No Weapons, No Frontiers

There are events so absurd that they can be considered incredible. In front of them, everyone shows disbelief and disapproval, but, in fact, once the reaction is over, the problem is exhausted. A convenient way to wash the hands of problems, appear sufficiently involved but not too much, keep further implications well at a distance and, above all, discharge responsibilities that, although hidden or apparently such (because they are invisible only to the eyes of those who do not want to see ) involve us as a human and social person, as an individual and as a society, as a citizen and as a State.
I am referring to the episode not only regrettable, but horrible, which occurred in the Mediterranean, where the Libyan Coast Guard shot and killed and wounded (so it did not shoot to scare) men who were repatriated. We are talking about people who have been forbidden to choose where to live, people who have already suffered the pain of fear and violence, homeless people (I am not referring only to the building), people who seem to exist by chance while this case that has put them into the world establishes that it is like if they didn’t exist.
I speak as a citizen, as a human and social person, as an individual who does not understand the reasons for many atrocities, because, if I understood them, it would mean that they have an explanation, but there are no explanations for hatred, hatred is always illegitimate, hatred feeds the nature of the violent who live only for themselves.
I speak as a woman who has long since stopped believing in the value of borders, because geographic borders are not a value if they indicate possession, but they can make sense as tools for facilitating the management of things, never of people.
I speak as a person who, in this as in all cases in the world where weapons and violence become the measure of power, only one question arises, or rather two: the first, why ?; the second, who earns from it?
Why? Why are we unable to recognize and welcome the freedom of the other as a source of inspiration, comparison and harmony? It would be enough to abolish the mental boundaries of those false cultures that have deluded us of the supremacy of one human being over the other. It can be done, otherwise explain to me, “Why not?”.
Who earns it? Who sells weapons? Who makes them? Who gets rich on life, or rather on the death of others? Let’s not respond in the usual trivial way that those who sell do not use weapons, because they know the others do! If you didn’t want to use them, they wouldn’t buy! I would like the producers of weapons that curl on the skin of the innocent to hear the screams of pain in their ears, at least in the ears, because, for them in the heart there is no room if not for themselves. A cheap deal? Of course, I know, arms factories are economic enterprises, even if they feed on the blood of the afflicted. Should I think of the many unemployed following the closure of these factories? I think about it, of course I think about it. What if these industries were converted into enterprises for the good of the Earth? If we studied how to use them for the real good of all human beings? It can be done, otherwise explain to me, “Why not?”. It takes time, I understand it, but if you don’t start it will take even longer while the horizons of our compromised gaze will be increasingly red for the blood of the innocent.
Of course, all this discourse may appear surreal, idealistic, utopian … and yet, if I stopped believing in the possibility of realizing it, I would have to admit that men have completely lost their original intelligence.

Ci sono eventi talmente assurdi da poterli ritenere incredibili. Dinanzi a essi, tutti mostrano incredulità e disapprovazione, ma, nei fatti, finita la reazione, esaurito il problema. Un modo comodo per lavarsi le mani dei problemi, apparire sufficientemente partecipi ma non troppo, tenere bene a distanza le ulteriori implicazioni e, soprattutto, scaricarsi delle responsabilità che, seppure nascoste o apparentemente tali (perché sono invisibili solo agli occhi di chi non vuole vedere) ci coinvolgono come persona umana e sociale, come individuo e come società, come cittadino e come Stato.
Mi riferisco all’episodio non solo increscioso, ma orribile, accaduto nel Mediterraneo, dove la Guardia Costiera libica ha sparato e ucciso e ferito (quindi non ha sparato per spaventare) uomini che venivano rimpatriati. Parliamo di persone cui è stato vietato di scegliere dove vivere, persone che già hanno subito il dolore della paura e della violenza, persone senza casa (non mi riferisco solo all’edificio), persone che sembrano esistere per caso mentre quel caso che le ha messe al mondo stabilisce che è come se non esistessero.
Parlo da cittadina, da persona umana e sociale, da individuo che non comprende le ragioni di tante atrocità, perché, se le comprendessi vorrebbe dire che hanno una spiegazione, ma non ci sono spiegazioni all’odio, l’odio è sempre illegittimo, l’odio nutre la natura dei violenti che vivono solo per sé stessi.
Parlo da donna che ha smesso da tempo ormai di credere nel valore dei confini, perché i confini geografici non sono un valore se indicano un possesso, ma possono avere senso come strumenti di facilitazione gestionale delle cose, mai delle persone.
Parlo da persona che, in questo come in tutti i casi del mondo in cui le armi e la violenza diventano la misura del potere, si pone una sola domanda, anzi due: la prima, perché?; la seconda, chi ci guadagna?
Perché? Perchè non siamo in grado di riconoscere e accogliere la libertà dell’altro come fonte di ispirazione, confronto e armonia? Basterebbe abolire i confini mentali di quelle false culture che ci hanno illuso della supremazia di un essere umano sull’altro. Si può fare, altrimenti spiegatemi, “Perché no?”.
Chi ci guadagna? Chi vende le armi? Chi le produce? Chi si arricchisce sulla vita, anzi, sulla morte degli altri? Non rispondiamo nel solito modo banale che chi vende non usa le armi! Se non si volesse usarle, non si comprerebbero e questo chi le vende lo sa! Vorrei tanto che i produttori di armi che si arricciscono sulla pelle degli innocenti sentissero nelle loro orecchie le urla di dolore, almeno nelle orecchie, perché, per loro nel cuore non c’è spazio se non per sé stessi. Un affare economico? Certo, lo so, le fabbriche di armi sono imprese economiche, anche se si nutrono del sangue degli afflitti. Devo pensare ai tanti disoccupati in seguito alla chiusura di tali fabbriche? Ci penso, certo che ci penso. E se si riconvertissero queste industrie in imprese per il bene della Terra? Se si studiasse il modo di impiegarle per il bene reale di tutti gli esseri umani? Si può fare, altrimenti spiegatemi, “Perché no?”. Ci vuole tempo, lo capisco, ma se non si inizia ce ne vorrà ancora di più mentre l’orizzonte del nostro sguardo compromesso sarà sempre più rosso per il sangue degli innocenti.
Certo, tutto questo discorso può apparire surreale, idealistico, utopico… eppure, se smettessi di credere nella possibilità di realizzarlo, dovrei ammettere che gli uomini hanno completamente perso la loro originale intelligenza.

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