On the Verge of a Nervous Breakdown

We are all a bit on the verge of a nervous breakdown, disposed of the safety of the first post lockdown we are now about to wish it to ourselves to feel more protected. Of course, there is no doubt, the economic crisis would be even more dramatic, emotional crises would damage the most fragile, loneliness would haunt the marginalized even more, yet there is that minimum sense of security that makes us perceive a total closure as certainty of salvation. But it isn’t, and it won’t be.
The times are still long for a vaccine and even if they were shortened there would be no certainty of total coverage and, above all, of its duration. Closing everything, on the other hand, would restore a more acceptable dimension of the emergency, but could not eliminate it. So?
So, in any case, there is only one thing that really helps and it is the total awareness of the attitude that in this as in probable future health emergencies, everyone, and I mean ALL, we must assume responsibly.
It is not a question of pessimism but of consistency. We must be honest and admit that to the cry of “let’s reopen everything”, we have also reopened the indifference towards common sense rules that could have reduced the brutal outbreak of that however expected return of the pandemic in the Autumn. But no, we began to remove, not just forget, how heavy and painful the Winter and Spring months were for many; we started to look at ourselves as super Superman and Superwoman unassailable by evil; we have begun to deny the existence of a virus despite the many empty places in workplaces or homes; we believed we were omnipotent and found ourselves helpless fools in the face of our own ruin. This has happened.
Then, of course, everyone can unload on the government, on politics, on the health system, even on the neighbor, all the defaults that were ours too, and perhaps for a large part we are not even wrong, but this was not what triggered such virulence the return of a pandemic, but our personal inattention, having stupidly let our guard down, forgetting the essential. We have begun to believe only in ourselves, forgetting the doctors and nurses, the dead and the devastation for too many of the ensuing economic crisis. With the cry of “free all” we sold the safety and protection of the weak to personal enjoyment, without even reflecting that everything could start again, that we knew and that we ourselves are responsible for it. Now?
Now we pretend to blame one or the other except ourselves. Now there are people with cardiovascular or oncological diseases (to name a few) who are forced to live in fear of the impossibility of being assisted, many give up and know that they will not ask for help but will simply let themselves go and give chance a chance for life that no one is any longer certain that they can adequately support. Now?
What else do you want? Now we are back in complaining and fear. Now we rediscover our own transience and while we continue to argue about the responsibilities, the color of the areas and the school benches, there are those who suffer and die without waiting and hoping no more.

Siamo tutti un po’ sull’orlo di una crisi di nervi, smaltita la sicurezza del primo post lockdown siamo ora in procinto di quasi augurarcelo per sentirci più protetti. Certo, è indubbio, la crisi economica sarebbe ancora più drammatica, le crisi emotive danneggerebbero i più fragili, la solitudine perseguiterebbe ancora di più gli emarginati, eppure, c’è quel minimo senso di sicurezza che ci fa percepire una chiusura totale come la certezza della salvezza. Ma non è così, e non sarà così.
I tempi sono ancora lunghi per un vaccino e se anche si accorciassero non si avrebbe la sicurezza della totale copertura e, soprattutto, della sua durata. Chiudere tutto, d’altro canto, restituirebbe una dimensione più accettabile dell’emergenza, ma non potrebbe eliminarla. E allora?
Allora, in qualsiasi caso, c’è una sola cosa che veramente aiuta ed è la totale presa di consapevolezza dell’atteggiamento che in questa come nelle probabili future emergenze sanitarie, tutti, e dico TUTTI, dobbiamo assumere responsabilmente.
Non si tratta di pessimismo ma di coerenza. Dobbiamo essere onesti e ammettere che al grido di “riapriamo tutto”, abbiamo riaperto anche all’indifferenza verso regole di buon senso che avrebbero potuto ridurre lo scoppio brutale di quel comunque previsto ritorno della pandemia in autunno. Invece no, abbiamo cominciato a rimuovere, non solo dimenticare, quanto pesanti e dolorosi per tanti siano stati i mesi invernali e primaverili; abbiamo ricominciato a guardare a noi stessi come a dei super Superman e Superwoman inattaccabili dal male; abbiamo ricominciato a negare l’esistenza di un virus nonostante i tanti posti vuoti nei luoghi di lavoro o nelle case; abbiamo creduto di essere onnipotenti e ci siamo ritrovati come stupidi impotenti dinanzi al proprio stesso sfacelo. Questo è successo.
Poi, certo, ciascuno può scaricare sul governo, sulla politica, sul sistema sanitario, persino sul vicino di casa tutti gli inadempimenti che sono stati anche i nostri, e forse per buona parte neanche ci sbagliamo, ma non è stato questo a far scatenare con tale virulenza il ritorno di una pandemia, ma la nostra personale disattenzione, l’aver abbassato stupidamente la guardia dimenticandoci dell’essenziale. Abbiamo ricominciato a credere solo in noi stessi, dimenticato i medici e gli infermieri, i morti e la devastazione per troppi della conseguente crisi economica. Al grido di “liberi tutti” abbiamo venduto la sicurezza e la tutela dei deboli al godimento personale, senza neanche riflettere che tutto poteva ricominciare, che si sapeva e che ne siamo noi stessi responsabili. Ora?
Ora pretendiamo di prendercela con l’uno o con l’altro eccetto che con noi stessi. Ora ci sono persone con malattie cardiovascolari o oncologiche (per citarne alcune) che sono costrette a vivere nella paura dell’impossibilità di essere assistite, molte ci rinunciano e sanno che non chiederanno aiuto, ma semplicemente si lasceranno andare e affideranno al caso una possibilità di vita che nessuno più è certo di poter adeguatamente sostenere. Ora?
Che altro si vuole? Ora si è tornati a lamentarsi e ad avere paura. Ora si riscopre la propria transitorietà e mentre si continua a litigare sulle responsabilità, sul colore delle zone e sui banchi delle scuole, c’è chi soffre e muore senza aspettare e senza più sperare.

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