Meet Your Life

The news that reaches us from the newspapers seems to barely touch our conscience without stimulating the awareness of having to assume a different role in our own life, of having to give it back its lost value, of having to observe it from the inside, of bending our inconsistencies to a meaning and a meaning that does not isolate us from the rest of the world, but makes us an active part of it.
Yet, such news is often tragic, so dramatic that it should not only touch us, but offer us the measure of an era in which the loss of principles and respect for the other is making us more automatons than automatons, more robots than robots, more mutants of mutants.
Where are we when things happen? Are we sure that as they only happen up to next door they don’t concern us? Are we aware that the distance between us and others is less than that of next door even if we pretend to be separated from the other kilometers and kilometers of our existence?
This is how the connection of what is happening around us escapes us, we feel excited because a 10/11 year old child launches from the tenth floor to respond to an online challenge. I wonder what a ten-year-old boy who should still play discovering life around him knows about life and death. Yes, he had to find out, since it’s too late now. You don’t need to pity your parents’ pain, you need to think deeper than that and I’m not referring to parents, but to all of us, casual and distracted observers of the world’s pain.
This is how a young man, apparently quiet and reserved, can destroy the life of two young lovers who were building their own future. Anger, dismay, in the time they find before they distance themselves from what has happened, do not serve to explain why there are those who want to upset and annihilate the happiness of the other.
All guilty, all punished for choosing life or death by chance. Because it is by chance that “we are fine”, it is by chance that “nothing has hit us YET”, it is by chance that we can still “pretend” to be fine.
Yet, one does not live “by chance”, it is not “by chance” if one dies.
Where we are? What are we really interested in beyond the fleeting moment of our complacency at still being unharmed and that of our self-satisfaction at still being afloat?
Here, I think we should ask ourselves many questions and, this time, look for answers without waiting for them to arrive somewhere, perhaps even of dubious origin. I believe we should remember to be alive and to be life for each other. I think we should go back to learning to meet life.

Le notizie che ci raggiungono dai giornali sembrano sfiorare appena la nostra coscienza senza stimolare la consapevolezza di dover assumere un ruolo diverso nella nostra stessa vita, di doverle restituire il valore perduto, di doverla osservare dall’interno, di piegare le nostre incongruenze a un senso e un significato che non ci isolino dal resto del mondo, ma di esso ci rendano parte attiva.
Eppure, tali notizie sono spesso tragiche, talmente drammatiche che non dovrebbero sfiorarci soltanto, ma offrirci la misura di un’epoca in cui la perdita di principi e di rispetto dell’altro ci sta rendendo più automi degli automi, più robot dei robot, più mutanti dei mutanti.
Dove siamo noi quando le cose accadono? Siamo certi che poichè accadono solo fino alla porta accanto esse non ci riguardino? Siamo consapevoli che la distanza tra noi e gli altri è inferiore a quella di una porta accanto anche se fingiamo di essere separati dall’altro chilometri e chilometri del nostro esistere?
È così che ci sfugge il nesso di quello che ci accade intorno, ci sentiamo emozionati perché un bambino di 10/11 anni si lancia dal decimo piano per rispondere a una sfida online. Mi domando che cosa ne sappia di vita e di morte un ragazzino di dieci anni che dovrebbe ancora giocare a scoprire la vita intorno a lui. Già, doveva scoprirla, poiché ormai è troppo tardi. Non serve compatire il dolore dei suoi genitori, bisogna riflettere più in profondo di così e non mi riferisco ai genitori, ma a tutti noi, osservatori occasionali e distratti del dolore del mondo.
È così che un giovane, apparentemente tranquillo e riservato, può distruggere la vita di due giovani innamorati che costruivano il proprio futuro. Rabbia, sgomento, nel tempo che trovano prima che si prendano le distanze da ciò che è accaduto, non servono a spiegare perché ci sia chi desideri sconvolgere e annientare la felicità dell’altro.
Tutti colpevoli, tutti puniti per scegliere la vita o la morte per caso. Perché è per caso che “ci va bene”, è per caso “che non ci ha colpito ANCORA niente”, è per caso se possiamo ancora “fingere” di stare bene.
Eppure, non si vive “per caso”, non è “per caso” se si muore.
Dove siamo? Che cosa ci interessa davvero oltre l’attimo fugace del nostro compiacimento per essere ancora illesi e quello dell’auto compiacimento per essere ancora a galla?
Ecco, credo che dovremmo porci molte domande e cercare, questa volta, le risposte senza attendere che esse ci arrivino da qualche parte, magari anche di dubbia provenienza. Credo che dovremmo ricordarci di essere vivi e di essere vita per l’altro. Credo che dovremmo tornare a imparare a incontrare la vita.

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