No Labels to Define People

We have an innate desire to label everything, yet things have no labels but names and the difference is very profound.
A name tells you what it really is, a label how we see something or, worse, how we want to see it. A name reveals a fact to you, which may or may not be pleasant, but it is a fact; a label shows a point of view that may or may not be relevant, but which often hides the idea of ​​presenting something as a “product” and this is profoundly wrong when we are not talking about items to sell or advertise (and even in that case often the label is a lie or a half lie), but it is about people.
Each person is different from the other, each has his dreams, his ambitions, his origins, his thoughts, etc. . You should never choose categories in which to put people unless they are the categories chosen by the people themselves.
Labels feed prejudices and stand between the possibility of knowing each other and really knowing each other. It is typical, and even understandable, that in the face of something that is outside our knowledge, fears may arise, but it is not that difference becomes an obstacle to encounter and knowledge, especially when such prejudices mystify the truth and reduce diversity at an insurmountable distance.
Giving a name to things, on the other hand, the real name, however, helps to deal with what one does not know, creating an opportunity for encounter and knowledge. This is what everyone should strive for, avoiding stereotypes and prejudices, vain and often despicable labels that apparently serve to defend us while, on the contrary, they deprive us of freedom and plunge us into an unbridgeable abyss.

Abbiamo un desiderio innato di dare etichette a ogni cosa, eppure le cose non hanno etichette ma nomi e la differenza è moto profonda.
Un nome ti dice ciò che è davvero, un’etichetta come noi vediamo qualcosa o, peggio, come noi vogliamo vederla. Un nome ti rivela un dato di fatto, che può essere piacevole o meno, ma è un fatto; un’etichetta mostra un punto di vista che può essere pertinente o meno, ma che spesso nasconde l’idea di presentare qualcosa come un “prodotto” e questo è profondamente errato quando non si parla di oggetti da vendere o pubblicizzare (e anche in quel caso spesso l’etichettsa è una menzogna o una mezza bugia), ma si tratta di persone.
Ogni persona è diversa dall’altra, ciascuna ha i suoi sogni, le sue ambizioni, le sue orgini, i suoi pensieri, etc. . Non si dovrebbe mai scegliere delle categorie in cui inserire le persone a meno che esse non siano le categorie scelte dalle persone stesse.
Le etichette alimentano pregiudizi e si frappongono tra la possibilità di consocersi e il conoscersi realmente. È tipico, e persino comprensibile, che dinanzi a qualcosa che è al di fuori della nostra consocenza, possa sorgere timori, ma non lo è che la differenza diventi un ostacolo all’incontro e alla conoscenza, soprattutto quando tai pregiudizi mistificano la verità e riducono la diversità a distanza insormontabile.
Dare un nome alle cose, invece, il nome vero, però, aiuta a confrontarsi con ciò che non si conosce creando un’occasione di incontro e conoscenza. Questo è ciò cui ciascuno dovrebbe tendere evitando stereotipi e pregiudizi, etichette vane e spesso spregevoli che apparentemente servono a difenderci mentre, al contrario, ci privano della libertà e ci precipitano in un baratro incolmabile.

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