About Pretenses

«Io, come quel vostro Gesù sulla croce, legata alla

recinzione di filo spinato come lui alla croce. Le spine

che recidevano a Lui la fronte sudata per la stanchezza

e il dolore, si conficcavano, invece, nella mia schiena,

sui polsi e sulle caviglie. Quella lancia con cui squarciarono

a Lui il fianco, si rivelò sulle lunghe ferite che

quell’uomo incise sul mio corpo mentre mi strappava

i vestiti sul davanti. Una sola cosa non mi fu fatta, but

not for mercy, non impregnarono di aceto le mie labbra

già arse dal sole e indurite dalla sabbia che avevo

ingoiato strisciando e dal sangue che mi scorreva dal

collo e colava, colava, colava. Il sangue era l’aceto con

cui soffocavo».

Loveth si interruppe e si alzò di scatto con le mani

alla gola nel gesto di chi sente che gli manchi il respiro.

da “Il vento trascina” (Nulla die, 2020)81705960_2673464672766828_1642022785318387712_o

«I, like that Jesus of yours on the cross, tied to the barbed wire fence like him at the cross. The thorns that severed his sweaty forehead from exhaustion and pain stuck instead on my back, on my wrists and ankles. That spear with which they ripped open His side was revealed to me on the long wounds that that man engraved on my body while tearing my
clothes on the front. Only one thing was not done to me, but not for mercy, they did not impregnate my lips with vinegar they were already burned by the sun and hardened by the sand I had swallowed crawling and from the blood that flowed from me neck and that strained, strained, strained. The blood was the vinegar I suffocated with».
Loveth stopped speaking and jumped up with her hands around her throat in the gesture of one who feels that his breath is missing.

 

Yet, we still have the pretense to understand. To understand and judge what we do not know. To understand, judge and despise that same wish for freedom and for a possibility to live that we consider an imperative in our favor, but that we do not recognize to those people coming from an outside we have invented to justify our pretense to be protected.

We have the pretense to name strangers those people who come to us in order to find an occasion to their hopes, while we name ourselves foreigners, tourist, when we visit their poor countries, sunbathe at their warm sun, take pictures of their poverty without we understand that they are the monuments of our own dissatisfaction and lack of memory about the reasons of that poverty and our own responsibility.

At last, we have also the pretense to show our emotion and our pathos because many died sucked by the Mediterranean or a child died in the landing gear compartment of an airplane, while soon later we begin again and again to judge and despise that “silly” boy and the many who try the sea road in order to nurture their idea of a future.

We do not have the right to these emotions. We do not have the right to pretend we have understood nor to judge and despise the choices of those who look for freedom even at the cost of their life. We do not have that ability to risk, nor we even need, because our pretenses satisfy our idea of a superiority and a welfare which is never a well-being! 

 

«Io, come quel vostro Gesù sulla croce, legata alla

recinzione di filo spinato come lui alla croce. Le spine

che recidevano a Lui la fronte sudata per la stanchezza

e il dolore, si conficcavano, invece, nella mia schiena,

sui polsi e sulle caviglie. Quella lancia con cui squarciarono

a Lui il fianco, si rivelò sulle lunghe ferite che

quell’uomo incise sul mio corpo mentre mi strappava

i vestiti sul davanti. Una sola cosa non mi fu fatta, but

not for mercy, non impregnarono di aceto le mie labbra

già arse dal sole e indurite dalla sabbia che avevo

ingoiato strisciando e dal sangue che mi scorreva dal

collo e colava, colava, colava. Il sangue era l’aceto con

cui soffocavo».

Loveth si interruppe e si alzò di scatto con le mani

alla gola nel gesto di chi sente che gli manchi il respiro.

da “Il vento trascina” (Nulla die, 2020)

Eppure, abbiamo ancora la pretesa di capire. Capire e giudicare ciò che non sappiamo. Capire, giudicare e disprezzare lo stesso desiderio di libertà e di possibilità di vivere che consideriamo un imperativo a nostro favore, ma che non riconosciamo a quelle persone che vengono da un fuori che abbiamo inventato per giustificare la nostra pretesa di essere protetti.

Abbiamo la pretesa di chiamare estranei quelle persone che vengono da noi per trovare un’occasione per le loro speranze, mentre chiamiamo noi stessi stranieri, turisti, quando visitiamo i loro paesi poveri, prendiamo il sole al loro sole caldo, fotografiamo la loro povertà senza che comprendiamo che sono questi i monumenti della nostra insoddisfazione e della mancanza di memoria sulle ragioni di quella povertà e della nostra responsabilità.

Alla fine, abbiamo anche la pretesa di mostrare la nostra emozione e il nostro pathos perché molti sono morti risucchiati dal Mediterraneo o un bambino è morto nel compartimento del carrello di atterraggio di un aeroplano, mentre poco dopo ricominciamo ancora e ancora a giudicare e disprezziamo quel ragazzo “sciocco” e i molti che provano la strada del mare per alimentare la loro idea di futuro.

Non abbiamo il diritto a queste emozioni. Non abbiamo il diritto di fingere di non aver capito né di giudicare e disprezzare le scelte di coloro che cercano la libertà a costo persino della propria vita. Non abbiamo quella capacità di rischiare, né ne abbiamo nemmeno bisogno, perché le nostre pretese soddisfano la nostra idea di superiorità e benestare che non è mai un ben-essere!

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