Tina Cancilleri: Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia

Il saggio di Tina Cancilleri, Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia: a proposito de “Il re di Girgenti” (Edizioni Tracce, 2005), si configura sin dall’inizio come una ricerca aperta. Non perché non sia esauriente, ma perché il modo di trattare un tema non semplice e, anzi, alquanto controverso relativamente al significato di romanzo storico, intriga e incuriosisce ad approfondirne altri aspetti, e proprio in relazione al grande Camilleri.9788874332656_0_0_0_75

Il volume, accompagnato dalla prefazione di Renato Pinnisi, oltre all’analisi specifica del romanzo storico di Andrea Camilleri “Il re di Girgenti”, include una ricostruzione dello sviluppo del romanzo storico in Italia, una biografia analitica di Camilleri, le conclusioni cui perviene la curatrice del saggio, la Cancilleri, e, di grande interesse per la resa non solo culturale ma umana, l’intervista intercorsa tra Camilleri e la Cancilleri.

Il re di Girgenti, così come analizzato dalla scrittrice, sembra riportare all’origine non italiana del romanzo storico (W. Scott), dove la storia è affiancata dalla leggenda, come anche l’uso del linguaggio dialettale sembra voler calare la realtà dei personaggi narrati nella realtà storica di cui sono parte, ma che non è sepolta o finita.

Difatti, spiega la Cancilleri, il romanzo di Camilleri dipinge un’epoca storica lontana, ma di straordinaria attualità, soprattutto per i temi trattati che sembrano, effettivamente, senza tempo: impossibilità alla Giustizia, la menzogna, l’illegittimità del potere. Da questo punto di vista, il romanzo di Camilleri mi appare persino distopico più che semplicemente storico. Un filone da seguire, poiché il Camilleri era intriso di relazione con la società e la politica. Bellissima, per esempio, la descrizione della Liberazione dal fascismo nelle sue parole che ascendono le vette del sublime: La Liberazione è stata il ritorno del canto degli uccelli…

Il legame tra Camilleri e Sciascia è evidente, seppure diversa la loro concezione sulla Storia. La Cancilleri, infatti, sottolinea che mentre per Sciascia  la Storia è una ricerca d’archivio minuziosa ed accurata, Camilleri ha più interesse per il valore della memoria che è unione di realtà e leggenda. Sembra, quindi, che Camilleri abbia voluto dare un respiro più ampio alla sua narrazione, pur non abbandonando mai il legame con Sciascia e la sua Sicilia.

Difatti, come l’autrice del saggio ricorda nella parte dedicata alla biografia di Camilleri, non poche sono state nel corso della vita di Camilleri le sue letture di autori inglesi ed europei. E se inevitabile è il richiamo al Manzoni, in particolare per la descrizione della peste, non si deve dimenticare lo stesso richiamo di altri autori non italiani tra cui Daniel Defoe nel suo A Journal of the Plague Year (1722).

Di importanza rilevante, anche ai fini del riconoscimento o distanziamento dal romanzo storico, è l’uso del dialetto che si fonde con l’italiano e con lo spagnolo dimostrando, attraverso e grazie le differenze tra le lingue eppure la loro capacità di coesistere, la possibilità di abbattere le barriere linguistiche.

Anche in questo senso il romanzo storico di Camilleri, così come esplicitato dalla Cancilleri, mi appare più vicino a quello delle origini risalenti a Walter Scott che allo stesso Manzoni. Difatti, mentre nel secondo prevale l’esigenza sociale del romanzo, il desiderio didattico e anche la convenzione linguistica unificante, in Scott la storia si fonde con la leggenda e il linguaggio afferisce pienamente ai dialetti locali.

È così che quel romanzo storico che nasce anche come esigenza di informare sulla storia laddove il romanzo realista sembrava rispondere a istanze sociali senza passato, il romanzo di Camilleri ci interroga non solo sulla valenza sociale del romanzo storico in quanto genere letterario, ma su che cosa sia la Storia. Mi piace rispondere con la sintesi gramsciana per il quale la Storia è coscienza critica.

 

The essay by Tina Cancilleri, Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia: a proposito de “Il re di Girgenti” (Edizioni Tracce, 2005), is configured since the beginning as an open research. Not because it is not exhaustive, but because the way of dealing with a theme that is not simple and, indeed, somewhat controversial with regard to the meaning of a historical novel, intrigues and invites us to explore other aspects, and precisely in relation to the great Camilleri.

The volume, accompanied by the preface by Renato Pinnisi, in addition to the specific analysis of Andrea Camilleri’s historical novel “Il re di Girgenti”, includes a reconstruction of the development of the historical novel in Italy, an analytical biography of Camilleri, the conclusions reached by the writer of the essay, Cancilleri, and, of great interest for the rendering not only cultural but human, the interview between Camilleri and Cancilleri.

“Il re di Girgenti”, as analyzed by the writer, seems to return to the non-Italian origin of the historical novel (W. Scott), where history is flanked by legend, just as the use of dialectal language seems to want to fall inside the reality of the characters narrated in the historical reality of which they are part, but which is not buried or finished.

In fact, explains Cancilleri, Camilleri’s novel paints a distant historical era, but one of extraordinary relevance, above all for the themes that seem, indeed, timeless: impossibility of Justice, lies, illegitimacy of power. From this point of view, Camilleri’s novel appears to me even dystopian rather than simply historical. A trend to follow, since Camilleri was steeped in relations with society and politics. Beautiful, for example, the description of the Liberation from Fascism in his words that ascend the heights of the sublime: Liberation was the return of the birdsong

The link between Camilleri and Sciascia is evident, although their conception of history is different. Cancilleri, in fact, underlines that while for Sciascia History is a meticulous and accurate archive research, Camilleri has more interest in the value of memory which is a union of reality and legend. It seems, therefore, that Camilleri wanted to give a broader breath to his narration, while never abandoning the link with Sciascia and his Sicily.

Indeed, as the author of the essay recalls in the part dedicated to the biography of Camilleri, not a few have been in the course of Camilleri’s life his readings by English and European authors. And if the reference to Manzoni is inevitable, in particular for the description of the plague, we must not forget the same reference to other non-Italian authors including Daniel Defoe in his A Journal of the Plague Year (1722).

Of significant importance, also for the purposes of recognition or distancing from the historical novel, is the use of dialect which merges with Italian and Spanish demonstrating, through and thanks to the differences between languages ​​and yet their ability to coexist, the possibility of breaking down language barriers.

Also in this sense the historical novel by Camilleri, as explained by Cancilleri, appears to me closer to that of the origins dating back to Walter Scott than to Manzoni himself. In fact, while in the second the social need of the novel, the didactic desire and also the unifying linguistic convention prevail, in Scott the story merges with the legend and the language fully belongs to the local dialects.

This is the way in which the historical novel, that also arises as a need to inform about history where the realist novel seemed to respond to social demands without a past, Camilleri’s novel questions us not only on the social value of the historical novel as a literary genre, but on what is history. I like to respond with the Gramscian synthesis that  history is critical conscience.

 

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