The Life Inside My Books

I answer a student’s question about my books. He asked me the reason why I do not exhibit my being a writer and what I expect from a presentation. In fact, he told me that he had been to the presentation of some books by some authors in my city and that he was disappointed because they seemed to him only performances without merit and excessive. I have tried to moderate his dissatisfaction, obviously, but it is a fact that should make us reflect on the existence of this type of perception. Thus, our dialogue took shape. Below is my answer.

“It is difficult to organize the presentation of a book, especially if you want to remain free from the usual circuits and if you choose not to exhibit yourself, but to tell a story. The specific story of the book under analysis, but also the «story» of the author, that is, how he got to write and why to write precisely that story and not another, or why dealing with that theme and not another.

Recently I happened to read the post of an author who talked about the presentation as lobby. How to blame her? The problem of presenting a book, in fact, grows if you «do not belong» to a group, yet writing always appeals (or should) to freedom ”

My student nodded convinced. So, I continued.

“Actually, I prefer the verb «to write» over the verb «to belong ”, since the sense of belonging is for me something that goes well beyond a geographical or topographical location of an individual or of the «caste» to which he manages to access. In any case, it is not my intention to go into controversy, everyone has the right to choose the style of their presentation.

As for myself, I would like to avoid making it spectacular. I’d like to talk about my book, my books, which are part of me, but which welcome and support (as they are welcomed and supported) by the lives of others. Here, only in this way can a bond with the reader be created, let the writer person be more curious than his writings, that comes as a result. It does not mean, mind you, «to talk about one’s own affairs», the private person remains private. It means, however, letting the truth of oneself, one’s doubts, defeats, anxieties as well as joy and pride for a job done with dignity and honesty, with respect and listening ability “.

My student looks very interested and asks me to talk to him about me like that. I begin, knowing full well that the dialogue will be longer than the time we have available today.

“I have been writing since, with a pen in my hand, I was able to represent thoughts and images in words. I spoke little and I wrote a lot when I was a child, in reality, it is still like this. I spoke little because I loved listening to even the unspoken that over time I learned to decipher from every fold of the face, every flash in the eyes, every tension in the body. I spoke little because I perceived the importance of the other’s story and I intercepted its essence. No, don’t worry, it’s not that I thought that my story was less important or useless, but I sensed that while I had to live my story, that of the others I had to listen to understand it and learn to be part of it.

I also sensed that many of the things I listened to were lies, lies told to flaunt truths not proper. So, by listening, I learned to discern and choose. Does it seem little to you? For me it was not and has never been so far. Writing, therefore, was a way of gathering ideas and choosing my direction.

Along my path I have always chosen tenderness towards the other. I have never needed self-satisfaction, I have always had the awareness that living for others does not mean disrespect for oneself, but, on the contrary, determining oneself in the choices worth living for.

What is the use of making yourself the center of the universe? Who needs the deep solitude that always follows opportunistic individualism? Such individualism is the main cause of the isolation in which many find themselves, of their servile condition which produces suffering and even a disturbing emptiness “.

My student seems satisfied and would like to continue the dialogue by talking about each of my books. I promise him we will, but not now. Now it is the time to explain English literature to him, do you know what?, today I have to explain Hamlet to him.

 

Rispondo alla domanda di un mio studente sui miei libri. Mi chiedeva perché non esibisco il fatto di essere una scrittrice e che cosa mi aspetto da una presentazione. In realtà, mi diceva di essere stato alla presentazione di alcuni libri di autori nella mia città e di essere rimasto deluso poiché gli sono sembrate solo esibizioni senza merito ed eccessive. Ho cercato di moderare la sua insoddisfazione, ovviamente, ma è un dato di fatto che dovrebbe farci riflettere l’esistenza di questo tipo di percezione. Così, il nostro dialogo ha preso forma. Quella di seguito la mia risposta.

“È difficile riuscire a organizzare la presentazione di un libro, soprattutto se si vuole restare liberi dai soliti circuiti e se si sceglie di non esibire se stessi, ma di raccontare una storia. La storia specifica del libro in analisi, ma anche la «storia» dell’autore/autrice, cioè come è arrivato a scrivere e perché scrivere proprio quella storia e non un’altra, oppure perché occuparsi di quel tema e non di un altro.

Di recente mi è capitato di leggere il post di un’autrice che parlava di lobby delle presentazioni. Come darle torto? Il problema di presentare un libro, difatti, cresce se «non appartieni» a un gruppo, eppure la scrittura si appella sempre (o dovrebbe) alla libertà”.

Il mio studente annuiva convinto. Così, ho continuato.

“Io, in realtà, preferisco il verbo «scrivere» rispetto al verbo «appartenere», poiché il senso di appartenenza è per me qualcosa che va ben oltre una localizzazione geografica o topografica di un individuo o della «casta» cui riesce ad accedere. In ogni caso, non è mia intenzione scendere in polemica, ciascuno ha il diritto di scegliere lo stile della propria presentazione. 

Io vorrei evitare la spettacolarizzazione. Mi piacerebbe parlare del mio libro, dei miei libri, che sono parte di me, ma che accolgono e sostengono (come sono accolti e sostenuti) dalla vita degli altri. Ecco, solo così si può creare un legame con il lettore, lasciare che si incuriosisca alla persona scrittore più che ai suoi scritti, quello viene di conseguenza. Non significa, bada bene, «parlare dei fatti propri», il privato resta privato. Significa, però, lasciar trasparire la verità di se stessi, i propri dubbi, le sconfitte, le ansie come anche la gioia e la fierezza per un lavoro svolto con dignità e onestà, con rispetto e capacità di ascolto”.

Il mio studente appare molto interessato e mi chiede di parlargli così di me. Incomincio, ben sapendo che il dialogo sarà più lungo del tempo che abbiamo oggi a nostra disposizione.

“Scrivo da quando, con una penna in mano, sono stata in grado di rappresentare i pensieri e le immagini in parole. Parlavo poco e scrivevo molto da piccola, in realtà, è ancora così. Parlavo poco perché amavo ascoltare persino il non detto che con il tempo imparai a decifrare da ogni piega del volto, ogni bagliore negli occhi, ogni tensione nel corpo. Parlavo poco perché percepivo l’importanza della storia dell’altro e ne intercettavo l’essenza. No, non temere, non è che pensassi che la mia storia fosse meno importante o inutile, ma intuivo che mentre la mia storia dovevo viverla, quella degli altri dovevo ascoltarla per comprenderla e imparare a esserne parte.

Intuivo anche che molte delle cose che ascoltavo erano fandonie, menzogne raccontate per ostentare verità non proprie. Così, ascoltando, ho imparato a discernere e scegliere. Ti sembra poco? Per me non lo era e non lo è mai stato finora. La scrittura, quindi, era un modo per raccogliere le idee e scegliere la mia direzione.

Lungo il mio percorso ho scelto sempre la tenerezza verso l’altro. Non ho mai avuto bisogno di autocompiacimento, ho avuto sempre la consapevolezza che vivere per gli altri non significa mancare di rispetto a se stessi, ma, anzi, determinare se stessi nelle scelte per cui vale la pena vivere.

A che serve, infatti, fare di se stessi il centro dell’universo? A chi serve la solitudine profonda che sempre segue l’individualismo opportunistico? Tale individualismo è la causa principale dell’isolamento in cui molti si trovano, della loro condizione servile che produce sofferenza e persino un inquietante vuoto”.

Il mio studente sembra soddisfatto e vorrebbe continuare il dialogo parlando di ciascuno dei miei libri. Gli prometto che lo faremo, ma non ora. Ora è il tempo di spiegargli la letteratura inglese, pensate un po’, oggi devo spiegargli Amleto.

2 pensieri su “The Life Inside My Books

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