Epiphany: Manifesting Yourself

From the Ancient Greek ἐπιϕαίνομαι (to manifest oneself), Epiphany seems to manifest itself no more, but rather hide and hide due to the disturbing arrival of the fearsome old woman who, in any case, dispenses gifts because coal is nothing but sugar you have to melt in your mouth to taste its flavor beyond the sour and uninviting appearance.

You could also speak about the reason why  Epiphany is represented by an old and horrible witch, while Santa Claus by the candid and tender old man, kind and kind to everyone, but this is not the time, since the real problem is the epiphany in itself, the epiphany in the sense of manifestation of something external to ourselves that inevitably becomes part of ourselves and that is, probably, already included in ourselves, although invisible or forgotten.

In literature, epiphany is the sudden manifestation (or revelation) of something that was already inside the person who has the epiphany, but which thanks to a sensory perception, is recalled to the conscious level of self and other knowledge.

Master of the Epiphany, James Joyce, in his “Dubliners”, in particular in the last story of the collection, The Dead, reveals to us how much the epiphany is nothing more than the recognition of a self no longer perceived, suffused, forgotten , withered, lost in the social customs that increasingly grip us making us prisoners of chance.

This is how the snow, in the final scene of the story, becomes a rational metaphor of the reality that we kept hidden (by will or not) in order to presume to be different, but without doing anything concrete (if not blathering) to build the difference.
My hope is and remains that under that blanket of snow that covers and hides everything, as happens in the vision of Gabriel, protagonist of the story mentioned above, there may still be some sprouts of snowdrops that want to reveal themselves and break through the wall of any anonymous indifference.

Let this be our epiphany, manifest the truth of a struggle against any indifference.

 

Dal Greco Antico ἐπιϕαίνομαι (manifestarsi), l’epifania sembra non rivelare più, ma anzi nascondere e nascondersi per l’inquietante arrivo della temibile vecchietta che, in ogni caso, dispensa doni poiché il carbone altro non è che zucchero da lasciar sciogliere in bocca per gustarne il sapore oltre l’aspro e poco invitante aspetto.

Si potrebbe anche fare tutto il discorso sul perché l’epifania sia rappresentata da una vecchia e orribile strega, mentre Babbo Natale dal candido e tenero vecchietto buono e gentile con tutti, ma non è questo il momento, poiché il problema reale è l’epifania in sé, l’epifania in senso di manifestazione di qualcosa di esterno a sé che diviene inevitabilmente parte di sé in quanto, probabilmente, già inclusa in noi stessi, sebbene invisibile o dimenticata.
In letteratura, l’epifania è la manifestazione improvvisa (o rivelazione) di qualcosa che era già dentro la persona che ha l’epifania, ma che grazie a una percezione sensoriale, è richiamata al livello conscio della conoscenza di sé e dell’altro.

Maestro dell’epifania, James Joyce, nel suo «Gente di Dublino», in particolare nell’ultimo racconto della raccolta, Il morto, ci rivela quanto l’epifania non sia altro che il riconoscimento di un sé non più percepito, soffuso, dimenticato, appassito, smarrito nelle consuetudini sociali che sempre di più ci attanagliano rendendoci prigionieri del caso.

È così che la neve, nella scena finale del racconto, diviene metafora razionale della realtà che tenevamo nascosta (per volontà o meno) allo scopo di presumere di essere diversi, ma senza fare nulla di concreto (se non blaterare) per costruire la differenza.
La mia speranza è e resta che sotto quella coltre di neve che tutto copre e nasconde, come accade nella visione di Gabriel, protagonista del racconto su citato, possa ancora esserci qualche germoglio di bucaneve che desideri palesarsi e sfondare il muro dell’anonima indifferenza.

Sia questa la nostra epifania, manifestare la verità di una lotta contro ogni indifferenza.

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