I Can’t Breathe

Yesterday, for the umpteenth time, the cry of humanity was not heard. Looking at the images that have gone around the world was like receiving that same pressure on my neck and feeling suffocated in the same way, because there is no greater crime than someone who, with the pretense of defense, kills.
I say “claim”, because I don’t want to discuss here whether or not there were reasons for arresting a person, but between arresting and killing there is such a clear and profound difference that it is even pointless to argue.
Suffocating a man not because I suspect, but because of the color of his skin is much more than creepy! It is a petty action, more petty than whatever the man’s fault was, if it was his fault. Petty to observe indifference even in the face of that unheard scream “I can’t breathe”; petty behavior of the other agent who tried to cover with his body the scene that occurred under the eyes of all. I don’t know if the people around could rebel, but I saw nothing more than running away and filming. They must have screamed, but why did the man die? If he was guilty of something he would have to pay, but not like that and not for the color of his skin.
I am shocked by the fact that in territories that claim to be civilized there are still forms of the lowest incivility. I am unhappy that discrimination is still the measure of the relationship with the other. I am offended by the violence that mainly affects African Americans, I am offended by the violence itself.
It is not enough that there are demonstrations and that this new victim becomes a symbol of a new protest. You see, there is that “I can’t breathe” scream that should deprive everyone of their breath, which should prostrate us in the shame of not having understood yet what it means to be human.

Ieri, per l’ennesima volta, l’urlo dell’umanità non è stato ascoltato. Guardare le immagini che hanno fatto il giro del mondo è stato come ricevere sul collo quella stessa pressione e sentirmi soffocare allo stesso modo, perché non c’è crimine più grande di chi, con la pretesa della difesa, uccide.
Dico “pretesa”, perché non voglio qui discutere se ci fossero o meno ragioni per arrestare una persona, ma tra arrestare e uccidere c’è una differenza così evidente e profonda che è persino inutile discutere.
Soffocare un uomo non perché sospetto, ma per il colore della sua pelle è molto più che raccapricciante! È un’azione meschina, più meschina di qualsiasi fosse la colpa di quell’uomo, se colpa aveva. Meschino osservare l’indifferenza anche dinanzi a quell’urlo inascoltato “I can’t breathe”; meschino il comportamento dell’altro agente che cercava di coprire con il suo corpo la scena che si verificava sotto gli occhi di tutti. Io non so se le persone attorno potessero ribellarsi, ma più che fuggire e filmare non ho visto altro. Avranno urlato di certo, ma perché quell’uomo è morto? Se era colpevole di qualcosa avrebbe dovuto pagare, ma non così e non per il colore della sua pelle.
Sono sconvolta dal fatto che in territori che si proclamano civilizzati ci sinao ancora forme della più bassa inciviltà. Sono disguastata che la discriminazione sia ancora la misura della relazione con l’altro. Sono offesa dalla violenza che colpisce soprattutto gli afro-americani, sono offesa dalla violenza in sé.
Non basta che ci siano manifestazioni e che questa nuova vittima diventi simbolo di una nuova protesta. Vedete, c’e quell’urlo “I can’t breathe” che dovrebbe privare ciascuno del suo respiro, che dovrebbe prostrarci per la vergogna di non aver capito ancora niente di che cosa significhi essere umani.

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