Culture Is Dialogue

Competence should never be expressed as an ostentation of knowledge, but as a dialectic of comparison.
I am always deeply admired by people who have great competence, but I am more than fascinated by those who know how to manage their own competence in such a way that it becomes a resource for others by supporting their desire for knowledge.
In fact, competence can become an instrument of knowledge for the other by activating their amazement and curiosity, but, in any case, it has the precise purpose of inducing relationships and comparisons.
No competence or knowledge, as an end in itself, can ever be of real effectiveness in everyday life.
The competence offered in a dialectical way becomes a place of encounter with others with whom one enters into a relationship of dialogue, but also with that self that has not lost the desire to grow and mature.
I cannot imagine the value of a skill, nor its duration, in an atmosphere of pure self-referential hedonism. I have always thought that the beauty of knowledge is not in knowing itself, but in the dialectic it “appropriates” in order to broaden the gaze and the horizon.
Culture is like a dart that, thrown far away, pushes all the participants in the competition to take steps further to discover the new site and the new relationship dynamics. The self-referential culture, that is, that which, like a boomerang, returns into the hands of those who launched it, is a culture that risks extinguishing itself by plundering and thus emptying all research.
The satisfaction for one’s own competence is in the joy of sharing that opens up new perspectives and the desire to never stop looking, but not for oneself, but rather so that, together with others, seeds of new knowledge can be sown for those who will be able to cure them tomorrow and see them blossom.

La competenza non dovrebbe esprimersi mai come ostentazione della conoscenza, ma come dialettica del confronto.
Sono sempre profondamente ammirata dalle persone che hanno una grande competenza, ma sono più che affascinata da quelle che sanno gestire la propria competenza in modo tale che essa si trasformi in risorsa per gli altri sostenendone il desiderio di conoscenza.
La competenza, infatti, può diventare strumento di conoscenza per l’altro attivandone lo stupore e la curiosità, ma, in ogni caso, essa ha lo scopo preciso di indurre relazioni e confronti.
Nessuna competenza o conoscenza fine a se stessa può essere mai di reale efficacia nel quotidiano.
La competenza offerta in maniera dialettica diventa luogo di incontro non con gli altri con cui si entra in relazione di dialogo, ma anche con quel se stessi che non ha perso il desiderio di crescere e maturare.
Non riesco a immaginare il valore di una competenza, né la sua durata, in un’atmosfera di puro edonismo autoreferenziale. Ho sempre pensato che la bellezza del sapere non sia nel sapere in sé, ma nella dialettica di cui si “appropria” allo scopo di ampliare lo sguardo e l’orizzonte.
La cultura è come un dardo che, lanciato lontano, spinge tutti i partecipanti alla gara a fare dei passi più avanti per scoprirne il nuovo sito e le nuove dinamiche di relazione. La cultura autoreferenziale, quella , cioè, che come un boomerang ritorna tra le mani di chi l’ha lanciata, è una cultura che rischia di spegnersi depredando e svuotando così ogni ricerca.
La soddisfazione per la propria competenza è nella gioia della condivisione che apre prospettive nuove e desiderio di non smettere mai di cercare, ma non per se stessi, quanto perché insieme agli altri si possano seminare semi di nuova conoscenza per chi, domani, saprà curarli e vederli sbocciare.

4 pensieri su “Culture Is Dialogue

  1. Esiste veramente una ‘competenza’ fine a se stessa? Personalmente ne dubito. Competenza dovrebbe essere una capacità/idoneità (e anche autorità) a risolvere o trattare determinate questioni in determinati campi. Ha pertanto dei limiti definiti ed una utilità pratica. Sussiste solo in quell’ambito. Le conoscenze, al contrario, specie se considerate a livello generico, possono essere illimitate e non necessariamente omogenee, o riferite ad un campo specifico. Ed in quel senso sono accumulabili all’infinito, in teoria, come i soldi. La cultura deve (o dovrebbe) certamente essere dialogo, soprattutto nel senso di stimolo, ispirazione, reciproca relativizzazione. Ma è difficile negare quanto già osservato in passato, ossia che “Knowledge is power”. Il fatto di diventare spesso oggetto di ostentazione è strettamente legato alla sua manifestazione – in un modo o nell’altro – di una sorta di potere. Ed il potere raramente ammette dialettica allo stesso livello. Al giorno d’oggi tra l’altro, oltre che ‘power’ direi che le conoscenze sono un ‘business’, visto il mercato – spesso fasullo e meramente lucrativo – che se ne fa. Argomento interessante, comunque. Saluti.

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  2. Penso che il punto centrale, efficace, sia proprio come dici tu il generare lo stupore. Nel mondo accademico spesso invece accade l’opposto.
    Secondo te, perchè è più facile ostentare “sapere”, “competenze” in maniera aggressiva e con monologhi?

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