategic”, a sort of trench within which to macerate the incompleteness and prevent it from happening.
Pain, then, becomes the uncomfortable cave from which you do not want to leave because doing so would mean telling the truth, and the truth is not that it “only” hurts, but also tells of a reality different from the one we have built and narrated.
The pain you feel is not false, but denying its deepest origin is the sign of wanting, unconsciously or not, to remain “protected” even from pain in order not to realize that starting again after a great pain also means recognizing and telling the truth, the whole truth.
In pain we show our complete emotionality, including the anger that we should turn towards ourselves but that, usually, we discharge on others who try to make us open our eyes so that we re-become (or become for the first time) masters of our own. breath.
The other, on the other hand, becomes the target against which to hurl one’s incompleteness. We raise our voices and believe in this way to put everything back in its place and every dot on its “i”, in reality we do nothing but remove the problem and refuse to look inside. The more the other invites us to take care of our life, the more we accuse him of not understanding our pain, our commitments, refusing to accept that the more we scream and pretend to be “hard” the more we are crumbling the sense of our conscience and hiding behind things (which are also many) in order not to look reality in the face: the more who screams and the more he entrenches himself in the virulence of speech, the less he has to say and the less his courage to act.
Pain, then, is only an excuse; it is a solicitation to understand the other towards ourselves, that ourselves which, however, we refuse to listen as in our aggression we hurt the other who really loves us. In fact, those who support us do not love us, those who encourage us to build their freedom love us.
Pain does not scream, pain does not attack, pain walks in silence and lives in silence. Pain has a voice, and it is the voice of silence.

La pazienza è una risorsa dell’anima, una risorsa che crea e non distrugge, che accompagna nel riso, ma soprattutto nel pianto.
Ci sono dolori grandi, tanto grandi da non riuscire a contenerli. Sono ovunque, dentro e fuori di noi, sopra e sotto e persino attraverso la fragilità del nostro essere.
Eppure, quando un dolore non si “completa” vuol dire che c’è qualcosa di irrisolto, di non detto, qualosa che impedisce, dal pozzo, di riuscire a ritrovare e guardare le stelle.
Non che quel dolore sia finto, assolutamente no, ma può diventare “strategico”, una sorta di trincea entro cui macerare l’incompiutezza e impedirle di compiersi.
Il dolore, allora, diventa lo scomodo antro dal quale non si vuole uscire perché farlo significherebbe dire la verità, e la verità non è che faccia “solo” male, ma racconta anche di una realtà diversa da quella che abbiamo costruito e narrato.
Non è falso il dolore che si prova, ma il rinnegarne l’origine più profonda è il segno del volere, inconsciamente o meno, restare “protetti” persino dal dolore pur di non prendere atto che ricominciare dopo un dolore grande significa anche riconoscere e raccontare la verità, tutta la verità.
Nel dolore mostriamo la nostra emotività completa, inclusa la rabbia che dovremmo rivolgere verso noi stessi ma che, di solito, scarichiamo sugli altri che cercano di farci aprire gli occhi affinché si ri-diventi (o si diventi per la prima volta) padroni del proprio respiro.
L’altro, invece, diventa il bersaglio contro cui scagliare la propria incompletezza. Alziamo la voce e crediamo in questo modo di rimettere ogni cosa al suo posto e ogni puntino sulla sua “i”, in realtà non facciamo altro che allontanare il problema e rifiutare di guardarci dentro. Più l’altro ci invita ad avere cura della nostra vita, più lo accusiamo di non capire il nostro dolore, i nostri impegni, rifiutando di accettare che più urliamo e fingiamo di essere “duri” più stiamo sgretolando il senso della nostra coscienza e nascondendoci dietro le cose (che pure sono tante) pur di non guardare in faccia la realtà: chi più urla e più si trincera nella virulenza del parlato, meno ha da dire e minore è il suo coraggio di agire.
Il dolore, allora, non è che una scusa; è una sollecitazione alla comprensione dell’altro verso noi stessi, quel noi stessi che, però, rifiutiamo di ascoltare così come nella nostra aggressività feriamo l’altro che ci vuole veramente bene. Non ci ama, infatti, chi ci asseconda, ci ama chi ci sprona a costruire la propria libertà.
Non urla il dolore, non aggredisce il dolore, il dolore cammina in silenzio e nel silenzio vive. Ha una voce il dolore, ed è la voce del silenzio.

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