A Little Boy from Nowhere

Voices that often clash with a deeper reality. Laughter of boys, as it should be, because, even if they disturb, I prefer them this way, laughing but not coarse, cheerful and looking for a comparison instead of aggressive and aimless. I remember that I was like that too, in the silent night, much more silent than now, it was rare to see young people walking and chatting quietly on the street. No, it doesn’t bother me, I just wish they were careful about themselves, because you don’t need to get high to be happy. Yet, tonight these rumors seem more out of place. Not because they are stronger and more lively than usual, on the contrary, tonight they seem more serene, luckily although I hope for them not by chance. It is I who cannot sleep, my thoughts cannot detach themselves from the remains of a found child. No, I am not interested in knowing why and how, no morbid curiosity touches me, nor is it me who must be given explanations on the causes and reasons for such profound pain. It is not with indiscretion that the anguish of such a double loss can be healed and it is not I who must be answered. My thoughts remain with the remains of that child and that woman because I think of emptiness, of closed doors, of opportunities that will not be there, of smiles that will not be born, of caresses that will not be given. I think about who that child could have become, what promise he could have been, what friends he would have known and what affections he would have abandoned. I think about which part of himself he would have wanted to tell one day and which, instead, he would have wanted to improve. I think of tears and smiles, games and dreams with no more time to be dreamed. All around I hear a buzz of distracted and cheerful voices, and that’s right, but I can’t close my eyes because the future that isn’t there cries and silently invokes the name of a child who is no longer there.

Voci che stridono, spesso, con una realtà più profonda. Risate di ragazzi, come è giusto che sia, perché, anche se disturbano, li preferisco così, ridenti ma non sguaiati, allegri e in cerca di un confronto invece che aggressivi e senza meta. Ricordo che anch’io ero così, nella notte silenziosa, molto più silenziosa di ora, era raro vedere giovani che camminavano e chiacchieravano tranquilli per strada. No, non mi disturba, vorrei solo che fossero attenti a sé stessi, perché non è necessario sballarsi per essere contenti. Eppure, stanotte queste voci mi sembrano di più fuori luogo. Non perché siano più forti e vivaci del solito, anzi, stasera sembrano più serene, per fortuna sebbene io speri per loro non per caso. Sono io che non riesco a dormire, il mio pensiero non riesce a staccarsi dai resti di un bimbo ritrovato. No, non mi interessa sapere il perché e il per come, non tocca a me nessuna morbosa curiosità, né è a me che devono essere date spiegazioni sulle cause e i motivi di un dolore così profondo. Non è con l’indiscrezione che si può sanare l’angoscia di una tale duplice perdita e non sono io quella cui si devono risposte. Il mio pensiero resta ai resti di quel bimbo e di quella donna perché penso al vuoto, alle porte chiuse, alle occasioni che non ci saranno, ai sorrisi che non nasceranno, alle carezze che non si daranno. Penso a chi quel bimbo avrebbe potuto diventare, quale promessa avrebbe potuto essere, quali amici avrebbe conosciuto e quali affetti avrebbe abbandonato. Penso a quale parte di sé avrebbe un giorno voluto narrare e quale, invece, avrebbe voluto migliorare. Penso alle lacrime e ai sorrisi, ai giochi e ai sogni senza più tempo per essere sognati. Tutto intorno sento un brusio di voci distratte e allegre, ed è giusto, ma io non riesco a chiudere gli occhi perché il futuro che non c’è piange e silenzioso invoca il nome di un bimbo che non c’è più.

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