Normality or Flatness?

I do not fear normality, what I fear is flatness.

There is a rule in normality which tells us how to behave in the regular circumstances of our daily life. Yet, these rules should cope with a life which is made up of people and not of things, thus what normality suggests is to return to the usual occupation, without any regret for the quarantine period although with a particular attention for what really matters.

That is to say that our normality should keep in touch with the person we are although our life has to be ruled by those repetitive actions which do not decrease our freedom also if they organize our life.

Normality is not an enemy, normality is the praxes of our living.

Flatness, instead, terrifies me. Yes, because it opposes to any way to widen your horizons and bounds you only to the things you are compelled to do because of your work, for example, but it prevents you to give a voice to the person we are and standardizes people and their life according to a consuetude which has not beginning and no end.

Flatness is easier than giving a meaning to normality, this is the reason why it is, actually, one of the greatest risks and traps we could be in danger to fall in if we would not be able to organize our being around its sense and essential rather than around the personal and abused interests that conform only to one without any research for a wider aim such it could be the extraordinary in the ordinary which makes of each of us the hero of every daily time.

 

Non temo la normalità, ciò che temo è la piattezza.

C’è una regola nella normalità che ci dice come comportarci nelle normali circostanze della nostra vita quotidiana. Tuttavia, queste regole dovrebbero far fronte a una vita fatta di persone e non di cose, quindi ciò che la normalità suggerisce è di tornare alla solita occupazione, senza alcun rimpianto per il periodo di quarantena, sebbene con un’attenzione particolare per ciò che conta davvero.

Vale a dire che la nostra normalità dovrebbe rimanere in contatto con la persona che siamo, sebbene la nostra vita debba essere governata da quelle azioni ripetitive che non diminuiscono la nostra libertà anche se organizzano la nostra vita.

La normalità non è un nemico, la normalità è la prassi della nostra vita.

La piattezza, invece, mi terrorizza. Sì, perché si oppone a qualsiasi modo di allargare i tuoi orizzonti e ti limita solo alle cose che sei obbligato a fare a causa del tuo lavoro, ad esempio, ma ti impedisce di dare voce alla persona che siamo e standardizza le persone e la loro la vita secondo un consuetude che non ha inizio e non ha fine.

La piattezza è più facile che dare un senso alla normalità, questo è il motivo per cui è, in realtà, uno dei maggiori rischi e trappole in cui potremmo essere in pericolo di cadere se non fossimo in grado di organizzare il nostro essere attorno al suo senso e alle cose  essenziali piuttosto che intorno agli interessi personali e abusati che si conformano solo a uno senza alcuna ricerca per uno scopo più ampio tale che possa essere lo straordinario nell’ordinario che rende ciascuno di noi l’eroe di ogni giorno.

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