Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’essere

L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1984) di Milan Kundera è un libro che non smette mai di sorprendere, anche quando lo si rilegge più di una volta, anzi, il rileggerlo più di una volta apre scenari che sembravano invisibili a una precedente lettura, eppure, erano già lì, come se stessero solo aspettando di essere notati. Non mi sorprenderebbe se una nuova lettura mi offrisse ancora nuovi paesaggi inesplorati.

Questo accade perché L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1984) non è solo un romanzo, ma un discorso sulla natura e sul pensiero umano oltre che un percorso storico di dolorosa interpretazione. Appare come una storia nella storia, ma, quest’ultima, è una storia che contiene ancora un’altra storia, più vicina di quanto possiamo immaginare, perché è la storia che appartiene a tutti gli esseri umani, la storia interiore della ricerca di sé oltre la leggerezza o la pesantezza dell’essere e di essere.

Non voglio svelare nessun particolare della trama in sé, e questo proprio nel rispetto della scoperta che ciascun lettore può e deve essere libero di fare; eppure, attraverso solo quattro personaggi –Tomáŝ, Tereza, Sabina, Franz– Milan Kundera rappresenta la scena umana dei corpi, delle loro rappresentazioni, del pensiero, delle sue sfumature. Nulla può essere scontato, nulla è lasciato al caso, eppure gli eventi e le relazioni sembrano seguire una relazione di causa effetto nel modo in cui i fatti si evolvono e, spesso, l’essere umano si ritrova sempre più solo nella sua routinaria ripetitività che crea quasi una forma di assillante dipendenza, sia essa vincolata alla leggerezza del vivere o al suo contrario, la pesantezza.

Seguendo il percorso dei quattro personaggi, si scopre quanto, spesso e in modo quasi impercettibile, il confine tra pesantezza e leggerezza sia mutevole e mutabile, quanto la determinazione tra scegliere l’una o l’altra sia passibile di infiniti imprevisti e svolte. Tutto ciò che ci appare leggerezza può non essere che il suo contrario e viceversa; tutto ciò che ci opprime come forma di pesantezza può includere alternative non immaginate né immaginabili.

Perché è così, la natura umana è così, divisa ma unita nella divisione tra senso ed emozione, interesse e piacere, amore e passione, perché, come scrive l’autore, la tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza.

In bilico tra essere e non essere, leggerezza e pesantezza, scegliere e non scegliere, spesso la verità è nel mezzo o, meglio, nell’unione degli estremi che ci congiungono.

Milan Kundera’s L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1984) is a book that never ceases to surprise, even when you reread it more than once, indeed, rereading it more than once opens scenarios that seemed invisible to one previous reading, yet, they were already there, as if they were just waiting to be noticed. It wouldn’t surprise me if a new reading still offered me new, unexplored landscapes.

This happens because L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1984) is not just a novel, but a discourse on nature and human thought as well as a historical journey of painful interpretation. It appears as a story within a story, but the latter is a story that contains yet another story, closer than we can imagine, because it is the story that belongs to all human beings, the inner story of the search for oneself beyond the lightness or heaviness of being and to be.

I don’t want to reveal any detail of the plot itself, and this precisely in respect of the discovery that each reader can and must be free to make; yet, through only four characters – Tomáŝ, Tereza, Sabina, Franz – Milan Kundera represents the human scene of bodies, of their representations, of thought, of its nuances. Nothing can be taken for granted, nothing is left to chance, yet events and relationships seem to follow a cause-and-effect relationship in the way in which facts evolve and, often, the human being finds himself more and more alone in his routine repetitiveness that almost creates a form of nagging dependence, whether it is linked to the lightness of living or, on the contrary, heaviness.

Following the path of the four characters, we discover how often and almost imperceptibly the boundary between heaviness and lightness is changeable and changing, how much the determination between choosing one or the other is subject to infinite unexpected events and twists. Everything that appears to us to be lightness can only be its opposite and vice versa; everything that oppresses us as a form of heaviness can include alternatives not imagined or imaginable.

Because that’s how it is, human nature is like this, divided but united in the division between sense and emotion, interest and pleasure, love and passion, because, as the author writes, sadness was the form and happiness the content. Happiness filled the space of sadness.

In the balance between being and not being, lightness and heaviness, choosing and not choosing, often the truth is in the middle or, better, in the union of the extremes that connect us.

3 pensieri su “Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’essere

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