School

The feeling, which is more than a feeling, is that everything is left to the school. Whatever happens to us any social flaw, any behavior, any kind of training, etc., the school has to deal with it. Okay, let’s also pretend that this is possible, let’s also pretend that there are no other places and situations responsible for the human and moral growth of the children, let’s also pretend that the school is responsible and has to take charge of everything and more, but which school? Because, you see, school is not just a physical place, but a human place. The school is not just a symbolic place to which all human and inhuman dissatisfactions can be addressed, the school is a real place made by people and for people built together with people. The school is not a container to be filled with children as if they were fleas in a jar or with ideas that cannot be realized, the school is politics in the purest sense of a place of continuous training and continuous dialogue. In dramatic situations, all responsibilities fall on the school, but the school is the first nucleus to collapse in the concrete attention of those magic words which, having concluded the verbal use of the rhetorical disquisition on school and its meaning in a modern society, forget that the school is built in physical structures as well as in training and human ones, that the school needs constant commitment and care both in the structures and in the cultural and human training of teachers, that a school does not represent the waste and decline of a society that does not know how to take care of it, but its failure. It is easy to say that school is important, difficult to understand how to treat and let this importance evolve. It is easy to say that the school must take care of the formation of the critical spirit of future citizens, but it is forgotten that those small citizens together with their adult educators already exist and that the care towards their future surrender does not depend on the moment that ends in one or more hours of lessons, but in continuity and over time. Tell me how it is possible to “be a school” and not just “do school” in dilapidated structures, in chicken coop classes, in the absence of accessories and humanity on the part of some teachers. Tell me how it is possible to be a school in an age that delegates without caring, in an age in which families place the responsibility for raising children on teachers, intended more as entertainment for them than as training; tell me how it is possible to be a school in an age that underestimates cultural and human skills and despises its “teachers” by not recognizing them a social role (except as custodians of the responsibilities of those who do not assume their responsibilities) or economic (teachers are among the social categories of the underpaid). Tell me how it is possible to be a school without knowing how to distinguish the value of education and culture from that of an increasingly bureaucratic entertainment convenience. Tell me how to be a school if you cannot fully and competently deal with the real problems that real children mature in their real reality, if you can free the morning after pill without being able to do sex education in the classrooms, for example and only one example among the attempts that can be made to demonstrate the inconsistencies and contradictions between an alleged attribution of responsibility and value to the school and its ephemeral and not very concrete application. Well, when we talk about the value and importance of school in the life of a society we say a sacrosanct thing, but between saying and doing there is the sea, between speaking in order to speak and making school possible. a society needs there are “facts” that do not depend on the school as a local institution, but on the concreteness with which the whole society applies to ensure that the school really exists and works. I do not speak to speak, in school I spent 28 years of my professional life and I did not do school, I was school for my “boys”, their families, the school itself.

La sensazione, che è più di una sensazione, è che ogni cosa sia demandata alla scuola. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi falla sociale, qualsiasi comportamento, qualsiasi tipo di formazione, ecc., è la scuola che deve occuparsene. Va bene, facciamo anche finta che questo sia possibile, facciamo anche finta che non esistano altri luoghi e situazioni responsabili della crescita umana e morale dei ragazzi, facciamo anche finta che la scuola sia responsabile e debba farsi carico di tutto e di più, ma quale scuola? Perché, vedete, la scuola non è solo un luogo fisico, ma un luogo umano. La scuola non è solo un luogo simbolico al quale indirizzare tutte le umane e disumane insoddisfazioni, la scuola è un luogo reale fatto da persone e per le persone costruito insieme alle persone. La scuola non è un recipiente da colmare di ragazzi come se fossero pulci in un barattolo né di idee che non si possono realizzare, la scuola è politica nel senso più puro di luogo di formazione continua e in continuo dialogo. Nelle situazioni drammatiche tutte le responsabilità sono fatte cadere sulla scuola, ma è la scuola il primo nucleo a crollare nelle attenzioni concrete di quei parolai magici che, concluso l’uso verbale della disquisizione retorica sulla scuola e il suo significato in una società moderna, dimenticano che la scuola si costruisce nelle strutture fisiche come in quelle formative e umane, che la scuola ha bisogno di impegno costante e cura sia nelle strutture che nella formazione culturale e umana dei docenti, che una scuola non rappresenta lo scarto e il declino di una società che non sa prendersene cura, ma il suo fallimento. È facile dire che la scuola è importante, difficile capire come curare e lasciar evolvere questa importanza. È facile dire che la scuola deve occuparsi della formazione dello spirito critico dei futuri cittadini, ma si dimentica che quei piccoli cittadini insieme ai loro adulti educatori esistono già e che la cura verso la loro resa futura non dipende dall’attimo che si esaurisce in una o più ore di lezione, ma nella continuità e nel tempo. Ditemi come sia possibile “essere scuola” e non solo “fare scuola” in strutture fatiscenti, in classi pollaio, in assenza di accessori quanto di umanità da parte di alcuni docenti. Ditemi come sia possibile essere scuola in un’epoca che delega senza avere cura, in un’epoca in cui le famiglie scaricano sugli insegnanti la responsabilità della crescita dei figli intesa più come intrattenimento degli stessi che come formazione; ditemi come sia possibile essere scuola in un’epoca che sottovaluta le competenze culturali e umane e disprezza i suoi “maestri” non riconoscendo loro un ruolo sociale (tranne che come depositari delle responsabilità di chi non si assume le proprie responsabilità) né economico (i docenti sono tra le categorie sociali dei sottopagati). Ditemi come sia possibile essere scuola senza che si sappia distinguere il valore della formazione e della cultura da quello di comodo di intrattenimento sempre più burocraticizzato. Ditemi come si fa a essere scuola se non si possono affrontare pienamente e con competenza i problemi reali che maturano i ragazzi reali nella loro reale realtà, se si può rendere libera la pillola del giorno dopo senza aver potuto fare educazione sessuale nelle aule, per esempio e solo un esempio tra i tanti che si possono fare per dimostrare le incongruenze e le contraddizioni tra una pretesa attribuzione di responsabilità e valore alla scuola e la sua effimera e poco concreta applicazione. Ecco, quando si parla del valore e dell’importanza della scuola nella vita di una società si dice una cosa sacrosanta, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, tra il parlare per parlare e il rendere possibile la scuola di cui una società ha bisogno ci sono “fatti” che non dipendono dalla scuola come istituzione locale, ma dalla concretezza che l’intera società applica per fare in modo che la scuola esista e funzioni davvero. Non parlo per parlare, nella scuola ho trascorso 28 anni della mia vita professionale e non ho fatto scuola, sono stata scuola per i miei “ragazzi”, le loro famiglie, la scuola stessa.

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