The Last Page

Sometimes I think of writing my last page, of turning off the gaze, closing my ears, blocking the thought in a keyless cage and letting go of all the stories that are told, stop giving direction and a destination to many silent voices and unheeded, to abandon to silence and indifference the life of the world and of the time that continues even without me. I wonder, then, what I would write on that last page, if I would talk about life or death, pain or joy, violence or reconciliation. I wonder if I would ever allow anyone to read that last page and go further than they cannot understand. I wonder if I will ever be able to stop observing and listening and let everything proceed without the humble but honest contribution that my voice can offer. I wonder if those who listen to those voices will know how to be equally loyal and faith, forget themselves or neglect themselves to fulfill their role as an invisible and kind listener. I wonder if I will be able to stop welcoming and giving my life to the life of the other who reveals himself. Then I think that I would not be myself if I did, that the little or nothing that I am and that I have is only a microscopic sign of an existence that discreetly wants to be part of a whole devoid of protagonists, but full of the correctness on which true ties are built with people. I think I would betray my thought and my freedom, in a word I would betray myself, if I tried to succumb to the utilitarianism with which many exploit their words without them acquiring deep meanings and respecting the commitment of truth and justice. I think I could not do it, I could not betray those who wish to be narrated, I could not leave the humble voices that know what to tell to their invisibility. I watch my fingers that run quickly on the keyboard, the hands that move as if they played the most precious score on the piano of life, the words that are formed and have a sound even before being read aloud, the pages that fill up not of life but of people while the numbering that indicates them is only a miserable sign compared to the immense that feeds their life … then, I recover, I shake my shoulders, the tied hair is freed from their soft elastic and I they caress the cheeks and the shoulders, yet another word, another life, another story, another thought is structured and I smile at the screen that does not give me back the image of pages and blank pages full of words, but that of life that continues and that seeks and that rises beyond the space, time and melancholy of this corner of time in which I express my writing.

Qualche volta penso di scrivere un’ultima pagina, di spegnere lo sguardo, tapparmi le orecchie, bloccare il pensiero in una gabbia senza chiavi e lasciare andare via tutte le storie che si raccontano, smettere di dare una direzione e una destinazione a tante voci silenziose e inascoltate, di abbandonare al silenzio e all’indifferenza la vita del mondo e del tempo che prosegue anche senza di me. Mi chiedo, allora, cosa scriverei in quell’ultima pagina, se parlerei di vita o di morte, di dolore o di gioia, di violenza o di riconciliazione. Mi chiedo se consentirei mai a qualcuno di leggere quell’ultima pagina e di spingersi in un oltre che non potrà comprendere. Mi chiedo se potrò mai essere in grado di smettere di osservare e ascoltare e lasciare che tutto proceda senza l’umile ma onesto contributo che la mia voce può offrire. Mi chiedo se chi ascolterà quelle voci saprà essere altrettanto leale e fede, dimenticare sé stesso o trascurarsi per ottemperare al proprio ruolo di ascoltatore invisibile e gentile. Mi chiedo se sarò capace di smettere di accogliere e di donare la mia vita alla vita dell’altro che si rivela. Poi penso che non sarei me stessa se lo facessi, che il poco o nulla che sono e che ho non è che un microscopico segno di un’esistenza che con discrezione desidera essere parte di un tutto privo di protagonismi, ma pieno della correttezza su cui si costruiscono i legami veri con le persone. Penso che tradirei il mio pensiero e la mia libertà, in una parola tradirei me stessa, se cercassi di soccombere all’utilitarismo con cui in tanti sfruttano le proprie parole senza che esse acquisiscano significati profondi e rispettino l’impegno della verità e della giustizia. Penso che non potrei farlo, non potrei tradire coloro che desiderano essere narrati, non potrei lasciare alla loro invisibilità le voci umili che sanno che cosa raccontare. Osservo le mie dita che scorrono rapide sulla tastiera, le mani che si muovono come se suonassero la partitura più preziosa sul pianoforte della vita, le parole che si formano e hanno un suono anche prima di essere lette a voce alta, le pagine che si riempiono non di vita ma di persone mentre la numerazione che le segnala non è che un misero segno rispetto all’immenso che ne alimenta la vita… allora, mi riprendo, scuoto le spalle, i capelli legati si liberano dal loro elastico morbido e mi carezzano le guance e le spalle, un’altra parola ancora, un’altra vita, un’altra storia, un altro pensiero si struttura e sorrido allo schermo che non mi restituisce l’immagine di pagine e pagine bianche o piene di parole, ma quella della vita che continua e che cerca e che sorge oltre lo spazio, il tempo e la malinconia di questo angolo di tempo nel quale esprimo la mia scrittura.

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