Ernest Hemingway: Addio alle armi

Addio alle armi di Ernest Hemingway (Mondadori, 2015) non è certo un romanzo sconosciuto, anzi, da molti è definito un classico della letteratura americana. Di certo lo è, ma, per me, è ancora di più.

La storia, nota, precisa in senso giornalistico, non è solo la narrazione della disfatta di Caporetto durante la I guerra mondiale, e non è solo la storia d’amore tra un soldato americano, Frederick, e un’infermiera inglese, Catherine, né quella della relazione che si stabilisce tra soldati italiani e il tenente americano, ma di tutto questo assieme e anche di più.

Si tratta di una storia d’amore, di un rifiuto della guerra e delle guerre, della difficoltà di comprendere la violenza cui ci si sottopone perché c’è la guerra, della diffidenza tra persone che non sanno più se attenersi alla forma della guerra o lasciarsi andare alla inevitabile sofferenza che essa provoca.

Così, la storia personale dei protagonisti diventa simbolo della storia universale del dolore e del vuoto, della distanza che c’è tra il proclamare una guerra e il farla; le ferite dei corpi diventano lacerazioni dell’anima e si trasformano in bisogno di dissentire da tutto ciò che dalla violenza scaturisce privando l’essere umano di dignità e scelta.

Amo molto questo romanzo, in realtà amo molto la scrittura di Hemingway, così precisa, dettagliata, anche nella mancanza dei dettagli che non devono essere svelati perché il lettore, dentro di sé, li conosce e conosce bene ogni sfumatura della vita che segna lo spirito. Difatti, i dialoghi, talvolta scarni, nella loro nitidezza descrivono una visione interiore che non può essere narrata da una sola voce poiché essa assume la forma e i suoni delle voci emotive di chi legge e che nelle poche parole trova quel non detto rivelatore anche di se stesso.

Così è anche il titolo che, se in italiano lascia serpeggiare soprattutto il senso della guerra (sebbene si usino espressioni come cedere le armi nel senso di arrendersi dinanzi a qualcosa di insormontabile), in inglese, “Farewell to Arms”, esprime un duplice significato. Arms, infatti, non si riferisce solo alle armi dell’esercito, ma alle braccia del corpo. Un anticipo, forse, della grande tragedia finale che vedrà i protagonisti perdenti, in ogni senso.

Un romanzo che racconta storie che si ripetono e che, quanto tale ripetizione accade, lasciano ciascuno dinanzi a un vuoto profondo che nulla potrà mai compensare.

A Farewell to Arms by Ernest Hemingway (Mondadori, 2015) is certainly not an unknown novel, indeed, it is defined by many as a classic of American literature. It sure is, but, for me, it’s even more.

The story, renown, specified in a journalistic sense, is not only the narration of the defeat of Caporetto during the First World War, and it is not only the love story between an American soldier, Frederick, and an English nurse, Catherine, nor that of the relationship that is established between Italian soldiers and the American lieutenant, but of all this together and even more.

It is a story of love, of a rejection of war and wars, of the difficulty of understanding the violence to which one is subjected because there is war, of the mistrust between people who no longer know whether to stick to the form of war or letting go of the inevitable suffering it causes.

Thus, the personal history of the protagonists becomes a symbol of the universal history of pain and emptiness, of the distance that exists between proclaiming a war and making it; the wounds of the bodies become lacerations of the soul and are transformed into the need to dissent from everything that comes from violence, depriving the human being of dignity and choice.

I love this novel very much, to tell the true, I love Hemingway’s writing very much, so precise, detailed, even in the lack of details that must not be revealed because the reader, within himself, knows them and knows every nuance of life that marks the spirit. In fact, the dialogues, sometimes sparse, in their clarity describe an inner vision that cannot be narrated by a single voice since it takes on the form and the sounds of the emotional voices of the reader and who finds in a few words that unspoken revealer even of himself same.

So is the title that, if in Italian, above all lets the sense of war meander (although expressions such as surrendering arms are used in the sense of surrendering in front of something insurmountable), in English, “Farewell to Arms”, expresses a double meaning. Arms, in fact, does not refer only to the weapons of the army, but to the arms of the body. An anticipation, perhaps, of the great final tragedy that will see the protagonists losing, in every sense.

A novel that tells stories that repeat themselves and that, when such repetition happens, leave everyone in front of a profound emptiness that nothing can ever compensate for.

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