Inappropriate Theft

Disappointed by the sometimes inexorable everyday life, afflicted by broken dreams that uproot hope, unable to react and get up from the possible continuous falls of a life lost in a profound void of meaning, we learn to hate what we lack, the happiness of the other, its good, its ability to build what we no longer believe in.
It applies to anything that disappoints us, to anything we believe we deserve, to anything that thirsts our lust for power. We incriminate others for our failures, if we are demotivated it is because another has “stolen” our space, if we do not find different ways to construct a meaning the other becomes our enemy, if we are not able to activate (i.e. make active) hope, the joy of the other is a further wound for our demoralized ego.
The result of this bad way of relating to life, to the other, but above all and first of all to ourselves, is hatred; a particular type of hatred, however, the hatred of envy that tells us to act against the other so that what we do not have even he cannot have.
We consume ourselves in envy for the other to the point of feeling like an “obligation”, a “duty” to prevent the other from having what we do not have. We gnaw at the smile of the other, we feel prostrate at the thought that the joy that the other feels is that of which we have been cheated. Thus, hatred increases, envy finds no limits and verbal, psychological or physical violence is the only answer we are able to give to hide our inability to believe in ourselves, to recover and build. We want the other to suffer as we do and destroy him in any way possible, in some cases to the point of physical death.
Are we really satisfied with the result? Is our laugh really what tastes like conquest? So we believe, because getting rid of the other that bothers us we consider it a victory and a resource for our future. But we are wrong. We are deeply wrong. Our discomfort will be increased and our inability to grow will involve the contempt that we will be able to create in those around us and recognize us as cowards.
The theft of the life of others, the theft of happiness, of hope makes us even more inappropriate beings, more inadequate, more incapable of building even the smallest good and beautiful for ourselves. The unhappiness of the other is not our medal, nor a proclamation to be proud of. The unhappiness of the other, caused by our envy, is the prison in the bowels of meaning from which we will never again be able to be freed.

Delusi dal quotidiano talvolta inesorabile, afflitti da sogni spezzati che sradicano la speranza, incapaci di reagire e rialzarci dalle possibili continue cadute di una vita smarrita in un profondo vuoto di senso, impariamo a odiare ciò che ci manca, la felicità dell’altro, il suo bene, la sua capacità di costruire quello in cui non crediamo più.
Vale per qualsiasi cosa ci deluda, per qualsiasi cosa crediamo di meritare, per qualsiasi cosa che asseti la nostra brama di potere. Incriminiamo gli altri per i nostri insuccessi, se ci demotiviamo è perché un altro ha “rubato” il nostro spazio, se non troviamo vie diverse alla costruzione di un senso l’altro diventa il nostro nemico, se non siamo capaci di attivare (cioè rendere attiva) la speranza, la gioia dell’altro è un’ulteriore ferita per il nostro ego demoralizzato.
Il risultato di questo pessimo modo di relazionarsi alla vita, all’altro, ma soprattutto e prima di tutto con noi stessi, è l’odio; un tipo particolare di odio, però, l’odio dell’invidia che ci induce ad agire contro l’altro affinché quello che noi non abbiamo neanche lui possa averlo.
Ci consumiamo nell’invidia per l’altro fino a sentire come “obbligo”, come “dovere” l’impedire che l’altro abbia ciò che non abbiamo. Ci rodiamo al sorriso dell’altro, ci sentiamo prostrati al pensiero che la gioia che l’altro prova sia quella di cui noi siamo stati defraudati. Così, l’odio si incrementa, l’invidia non trova limiti e la violenza verbale, psicologica o fisica che sia è l’unica risposta che siamo in grado di dare per nascondere la nostra incapacità di credere in noi stessi, di risollevarci e costruire. Vogliamo che l’altro patisca come patiamo noi e lo distruggiamo in qualsiasi modo sia possibile, in alcuni casi fino alla morte fisica.
Siamo, poi, davvero soddisfatti del risultato conseguito? La nostra risata è davvero quella che ha il sapore della conquista? Così crediamo, perché liberarsi dell’altro che ci dà fastidio la consideriamo una vittoria e una risorsa per il nostro futuro. Ma ci sbagliamo. Ci sbagliamo profondamente. Il nostro disagio ne sarà accresciuto e la nostra incapacità di crescere involverà nel disprezzo che sapremo creare in chi ci è accanto e ci riconosce come dei vili.
Il furto della vita altrui, il furto della felicità, della speranza fa di noi degli esseri ancora più inappropriati, più inadeguati, più incapaci di costruire un benchè minimo bene e bello per noi stessi. L’infelicità dell’altro non è una nostra medaglia, nè una bandiera di cui andare fieri. L’infelicità dell’altro, causata dalla nostra invidia, è la prigione nelle viscere del senso dalla quale non saremo mai più in grado di essere liberati.

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