Emmanuel Carrère: “I baffi”

Emmanuel Carrère con il suo romanzo “I baffi” (Adelphi, 2020) tocca temi di indiscutibile e incancellabile attualità: la crisi di identità e che cosa rende credibile un’identità.

Il protagonista del romanzo il cui nome non compare (ma che nel film prodotto dal romanzo nel 2005 si chiama Marc), percorre una lotta che sembra impari con i suoi baffi, ma, in realtà, con la sua identità o, per essere più precisi, con la consapevolezza della sua identità che apre infiniti dubbi su sé stessi e sugli altri.

È particolarmente interessante che il protagonista non abbia un nome e che il romanzo potrebbe essere confuso con un romanzo narrato in prima persona tanto profonda e personale è l’analisi delle emozioni stratificate, talvolta invisibili o incomprensibili, attraverso le quali si dipana la trama.

La mancanza di un nome potrebbe rappresentare una condizione umana molto più ampia e generale per quanto concerne la condizione del protagonista che, in questo caso, non racconterebbe più la sua storia unica, ma la storia di tutti coloro che si trovano a fare i conti su stessi e sulla propria vita. Allo stesso modo potrebbe rappresentare il tentativo da parte dell’autore o del narratore, come anche del lettore, di potersi più facilmente riconoscere e identificare con quei dubbi apparentemente banali, ma in realtà essenziali, che tutti incontrano nella propria vita.

La storia ha inizio in maniera persino banale «Che ne diresti se mi tagliassi i baffi?», una richiesta fatta alla moglie Agnès con la calma quotidiana di una relazione tranquilla. Eppure, tutto ciò che accadrà dopo questa domanda comune sarà un crescendo di inquietudine, solitudine, dubbi, fino alla tragica conclusione. È a questo punto che realtà e finzione, ossessione per una verità che non si riesce a riconoscere come tale conducono all’incubo della pazzia (la propria o quella di Agnès?) fino alla totale incapacità di riconoscere la propria identità.

In realtà il problema sull’identità appare agli occhi del lettore ben più vasto. Di quale identità si parla? Qual è l’identità che ci appartiene, quello che siamo, quello che costruiamo, quello che gli altri vedono di noi? Indubbiamente, la crisi identitaria personale è dovuta al mancato riconoscimento dello sguardo personale su di sé fino a mettere in crisi la propria coscienza, fino a provare una violenta sensazione di incompletezza che costruisce uno dei più drammatici scenari possibili nel non riuscire più a riconoscersi fino al punto di distruggersi.

È una storia di solitudine, perché più soli si è quando si perde sé stessi; è la storia di un circuito chiuso, o meglio, di un corto circuito che degenera se non si riesce a ristabilire l’ordine. La morte può ristabilire l’ordine delle cose? È un romanzo in cui si sviscera, passo dopo passo, l’inconsapevole consapevolezza della propria perdita di coscienza. Un tema certamente pirandelliano (Il fu Mattia Pascal, ma anche Uno, nessuno e centomila) quello di chi non riuscendo più ad avere coscienza di sé stesso non può più riconoscersi se non nello sguardo dell’altro o, meglio, nello sguardo degli altri che sono molteplici e differenti. Inevitabile anche che il pensiero vada a Kafka (La metamorfosi) o ad altri autori come Gogol (Il naso) che hanno affrontato il tema della coscienza e della coscienza di sé.

Di rilievo anche la reiterazione del gesto di tagliarsi i baffi, quasi una sfida o una coazione a ripetere nella speranza che le situazioni prendano un altro verso. Interessante la costante presenza di simboli come lo specchio: uno specchio reale (quello in cui il protagonista si guarda), ma anche metaforico rappresentato non solo dagli sguardi degli altri, ma dalle fotografie quali testimoni di una realtà che il nostro protagonista non è più in grado di discernere. Lo specchio ricorda molto quello nel quale Dr Jekyll si osserva non guardando sé stesso, ma il suo alter ego Mr Hyde. Il traghetto, infine, con il suo andare e tornare sempre allo stesso punto sembra voler condurre il protagonista, e con lui il narratore e il lettore, a una drammatica verità: scegliere chi si è davvero è l’unico modo per sottrarsi alla piattezza dei luoghi comuni e degli stereotipi, ma questo comporta un rischio, il rischio di perdere tutto ciò che si era creduto essenziale.

La ricerca di verità porta al desiderio di essere riconosciuti e riconoscere sé stessi per come si è e non per come ci si immagina, ma, a questo punto, operato il riconoscimento in quello specchio che ci parla di noi, siamo in grado di accettare e accogliere la verità che vediamo? È qui che si aprono infiniti finali possibili, ciascuno contiene una lacrima e una rinuncia, ciascuno porta alla perdita di una parte di sé.

“I baffi” (Adelphi, 2020) di Emmanuel Carrère, un romanzo che trascina fino al suo ultimo punto.

Emmanuel Carrère with his novel “I baffi” (Adelphi, 2020) touches on themes of indisputable and indelible relevance: the identity crisis and what makes an identity credible.

The protagonist of the novel whose name does not appear (but who in the film produced from the novel in 2005 is called Marc), goes through a struggle that seems unequal with his mustache, but, in reality, with his identity or, to be more precise , with the awareness of his identity that opens infinite doubts about himself and the others.

It is particularly interesting that the protagonist does not have a name and that the novel could be confused with such a profound and personal first-person narrative is the analysis of layered emotions, sometimes invisible or incomprehensible, through which the plot unfolds.

The lack of a name could represent a much broader and more general human condition as regards the condition of the protagonist who, in this case, would no longer tell his unique story, but the story of all those who find themselves reckoning on themselves and their own lives. In the same way, it could represent the attempt by the author or narrator, as well as by the reader, to be able to recognize and identify more easily with those apparently banal, but in reality essential, doubts that everyone encounters in their own lives.

The story begins in an even banal way “What would you say if I cut my mustache?”, a request made to his wife Agnès with the daily calm of a peaceful relationship. And yet, all that will happen after this common question will be a crescendo of restlessness, loneliness, doubts, to the tragic conclusion. It is at this point that reality and fiction, an obsession with a truth that cannot be recognized as such lead to the nightmare of madness (one’s own or that of Agnès?) Up to the total inability to recognize one’s identity.

In reality, the problem of identity appears in the eyes of the reader much wider. What identity are we talking about? What is the identity that belongs to us, what we are, what we build, what others see about us? Undoubtedly, the personal identity crisis is due to the lack of recognition of the personal gaze on oneself up to undermining one’s conscience, up to experiencing a violent feeling of incompleteness that builds one of the most dramatic possible scenarios in not being able to recognize oneself until point of destruction.

It is a story of solitude, because one is more alone when one loses oneself; it is the story of a closed circuit, or rather, of a short circuit that degenerates if order cannot be restored. Can death restore order of things? It is a novel in which the unconscious awareness of one’s loss of consciousness is examined step by step. Certainly a Pirandellian theme (Il was Mattia Pascal, but also One, nobody and one hundred thousand) that of those who no longer being able to be aware of themselves can no longer recognize themselves except in the gaze of the other or, better, in the gaze of others who they are multiple and different. It is also inevitable that the thought goes to Kafka (The metamorphosis) or to other authors such as Gogol (The nose) who have dealt with the theme of consciousness and self-awareness.

Also noteworthy is the reiteration of the gesture of cutting one’s mustache, almost a challenge or a compulsion to repeat in the hope that situations take another direction. The constant presence of symbols such as the mirror is interesting: a real mirror (the one in which the protagonist looks at himself), but also metaphorical, represented not only by the looks of others, but by photographs as witnesses of a reality that our protagonist is no longer in able to discern. The mirror is very reminiscent of what Dr Jekyll looks at not by looking at himself, but his alter ego Mr Hyde. Finally, the ferry, with its coming and going always at the same point, seems to want to lead the protagonist, and with him the narrator and the reader, to a dramatic truth: choosing who you really are is the only way to escape the flatness of the clichés and stereotypes, but this involves a risk, the risk of losing everything that was believed essential.

The search for truth leads to the desire to be recognized and recognize oneself as one is and not as one imagines, but, at this point, having operated the recognition in that mirror that speaks to us about us, we are able to accept and welcome the truth we see? It is here that infinite possible endings open, each contains a tear and a renunciation, each leads to the loss of a part of oneself.

Emmanuel Carrère’s “I baffi” (Adelphi, 2020), a novel that drags to its last point.

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