Migrants in Life

If we stopped looking at the other with the worry of difference, we could perhaps realize how migrant we ourselves are in some way. Migrants in life and in thought. Migrants seeking shelter and openness. Migrants who dream of a destiny and build it in the courage of choices that are not understandable to all. Migrants who aspire to new horizons even when they fear them. Migrants who know how to imagine hope and be amazed at the growing life. Of the other we fear not his diversity but ours, not his voice but our silence, not his gaze but our blindness as humans who have stopped taking a route to their destination.
I often think about it. I often think that the rigidity of migration laws does not correspond to the innate need in every human being to seek a place in the world and in time. I often think that the boundaries we build as barriers are the cause and not the consequence of the void we have learned to fill our reasons for living. I often think that fear, hatred, the idea of ​​a presumed superiority are the daughters of an atavistic fear of helplessness that we manifest in the detachment, in the distance from the other which we do not want to recognize the courage to still be able to seek something to live for, for which life has meaning. I think that the loneliness and individualism with which we have surrounded ourselves repress the truth of human beings who do not need to be afraid of the other or to create new enemies, but to recognize themselves and recognize the other as a new voice that invites us to continue the journey. I think that the story of each is a source of learning, both the joy of the encounter, and the possibility of breaking that annoying glass roof from which you can observe everything without ever reaching it. I think that not alone, but together with others, we can restore meaning to this transitory time that we spend in our space and make it making sense.

Se smettessimo di guardare l’altro con l’assillo della differenza potremmo, forse, accorgerci di quanto si sia noi stessi in qualche modo migranti. Migranti nella vita e nel pensiero. Migranti che cercano riparo e apertura. Migranti che sognano un destino e lo costruiscono nel coraggio di scelte non a tutti comprensibili. Migranti che ambiscono nuovi orizzonti anche quando li temono. Migranti che sanno immaginare la speranza e stupirsi per la vita che cresce. Dell’altro temiamo non la sua diversità ma la nostra, non la sua voce ma il nostro silenzio, non il suo sguardo ma la nostra cecità di persone umane che hanno smesso di dare una rotta alla propria destinazione.
Ci penso spesso. Penso spesso che la rigidità delle leggi sulla migrazione non corrisponde alla necessità innata in ogni essere umano di cercare un posto nel mondo e nel tempo. Penso spesso che i confini che costruiamo come barriere sono la causa e non la conseguenza del vuoto di cui abbiamo imparato a colmare le nostre ragioni per vivere. Penso spesso che la paura, l’odio, l’idea di una presunta superiorità sono figlie di un atavico timore di impotenza che manifestiamo nel distacco, nella distanza dall’altro di cui non vogliamo riconoscere il coraggio di essere ancora in grado di ricercare qualcosa per cui vivere, per cui la vita abbia un senso. Penso che la solitudine e l’individualismo di cui ci siamo circondati reprimono la verità di esseri umani che non hanno bisogno di avere paura dell’altro né di creare nuovi nemici, ma di riconoscersi e riconoscere l’altro come una voce nuova che invita a proseguire il cammino. Penso che la storia di ciascuno sia fonte di apprendimento, sia la gioia dell’incontro, sia la possibilità di infrangere quel fastidioso tetto di cristallo dal quale poter osservare il tutto senza mai raggiungerlo. Penso che non da soli, ma insieme agli altri si possa restituire un significato a questo tempo transitorio che trascorriamo nel nostro spazio e fare in modo che esso abbia senso.

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