Judith Butler: A chi spetta una buona vita?

A chi spetta una buona vita? (Nottetempo, 2013), scritto da Judith Butler in occasione del conferimento del Premio Adorno 2013, è un breve saggio cui ritorno spesso poiché ogni volta che lo rileggo suscita in me nuove domande e mi invita alla ricerca di nuove risposte. È un breve saggio, ma denso di significati e motivazioni, di domande e riflessioni cui solo ciascuno può dare la propria risposta, ma cui nessuno può dare risposte che non coinvolgano anche l’altro.Unknown

La vita, infatti, non sarebbe viva se non trovasse nell’altro motivo di incontro, confronto e persino scontro. La vita non si vive da soli. La vita, in quanto esistere ed essere, ha bisogno e reclama della relazione con l’esistere e l’essere dell’altro.

Argomenti grandi, profondi che Judith Butler affronta con la consueta serietà e profondità, ma anche con la grande abilità di affrontare temi semplici e immediati, perché la vita non è solo quella che si discute nei trattati di filosofia, ma è il percorso quotidiano di ogni essere umano.

La Butler discute della vulnerabilità della vita, della sua fragilità, in un’epoca di precarietà umana prima ancora che economica. Tale precarietà umana mina la vulnerabilità dell’esistere e provoca il rischio di cedere a una cattiva vita per rispondere al proprio egoismo ed individualismo. La resistenza, allora diviene strumento di riconoscimento e rinascita della dignità e della sensibilità umana.

«Come condurre una buona vita in una cattiva?», questo l’interrogativo costante che permea il saggio, come riconoscere che cosa sia una buona vita? Da quale punto di vista?

In genere, si ritiene che caratteristiche di una buona vita siano: il riconoscimento sociale, l’assenza di ogni tipo di diseguaglianza, il sostegno della comunità. Come si  può, allora, creare una buona vita in una società che ha istituzionalizzato le disuguaglianze?

In questa visione, infatti, se si accetta il concetto di buona vita, bisogna riconoscere anche l’esistenza di una vita non-buona, ma chi è abilitato a dividere i buoni dai cattivi?

In realtà, è buona quella vita che sia degna di lutto, cioè quella vita di cui già si sa che si sentirà la mancanza. Questo significa vivere una vita che abbia valore, non economico, ma umano; il valore di una vita, infatti, non si stabilisce in solitudine, non si può decidere da soli. Una vita ha valore solo se in relazione alla vita dell’altro, questo rende speciale ogni vita degna di essere vissuta e anche di essere morta.

Una buona vita non può essere un ideale per pochi, poiché la vita in sé è per tutti. Quindi, resistere alla vita cattiva serve a dare forma a una buona vita che non sia solo una buona vita, ma anche una vita buona.

 

A chi spetta una buona vita? (Nottetempo, 2013), written by Judith Butler on the occasion of the Adorno 2013 Award, is a short essay to which I return often since every time I reread it, it raises new questions in me and invites me to search for new answers. It is a short essay, but full of meanings and motivations, of questions and reflections to which only each person can give his answer, but to which nobody can give answers that do not involve the other.

In fact, life would not be alive if it did not find in the other any reason for encounter, comparison and even confrontation. Life is not lived alone. Life, as existing and being, needs and claims the relationship with the existence and being of the other.

Large, profound arguments that Judith Butler tackles with the usual seriousness and depth, but also with the great ability to face simple and immediate issues, because life is not only what is discussed in the treatises of philosophy, but it is the daily path of each human being.

Butler discusses the vulnerability of life, its fragility, in an age of human precariousness before being economic. Such human precariousness undermines the vulnerability of existence and causes the risk of giving in to a bad life in order to respond to one’s selfishness and individualism. Resistance then becomes an instrument of recognition and rebirth of human dignity and sensitivity.

“How to lead a good life in a bad one?”, this is the constant question that permeates the essay, how to recognize what a good life is? From what point of view?

In general, it is believed that the characteristics of a good life are: social recognition, the absence of any kind of inequality, community support. So how can you create a good life in a society that has institutionalized inequalities?

In this vision, in fact, if you accept the concept of a good life, you must also recognize the existence of a non-good life, but who is qualified to divide the good from the bad?

In reality, a life that is worthy of mourning is good, that is, a life that is already known to be missed. This means living a life that has value, not economic, but human; the value of a life, in fact, is not established in solitude, you cannot decide for yourself. A life has value only if in relation to the life of the other, this makes every life worth living and even being dead.

A good life cannot be an ideal for a few, since life itself is for everyone. Hence, resisting to a bad life serves to shape a good life that is not only a good life, but also a life good.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.