J. M. Coetzee: Aspettando i barbari

Aspettando i barbari (Einaudi, 2016) è un romanzo di J. M. Coetzee che, per la sua attualità e convergenza con il presente, potrebbe essere stato scritto persino oggi. Il romanzo, invece, fu pubblicato per la prima volta nel 1980 e, sebbene nel testo non vi siano riferimenti a epoche o luoghi, potrebbe mostrare dei riferimenti alla condizione dell’apartheid non ancora dissoltasi in Sudafrica, terra di origine dell’autore. Eppure, proprio la mancanza di definizioni spaziali e temporali accresce il valore e il significato della narrazione che si riferisce a un sempre e ogni luogo che interrogava allora come interroga oggi e che avrebbe dovuto interrogare in gni tempo e in ogni luogo.
La storia del Magistrato, il suo contrasto con il colonnello Joll, non appartengono al tempo della narrazione, ma anche a oggi, poiché anche oggi l’indentificazione e creazione del nemico in chi non si consosce diventa motivo e scusa per affermare il proprio potere sugli altri, su tutti gli altri, anche quelli che appartengono allo stesso popolo, usando l’espediente della tutela per ampliare la propria supremazia. I barbari, nel romanzo, come nel quotidiano, sono invenzioni che fanno comodo a chi sulla paura dell’altro fonda la possibilità del proprio senso. Nel romanzo, come nel quotidiano, le torture inflitte ai barbari, le umiliazioni cui sono sottoposti come se fossero una sottocategoria, di più, una non categoria tra gli esseri umani, non serve a mostrare la loro barbarie ma la nostra. Privati della presunta barbarie dell’altro, non potremmo giustificare la nostra sete di potere né il ruolo che intendiamo assumerci di liberatori della violenza dei barbari.
Il Magistrato, allora, consapevole dell’inesistenza della violenza dei barbari compie diversi passi per asserire l’uguaglianza degli indigeni e la loro appartenenza al genere umano. Lo fa lentamente, prima provando a difendere una ragazza che è stata torturata, innamorandosene anche, ma senza mai riuscire a varcare la soglia del suo corpo perché, inconsapevolemente o meno, la sua è ancora la ricerca del perdono per sé stesso, ma non il totale riconoscimento dell’altro. Con il tempo il Magistrato diventerà più consapevole e, se anche sarà incarcerato e umiliato affinché possa sentire il suo corpo come quello dei barbari e ribellarsi a quella similitudine, riuscirà a urlare il suo NO alla violenza gratuita e immotivata, riuscirà a dichiarare che quelle creature torturate sono Uomini come noi. In questa dichiarazione il Magistrato sarà veramente libero e del tutto in grado di riconoscere la verità su chi siano i veri barbari della civiltà.
Sono tantissimi gli spunti suggeriti da questo bellissimo romanzo e garantiti anche da una scrittura lineare e profonda, in grado di toccare le emozioni provocando l’intelligenza. Gli Elleni chiamavano οι βάρβαροι tutti coloro che erano estranei ai loro confini e che balbettavano la lingia greca che non conoscevano, da cui l’onomatopea del nome loro attribuito, ma, a pensare bene, quei barbari e quei confini non sono fuori, ma dentro di noi.

Waiting for the barbarians (Einaudi, 2016) is a novel by J. M. Coetzee which, due to its relevance and convergence with the present, could have been written even today. The novel, on the other hand, was published for the first time in 1980 and, although there are no references to times or places in the text, it may show references to the condition of apartheid not yet dissolved in South Africa, the author’s homeland. Yet, precisely the lack of spatial and temporal definitions increases the value and meaning of the narrative that refers to an ever and every place that questioned then as it questions today and that it should have questioned in every time and in every place.
The story of the Magistrate, his contrast with Colonel Joll, do not belong to the time of the narration, but also to today, since even today the identification and creation of the enemy in those who do not know themselves becomes a reason and excuse to assert their power over others, over all the others, even those who belong to the same people, using the expedient of protection to broaden their supremacy. The barbarians, in the novel, as in everyday life, are inventions that are convenient for those who base the possibility of their own meaning on the fear of the other. In the novel, as in everyday life, the tortures inflicted on the barbarians, the humiliations to which they are subjected as if they were a sub-category, moreover, a non-category among human beings, serves not to show their barbarism but ours. Deprived of the alleged barbarism of the other, we could not justify our thirst for power or the role we intend to assume as liberators of the violence of the barbarians.
The Magistrate, then, aware of the non-existence of the violence of the barbarians, takes several steps to assert the equality of the natives and their belonging to the human race. He does it slowly, first trying to defend a girl who has been tortured, even falling in love with her, but without ever being able to cross the threshold of her body because, unconsciously or not, his is still the search for forgiveness for himself, but not the total recognition of the other. Over time the Magistrate will become more aware and, even if he is imprisoned and humiliated so that he can feel his body like that of the barbarians and rebel against this similitude, he will be able to shout his NO to gratuitous and unmotivated violence, he will be able to declare that those tortured creatures are Men like us. In this declaration the Magistrate will be truly free and fully capable of recognizing the truth about who the true barbarians of civilization are.
There are many ideas suggested by this beautiful novel and also guaranteed by a linear and profound writing, able to touch emotions and provoke intelligence. The Hellenes called οι βάρβαροι all those who were foreign to their borders and who stammered the Greek language they did not know, hence the onomatopoeia of the name attributed to them, but, to think well, those barbarians and those borders are not outside, but inside us.

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