Milan Kundera: La festa dell’insignificanza

Un romanzo non facile, nonostante la brevità e la semplicità del linguaggio, nonostante un background ironico che invita di frequente al sorriso, nonostante l’immediatezza degli stralci di storia narrati. Eppure, Milan Kundera con «La festa dell’insignificanza» (Adelphi, 2013), cattura il pensiero dalla prima all’ultima parola e, per quanto mi riguarda, anche dopo.Unknown

Al termine della narrazione, mi è rimasta una sensazione di malinconica inafferrabilità, eppure di stringente verità. I personaggi non sono particolarmente caratterizzati, come non lo è l’ambiente né l’atmosfera che accoglie la narrazione. Tutto sembra possibile, persino la sovrapposizione di sfere temporali distanti che, nel testo, sembrano irriconoscibili. Tutto è narrato con «leggerezza», come se ogni cosa non fosse importante.

Una vera e propria festa dell’insignificanza, dunque.

Eppure, nella fragile leggerezza di una piuma che attrae l’attenzione di tutti gli invitati alla festa, sembra segnato il destino di ciascuno. Le scelte immotivate di alcuni dei personaggi -fingere di avere un cancro come fingere di essere pakistani al punto da inventare una lingua possibile che possa ingannare gli uditori come anche incantarsi per gli ombelichi tutti uguali, che le ragazze portano scoperti- tutto questo sono il significato della scarna narrazione.

Scarna come scarne sono le scelte dell’uomo moderno che si lascia trasportare da ciò che non ha significato pur di apparire, essere riconoscibile, sembrare diverso nonostante sia appiattito dalla vanità e dall’insignificanza della propria vita che appiattisce e stereotipa ogni essere umano schiacciandolo sotto il peso del suo nulla, come quella preziosa bottiglia di armagnac distrutta e sprecata dalla disattenzione, come ogni desiderio non coltivato, ma semplice posseduto.

Ecco, allora, che i morti invecchiano, e che l’insignificanza è l’essenza della vita. Ecco, allora, che l’autore, con convinzione allude e riflette sulla vita umana smarrita nei meandri della perdita di senso. Eppure, l’allontanarsi di quel calesse dell’ovvio, sul quale un bambino è trascinato nell’arida sterilità di una monotona e ilare leggerezza, lascia un senso di profonda amarezza per il vuoto che abbiamo creato, e suscita una domanda banale: va bene così? No, non va bene, la leggerezza dell’insignificanza trascina nell’abisso del vuoto nulla.

Milan Kundera, «La festa dell’insignificanza» (Adelphi, 2013), un libro piccolo, amaro, ma intenso per chi ancora desideri costruire un cambiamento.

 

A novel that is not easy, despite the brevity and simplicity of the language, despite an ironic background that frequently invites us to smile, despite the immediacy of the excerpts of narrated history. And yet, Milan Kundera with «La festa dell’insignificanza» (Adelphi, 2013), captures the thought from the first to the last word and, as far as I am concerned, even afterwards.

At the end of the narrative, I was left with a feeling of melancholy elusiveness, yet of compelling truth. The characters are not particularly characterized, as is neither the environment nor the atmosphere that welcomes the narration. Everything seems possible, even the overlapping of distant temporal spheres that, in the text, seem unrecognizable. Everything is narrated with “lightness”, as if everything were not important.

A real feast of insignificance, therefore.

Yet, in the fragile lightness of a feather that attracts the attention of all those invited to the party, everyone’s fate seems to have been sealed. The unmotivated choices of some of the characters – pretending to have cancer like pretending to be Pakistani to the point of inventing a possible language that can deceive the listeners as well as being enchanted by all the same navels which the girls bring discovered – all this is the meaning of the sparse narrative.

The choices of the modern man who are carried away by what has no meaning in order to appear, be recognizable, look different despite being flattened by the vanity and insignificance of one’s life that flattens and stereotypes every human being by squashing it under the weight of his nothingness, like that precious bottle of armagnac destroyed and wasted by carelessness, like any uncultivated but simple desire possessed.

Here it is, then, that the dead grow old, and that insignificance is the essence of life. Here it is, then, that the author, with conviction alludes and reflects on human life lost in the maze of the loss of meaning. Yet, the departure of that carriage of the obvious, on which a child is dragged into the barren sterility of a monotonous and hilarious lightness, leaves a sense of deep bitterness for the void that we have created, and raises a trivial question: is it okay ? No, it is not a good thing, the lightness of insignificance drags  into the abyss of the nothing emptiness.

Milan Kundera, «La festa dell’insignificanza» (Adelphi, 2013), a small, bitter, but intense book for those who still want to build a change.

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