Be Smart, Be Careful!

Let us abandon for a moment (and I hope it stays out forever) any form of controversy, on the other hand we are not polemicists but only polemical and not everyone knows how to make controversy a rhetoric of everyday life. We do not need polemics, but the capacity for observation, intelligence and prudence.
The current situation of the Covid19 pandemic – beyond every denial, every rejection, every confusion, every bad management, every exasperation, every blindness – is a fact and it is a fact that is showing us something about ourselves in general, but also specifically: the individualism that was already known to us is even more exasperated to the point of not realizing the evil of the other, denying it even when it walks beside us.
Only we exist, if the other next to us is struck, it does not concern us, as long as it is not about us in the first person; at that point, however, we turn into acre accusers of the government, health systems, structures, doctors and nurses (who in the meantime are the ones who combine the physical and emotional burden of the undoing we are going through), we accuse everyone except us themselves. And, you see, it is not enough that the other is prudent if we are not too, since the helping relationship is always a relationship, that is, an exchange.
So, I would like us to change the way we look around us and also start looking inside. I would like us to allow ourselves to be disoriented by the pain of the other and to consider it not as a casual and inevitable evil but as a ponderable and predictable pain if we lack our care for the other and for the other towards us.
You see, in the months of the lockdown from March to May, it felt even calmer, despite all the pain we had seen through the media. Now, however, we feel more fragile because the virus, which continues to move among us, does not find in everyone a precautionary response sufficient to protect themselves and others. I see too much superficiality and carelessness with respect to the personal responsibility of people who by now alone should know how to contribute to facing the situation without increasing discontent and disagreements, clashes and political troubles. Take care of each other, be smart and cautious.
I would suggest, then, to look around, to consider the pain, the suggestion of abandonment and desolation that grips those who, for one reason or another get sick. Looking around and not feeling oneself the center of the world, but taking care of the pain of the other, imagining the fear, anxiety, the feeling of suspension experienced by those who are sick or who have someone dearly sick, not just a family member or a friend, but also who you meet from time to time, who smiled at you on the street, who you don’t know but you have heard about. Let’s leave this self-centered world in which we have answered the meaning of our journey. You see, it is a blocked path, it is like riding an exercise bike instead of a bicycle: we have the sensation of moving, but we do not make space around and within us.
Let’s make the pain of the other to confuse us and choose to be intelligent and prudent.

Abbandoniamo per un attimo (e spero se ne resti fuori per sempre) qualsiasi forma di polemica, d’altra parte non siamo polemisti ma solo polemici e non tutti sanno fare della polemica una retorica della vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di polemica, ma di capacità di osservazione, di intelligenza e di prudenza.
La situazione attuale della pandemia da Covid19 -al di là di ogni negazione, ogni rifiuto, ogni confusione, ogni cattiva gestione, ogni esasperazione, ogni cecità- è un fatto ed è un fatto che ci sta mostrando qualcosa di noi stessi in generale, ma anche nello specifico: l’ndividualismo che già ci era noto è ancora più esasperato al punto da non accorgerci del male dell’altro negandolo anche quando ci cammina accanto.
Esistiamo solo noi, se l’altro accanto a noi è colpito, non ci riguarda, purché non si tratti di noi in prima persona; a quel punto, però, ci trasformiamo in acri accusatori del governo, dei sistemi sanitari, delle strutture, dei medici e degli infermieri (che intanto sono quelli che uniscono il carico fisico a quello emotivo del disfacimento che stiamo percorrendo), accusiamo tutti tranne noi stessi. E, vedete, non basta che l’altro sia prudente se non lo siamo anche noi poiché la relazione di aiuto è sempre una relazione, cioè uno scambio.
Vorrei, allora, che cambiassimo il modo di guardarci attorno e cominciassimo anche a guardarci dentro. Vorrei che ci si lasciasse disorientare dal dolore dell’altro e che lo si considerasse non come un male casuale e inevitabile quanto come un dolore ponderabile e prevedibile se manca la nostra cura verso l’altro e dell’altro verso di noi.
Vedete, nei mesi del lockdown da marzo fino a maggio, ci si sentiva persino più tranquilli, nonostante tutto il dolore cui abbiamo assistito attraverso i media. Ora, invece, ci si sente più fragili poiché il virus, che continua a muoversi tra noi, non trova in ciascuno una risposta di precauzione sufficiente a tutelare se stessi e gli altri. Vedo troppa superficialità e incuria rispetto alla responsabilità personale di persone che ormai da sole dovrebbero sapere come poter contribuire a fronteggiare la situazione senza accrescere i malumori e i contrasti, gli scontri e le traversie politiche. Prendersi cura l’uno dell’altro, essere intelligenti e prudenti.
Suggerirei, allora, di guardarsi attorno, di considerare il dolore, la suggestione di abbandono e di desolazione che attanaglia coloro che, per un motivo o l’altro si ammalano. Guardarsi attorno e non sentire se stessi il centro del mondo, ma avere cura del dolore dell’altro, immaginare la paura, l’ansia, la sensazione di sospensione che vive chi è ammalato o chi ha qualcuno di caro ammalato, non solo un familiare o un amico, ma anche chi si incontra di tanto in tanto, chi ti ha sorriso per strada, chi non conosci ma di cui hai sentito parlare. Usciamo da questo mondo egocentrico nel quale abbiamo risposto il senso del nostro cammino. Vedete, è un cammino bloccato, è come andare in cyclette invece che sulla bicicletta: abbiamo la sensazione di muoverci, ma non facciamo spazio attorno e dentro di noi.
Laciamo che il dolore dell’altro ci disorienti e scegliamo di essere intelligenti e prudenti.

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