Words are as hard as stones, but they have wings to fly.

Words are hard as stones, but they have wings to fly.
Concrete hardness and freedom together, give good use of words a meaning that transcends the words themselves to make room for the sense of responsibility with which they must be used.
Words hurt more than a fist and, like a fist, leave signs that are difficult to erase; at the same time, however, words drag towards possible and impossible worlds, towards realities that make sense only when we give them a name, when we call them by name.
Nothing exists until it has a name and only what is named, for good or bad, becomes part of the existence of each one.
Sabotage is one of these words that can be pronounced and reaffirmed with courage only by those who know its value and meaning responsibly.
Sabot is a word that means “clog” and it was the wooden plinth that the workers in the factories inserted in the gears of the machinery they worked to block and to protest against the time and the inhuman working conditions to which they were forced.
The sabotage, that is, is not born as a violent action, but as a way to highlight and under everyone’s eyes, a hidden malaise.
Sabotage to bring to light is a right of the human person; it is showing the world a situation that powers tend to hide to support their own interests, especially economic and political ones, without worrying about everything else.
Sabotage, then, becomes the right of the wordless to stand out and be heard; the right to give their names to the hidden truths that the name has, but which to pronounce it would immediately place them in an unfavorable position with respect to what one wants to impose.
Unforgettable, for example, is the protest image of Chaplin’s film “Modern Times” in which the worker is sucked into the car and becomes a cog, an internal saboteur who, arousing laughter leaves a strong bitter and melancholy aftertaste.
Sabotage, therefore, when one does not resort to violence against others, and one must never, is a way to express discomfort, a way to give voice to the conscience.
And speaking, one must speak, because words are substance and not dreams; because words have a depth and depth beyond form and appearance.
That is, we must not judge a book by its cover, of course … but we must not even cover our eyes by pretending not to see the words and not to give them the life they deserve in their lives.
Words give scandal, but not those used correctly and with principles. Those wasted to offend give scandal; those that harm the intelligence of others with their empty redundancy; those shouted in the places of listening and sharing, as in Parliament, where there is no longer listening nor sharing, but the spectacle of (in-) political conscience that degrades and degrades the dignity of citizens or inhabitants of this time and this space is increasingly empty of full and meaning … of fullness and directions.
Words are political, but not one that is dressed in power, which is something else. I am a politician because they value needs and needs and well-being rather than the approval of all and not just the few who enjoy the privileges acquired at work and the sacrifices of most.
Words are beauty, the one that perhaps will not save the world, but that must be taught to live up to a promise, the promise of happiness … beauty is a promise of happiness (T. Adorno) … promises are active and not passive if they are to be realized.
Beauty in itself, like the word, is not salvific, but can produce “illuminations” on the real world in which we live and in which there is beauty and ugliness, evil and good.
Beauty as a promise of happiness is realized by not adapting and taking for granted neither good nor evil, but seeking and nourishing that good and that beauty which does not end with us (approval) which nourish the other beside us and beyond us ( Welfare).
No, beauty alone cannot save us. The human person has always distinguished himself also for an industriousness that is sometimes badly directed because it is ill-thought. Perhaps this is what we need to do by educating and testifying.
Beauty can be saved only if lived from within, believed from within and manifested in the simple things of everyday relationships that have a name and that are expressed in words. No longer beauty as an ecstasy, therefore, but beauty as a concrete fruit of the heart, heart and self-directed and direct action.

Abolished the sense of utopia (impossible) we abandon ourselves to the (possible) unarmed dystopia without a backbone. Although the latter is harder and more painful to bear, it is paradoxically easier to live, because it frees us from the responsibility of the other and, often, even the responsibility and duty to ourselves.
What distinguishes the good use of words from the bad is the free and honest conscience of those who embody them by living them and bearing witness to them with the passionate and honest courage of the truth.

 

Le parole sono dure come pietre, ma hanno ali per volare.
Concreta durezza e libertà assieme, danno del buon uso delle parole un significato che trascende le parole stesse per dare spazio al senso di responsabilità con cui devono essere usate.
Le parole feriscono più di un pugno e, come un pugno, lasciano segni difficili da cancellare; nello stesso tempo, però, le parole trascinano verso mondi possibili e impossibili, verso realtà che hanno senso solo quando le attribuiamo un nome, quando le chiamiamo per nome.
Nulla esiste finché non ha nome e si nomina solo ciò che, in bene o in male, entra a far parte dell’esistenza di ciascuno.
Sabotare, è una di queste parole che può essere pronunciata e ribadita con coraggio solo da chi ne conosce il valore e il significato responsabilmente.
Sabot è una parola che significa “zoccolo” ed era lo zoccolo di legno che gli operai nelle fabbriche inserivano negli ingranaggi dei macchinari cui lavoravano per bloccarsi e per protestare contro l’orario e le condizioni disumane di lavoro cui erano costretti.
Il sabotaggio, cioè, non nasce come un’azione violenta, ma come un modo per porre in evidenza e sotto gli occhi di tutti, un malessere nascosto.
Sabotare per porre alla luce è un diritto della persona umana; è mostrare agli occhi del mondo una situazione che i poteri tendono ad occultare per sostenere i propri interessi, soprattutto economici e politici, senza preoccuparsi di tutto il resto.
Sabotare, allora, diviene il diritto dei senza parola di farsi notare e di farsi ascoltare; il diritto di dare un loro nome a delle verità nascoste che il nome lo hanno, ma che il pronunciarlo porrebbe immediatamente in posizione sfavorevole rispetto a ciò cui si vuole imporre.
Indimenticabile, per esempio, l’immagine di protesta del film di Chaplin “Tempi moderni” in cui l’operaio è risucchiato dalla macchina e ne diventa un ingranaggio, un sabotatore interno che, suscitando il riso lascia un forte retrogusto amaro e malinconico.
Sabotare, quindi, quando non si ricorre alla violenza contro altri, e non si deve mai, è un modo per esprimere il disagio, un modo per dare voce alla coscienza.
E parlare, si deve parlare, perché le parole sono sostanza e non sogni; perché le parole hanno una spessore e una profondità al di là della forma e dell’apparire.
Non bisogna, cioè, giudicare un libro dalla copertina, certo… ma non bisogna neanche coprirsi gli occhi facendo finta di non vedere le parole e di non dare loro la vita che gli spetta nella vita di ciascuno.
Le parole danno scandalo, ma non quelle adoperate con correttezza e con principi. Danno scandalo quelle sprecate per offendere; quelle che ledono l’intelligenza altrui con la propria vuota ridondanza; quelle urlate nei luoghi dell’ascolto e della condivisione, come in Parlamento, dove non c’è più né ascolto né condivisione, ma lo spettacolo della (in-)coscienza politica che si degrada e che degrada la dignità dei cittadini o degli abitanti di questo tempo e di questo spazio sempre più vuoto di pieni e di senso… di pienezza e di direzioni.
Le parole sono politica, ma non quella che si riveste di potere, che è altra cosa. Sono politica perché danno valore ai bisogni e alle esigenze e al benessere più che al benestare di tutti e non solo dei pochi che godono dei privilegi acquisiti sul lavoro e i sacrifici dei più.
Le parole sono bellezza, quella che forse non salverà il mondo, ma che deve essere insegnata per tener fede a una promessa, la promessa di felicità …il bello è una promessa di felicità (T. Adorno)… le promesse sono attive e non passive se devono realizzarsi.
La bellezza in sé, come la parola, non è salvifica, ma può produrre “illuminazioni” sul mondo reale nel quale viviamo e in cui esiste il bello e il brutto, il male e il bene.
La bellezza come promessa di felicità si realizza non adattandosi e dando per scontato né il bene né il male, ma cercando e alimentando quel bene e quel bello che non finiscono a noi (benestare) che che nutrono anche l’altro accanto e oltre noi (benessere).
No, da sola la bellezza non potrà salvarci. La persona umana si è sempre distinta anche per un’operosità talvolta mal diretta perché mal pensata. Forse è su questo che bisogna intervenire educando e testimoniando.
La bellezza potrà salvare solo se vissuta dall’interno, creduta dall’interno e manifestata nelle cose semplici delle relazioni quotidiane che hanno un nome e che si esprimono nelle parole. Non più bellezza come estasi, dunque, ma bellezza come frutto concreto di cervello cuore e azione auto ed etero diretta.

Abolito il senso dell’utopia (impossibile) ci abbandoniamo alla distopia (possibile) inermi e senza spina dorsale. Per quanto la seconda sia più dura e dolorosa da sopportare, essa è paradossalmente più facile da vivere, perché ci libera dalla responsabilità dell’altro e, spesso, persino della responsabilità e del dovere verso noi stessi.

Ciò che distingue il buon uso delle parole da quello cattivo è la coscienza libera e onesta di chi le incarna vivendole e testimoniandole con il coraggio appassionato e onesto della verità.

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